Negli ultimi anni la strategia internazionale italiana è tornata a coinvolgere l’Africa, definita dal viceministro Mario Giro come “la nostra profondità strategica” in una recente intervista a Limes. Abbiamo chiesto a Giro, che nella sua esperienza di responsabile relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, da sottosegretario e da viceministro ha sviluppato una forte competenza sulle questioni africane, un bilancio complessivo delle politiche portate avanti nel continente dagli ultimi governi.

Viceministro Giro, come giudica l’operato portato a compimento dal governo nello scenario africano nel corso degli ultimi anni?

Io penso che sin dal 2014 abbiamo progressivamente elaborato una nuova politica africana per l’Italia dal punto di vista degli investimenti privati da parte delle nostre imprese e della presenza politico-diplomatica. Veda ad esempio l’apertura di tre nuove ambasciate, una Conakry in Guinea, una inaugurata il 3 gennaio dal ministro Alfano a Niamey e una prossima deliberata a Ouagadougou. A questo poi si aggiunge la spinta della crisi migratoria, che ovviamente ha coinvolto la Libia e portato a nuova intesa con i nostri partner africani, in particolare i Paesi di origine e transito, incentrata sui rimpatri volontari, che sta cominciando a dare i suoi frutti e che quindi sarà da continuare. Questi sono due aspetti che io terrei abbastanza separati. Dal punto di vista degli investimenti nell’Africa sub-sahariana l’Italia è stata nel 2016 il terzo Paese dopo la Cina e gli Emirati. C’è stato un grosso progresso da questo punto di vista: in primis grazie a Eni, nostro campione in Africa, ma non solo. C’è anche ENEL, ad esempio, con undici cantieri aperti, o Cremonini, con diciannove piattaforme. A ciò si aggiunge la politica di sostegno allo sviluppo dei Paesi africani e accordo per i rimpatri volontari dei migranti nei Paesi d’origine.

Qual è il principale lascito che la politica africana degli ultimi governi lascerà al prossimo esecutivo?

Io direi che il lascito è soprattutto concentrato nella prima parte, cioè la maggiore presenza politica, diplomatica ed economica in Africa. Ciò favorisce la nostra economia, la nostra valenza politica e nazionale: in questo senso è un lascito di cui potranno giovarsi tutti i governi italiani futuri. L’altro aspetto è a cavallo con l’emergenza migratoria: si è finalmente trovato il bandolo della matassa con la Libia e gli altri Paesi, avviando una politica che va continuata sia in funzione di contenimento sia dando risposte a sostegno di questi Stati. Nel campo della cooperazione allo sviluppo abbiamo inserito, come attore, il settore privato, molto importante in quanto apportatore di lavoro sia per noi che per loro. Abbiamo sviluppato incubatori, piccole medie imprese e così via. Direi che lo slogan “Aiutiamoli a casa loro!” dovrebbe evolvere in “Aiutiamoci insieme!”, perché anche noi abbiamo bisogno che le nostre economie funzionino sempre di più.

Una cooperazione win-to-win, insomma.

Si, speriamo proprio di ottenere questo. Una cosa che mi ha sicuramente colpito è che gli africani vogliono imparare a fare impresa: se l’Africa vuole liberarsi dai suoi mali atavici deve cominciare a produrre, non solo a esportare materie prime, e noi possiamo aiutarla, in un processo in cui abbiamo senz’altro, come controparte, il nostro vantaggio.

Com’è, in generale, l’immagine dell’Italia in Africa?

È sempre stata positiva, però fino a qualche anno fa si sentiva la mancanza dell’Italia, che nella memoria degli africani era associata a grandi lavori delle nostre imprese negli Anni Sessanta e Settanta. Le dighe, quasi tutti i ponti e buona parte delle strade africane sono state realizzate da imprese italiane.

Una presenza tangibile, dunque, che si può ricostruire.

Si, ma la differenza era che ai tempi si trattava di investimenti di imprese di Stato, che si potevano indirizzare, mentre ora operano imprese private business-oriented che vanno accompagnate, convinte, e che si muovono con la prospettiva di un ritorno.

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