Il torrenziale sviluppo economico che negli ultimi trent’anni ha caratterizzato la Repubblica Popolare Cinese è stato in larga misura concentrato nelle zone prospicienti la costa pacifica e in un numero relativamente ridotto di grandi metropoli e conurbazioni. Oltre 150 città superano il milione di abitanti e, tra queste, 35 aree metropolitane presentano un PIL pari o superiore ai 120 miliardi di dollari: come riportato da Visual Capitalistinfatti, il sistema del Delta dello Yangtze, comprendente Shangai, Hanghzou e Suzhou supera i 2,17 trilioni di dollari di PIL, ed è seguito dalla fascia rivierasca compresa tra Hong Kong e Macao (1,89 trilioni di dollari) e dalla megalopoli Pechino-Tianjin (1,14 trilioni).

La Cina è superpotenza economica dalle radici fortemente urbane: nel corso degli ultimi decenni, lo sviluppo accelerato dell’economia e i cambiamenti sociali hanno impresso una notevole accelerazione all’evoluzione della configurazione delle principali metropoli, alcune delle quali sono diventate città di rilevanza strategica planetaria e che hanno, nel complesso, visto il loro equilibrio demografico e urbano notevolmente trasformato dall’afflusso di decine di milioni di immigrati interni provenienti dalle regioni della Cina profonde, più depresse sotto il profilo produttivo.

In una fase storica che vede il governo di Pechino intento a basare la sua strategica sul Chinese Dream, sulla volontà di accrescere il tenore di vita della popolazione e di proiettare l’economia cinese sulle rotte della “Nuova Via della Seta”, il tema dello sviluppo delle megalopoli appare centrale per qualificare come si conformerà il Paese nei decenni a venire. Tuttavia, sotto questo profilo, le risposte sono state in numerosi casi contrastanti.

Gentrification a Pechino

Il caso della capitale Pechino è emblematico per dimostrare la principale contraddizione che contraddistingue il sistema cinese: alla crescita di influenza del Paese e ai profondi investimenti infrastrutturali compiuti dal governo per rafforzare la connettività interna, infatti, sta corrispondendo un meccanismo di ampio respiro che porta le metropoli cinesi a conoscere i fenomeni di stratificazione demografici, urbanistici, sociali ed economici che hanno contraddistinto le principali città del pianeta nell’era globalizzata.

Francesco Radicioni ha pubblicato un articolo a riguardo su La Stampasottolineando come il governo regionale di Pechino guidato dal locale Segretario del Partito Cai Qi stia procedendo a una radicale, e a tratti precipitosa, riqualificazione dell’assetto urbano della capitale: oggetto della trasformazione sono, in primo luogo, i quartieri residenziali periferici abitati, in maniera caotica e molto spesso precaria, dagli abitanti provenienti dalle regioni rurali interne. 

Ha scritto infatti Radicioni: “Il problema è reale: i lavoratori migranti vivono spesso in alloggi sovraffollati, in cui non vengono rispettate le minime norme di sicurezza e dove la linea che separa la zona abitativa da quella industriale è labile. Però, davanti ai continui rincari degli affitti, queste squallide stanze – spesso nascoste nei seminterrati dei palazzi – sono per i lavoratori migranti e sottopagati l’unica soluzione possibile. Per poche centinaia di yuan, qui trovano un alloggio soprattutto i lavoratori del tessile e i pony express, la parte più tangibile del settore in forte espansione dell’e-commerce”.

L’esercito industriale di riserva della nuova Cina rimane vittima della cosiddetta gentrification nella sua stessa capitale: il tessuto urbano viene sconvolto dalle esigenze amministrative e organizzative di una città sempre più rilevante sotto il profilo economico divenuta, al contempo, esclusiva sotto ogni punti di vista per i suoi stessi abitanti.

La situazione nelle altre metropoli

Ciò che accade a Pechino non è affatto una realtà avulsa dalla situazione del resto del Paese: i crescenti benefici della connettività interna al Paese rispondo in maniera ottimale ed efficiente alle esigenze del business, del commercio e delle attività economiche nazionali, ma rischiano in numerosi casi di polarizzare la popolazione tra i beneficiari dei servizi delle arrembanti metropoli e la grande massa della popolazione, costretta a risiedere ai margini e inghiottita nella soffocante espansione delle megalopoli cinesi.

Ne è un esempio il Delta del Fiume delle Perle, la regione comprendente Hong Kong, Macao, Guangzhou e Shenzen trasformatasi, come riportato in un reportage del Guardiannella “più grande città continua al mondo” dopo aver subito la più imponente espansione urbana nella storia del mondo. Un’area profondamente interconnessa al suo interno, volto della proiezione planetaria del sistema economico cinese, è oggetto di imponenti e travolgenti investimenti infrastrutturali su cui spicca il ponte da 30 km che collegherà Zhuhai con Hong Kong e Macao. Al tempo stesso, suscita numerose preoccupazioni il tema della sostenibilità e delle disuguaglianze economiche interne, che potrebbe portare a numerose problematiche nel futuro sviluppo della megalopoli.

Vi è infine una diretta connessione tra lo sviluppo urbano e le profonde campagne anti-corruzione che hanno animato la prima segreteria di Xi Jinping e potrebbero contraddistinguerne la seconda: le fondamenta urbane della ricchezza cinese, infatti, si collegano all’incremento dell’influenza dei “mandarini” locali del Partito, che hanno a disposizione enormi quantità di fondi che, molto spesso, finiscono incanalati in giri di riciclaggio difficili da individuare. Su una seria pianificazione urbana la Cina gioca una fetta consistente del suo futuro: per il Paese che punta a dominare la connettività planetaria sarebbe veramente problematico dover fronteggiare una crisi sociale e demografica nelle sue principali metropoli.