L’Italia è un Paese relativamente giovane, soltanto 150 anni fa si sono celebrati i natali di uno Stato unitario, e che ha impiegato ancora altro tempo per rendersi omogeneo. Talvolta, ancora oggi si soffre una sorta di eterogeneità in un sistema-Paese che non si è mai consolidato del tutto, fondando la politica, spesso, su un apparato clientelare fatto di localismo campanilista, a danno di quello che si potrebbe definire interesse nazionale.

Anche in tale definizione, probabilmente, si potrebbe azzardare una dicotomia di significato, tra quello che è l’interesse nazionale popolare, quindi sul piano interno, e quello che è l’interesse nazionale verso l’esterno, quindi circa il posizionamento dell’Italia nel contesto internazionale.

A tal proposito, da sempre, governo e diplomazia lavorano al fine di garantire al proprio Paese una “sopravvivenza” nella vasca di squali che è l’arena internazionale. Ciò accade perché, almeno in linea teorica, la Comunità internazionale è anorganica, ovvero non ha una struttura governativa, o un singolo Paese che primeggia sugli altri. Eccezion fatta per i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che in effetti godono di un privilegio in più rispetto ad altri Stati, tutti i Paesi hanno la medesima voce nei consessi internazionali.

La storia e l’economia hanno poi conferito ad alcuni di questi Stati una posizione privilegiata rispetto ad altri, conferita da un potere economico e militare, il cosiddetto “hard power”, che all’atto pratico dà loro maggiore potere rispetto ad altri.

Il secolare gioco della diplomazia e della politica, anche in Italia, ha prodotto i suoi effetti, con vocazione ad un interesse nazionale che donasse all’Italia un ruolo di potenza egemone, sempre bramato, forse raramente conquistato. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, l’altalena di comando e i passaggi di potere hanno determinato anche un destino fatto di alti e bassi, ma che hanno sempre dato all’Italia una posizione in prima o seconda linea in molti dei principali scenari della politica internazionale.

Agli albori del XX secolo, l’Italia era definita la “sesta ruota” di un carro trainato da 5 potenze, quelle dell’Intesa, e quelle della Triplice Alleanza, attori sicuramente più forti sul piano internazionale, in termini militari ed economici. Eppure l’Italia c’è sempre stata, nella mai soddisfatta ambizione di grande potenza, accontentandosi del rango di potenza media.

Così è stato nel periodo fascista, nella Guerra fredda, con le mai esaudite mire neoatlantiste, scavalcata dalla Jugoslavia nella questione di Trieste, dalla Turchia per le armi atomiche, osteggiata dalle “Sette Sorelle” nella corsa al petrolio di Mattei, con un rigurgito di sovranità nella famosa notte di Sigonella.

Il peso politico dell’Italia, un Paese alle volte ribelle per il grande establishment politico internazionale, è stato sempre ridotto da logiche troppo grandi per la nostra diplomazia. Eppure, tanti ammirano la grande capacità italiana in tanti settori, anche della vita internazionale, che ci hanno visto vincitori e modello da emulare.

L’Italia è stata sempre protagonista, da quando è Stato unitario, in tutti i contesti internazionali che l’hanno vista coinvolta. In maniera positiva o negativa che fosse, ma sempre protagonista. Un po’ a ricalcare quella famosa “politica del sedere”, come l’aveva definita l’ambasciatore Pietro Quaroni, di accomodarsi su tutte le poltrone che si trovassero libere, a prescindere dal ruolo poi effettivamente rivestito.

L’Italia fa parte di tutti i trattati e delle organizzazioni internazionali di primo piano, dalle Nazioni Unite, alla Nato, al Consiglio d’Europa, all’Osce, per finire all’Unione europea, partecipando in maniera attiva a tutte le missioni internazionali finora svolte, talvolta fornendo eccellenti esempi di conduzione, come quella in Libano nel 1982, insieme alla Francia, riconosciuta come uno dei più grandi successi del modello di peacekeeping a livello internazionale.

Tante altre missioni militari hanno visto la piena partecipazione italiana, come quella in Libia, in Somalia, o in Niger. Non è un caso che, con alcuni di questi Paesi, siano stati sempre intrattenuti dei rapporti politici ed economici di rilievo. Un altro grande successo della politica estera italiana è la Russia. Il rapporto privilegiato con Mosca si è sempre esplicato nei decenni, addirittura secoli, nel migliore dei modi, spesso anche in controtendenza rispetto alle esigenze di assetto delle alleanze internazionali di cui l’Italia è parte, come la Nato o l’Unione europea.

L’aspetto di maggiore rilevanza della politica estera italiana del dopoguerra riguarda principalmente la propria adesione al progetto europeo comune. L’Italia è Paese firmatario del trattato di Roma della Cee del 1957, che annovera tra i suoi fautori principali personaggi come De Gasperi, fervente europeista, fautore di un’Europa che è oggi troppo diversa da quella che egli immaginava. L’Italia è restata in prima linea con Schengen, poi con Maastricht, Nizza, Amsterdam e Lisbona, parte di un consesso internazionale nel quale è stata sempre e comunque contrastata da un blocco continentale franco-tedesco che ha sempre messo in secondo piano gli interessi italiani.

D’altro canto, spesso, la classe politica italiana a Bruxelles non è stata sempre in grado di promuovere il proprio interesse nazionale nel momento giusto, nel posto giusto. D’altronde, l’Italia è stata sempre un po’ una “Cenerentola d’Europa”, come la definì Antonio Varsori in un suo famoso saggio.