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Stati Uniti e Nato sono preoccupati dalla formazione di una politica di Difesa comune per l’Europa. E le perplessità di Washington e di Bruxelles (sponda Nato) sono state rese chiare in questi ultimi giorni con la due giorni nella capitale belga con i ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica. Jim Mattis, segretario alla Difesa degli Stati Uniti, non ha avuto molti dubbi nell’indicare quale sia l’idea degli Usa riguardo alla difesa comune. Al termine della riunione Nato, Mattis ha sentenziato: “C’è un chiaro impegno a mettere nero su bianco nei documenti Ue che la difesa comune è una missione che spetta alla Nato“. Un messaggio chiaro quello rivolto a tutti i ministri europei presenti all’incontro, e cioè che per Washington, la priorità degli alleati europei resta la difesa sotto l’ombrello della Nato, evitando ogni possibilità della nascita di un blocco di difesa europeo. 

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I perché di questa contrarietà di Mattis nei confronti dell’idea di una difesa comune europea sono tanti e rivelano la strategia a lungo termine di Washington nei confronti del continente europeo. Ma sono almeno due i problemi che preoccupano la Difesa americana e anche quella atlantica. Da un punto di vista economico, la nascita della Cooperazione strutturata economica (Pesco), il cui via, ufficialmente, si è avuto il 13 novembre scorso con la firma della “notifica congiunta” da parte di molti Paesi Ue, preoccupa in particolare l’industria bellica statunitense. 

Gli Stati Uniti hanno già avvertito l’Unione europea della minaccia di una discriminazione nei confronti delle società americane nel momento in cui i governi europei appartenenti al blocco spingeranno per un’accelerazione di una maggiore cooperazione nel settore della difesa.

Secondo gli Stati Uniti, un maggiore coordinamento in tutta l’Ue che centralizzi gli appalti e che renda il più possibile unitarie le spese della Difesa comune, metterebbero a repentaglio le commissioni per i giganti dell’industria bellica Usa. Questo rischio era stato un pallino di Donald Trump sin dalla sua elezione, tanto che aveva richiesto immediatamente ai membri Nato un aumento del budget per la Difesa in modo da raggiungere il tetto del 2% per ogni singolo membro. Una preoccupazione che è stata segnalata anche in sede Nato dall’inviato degli Sttai Uniti, Kay Bailey Hutchison, che ha affermato: “Di certo non vogliamo che questo sia un veicolo protezionistico per l’Ue e stiamo analizzando attentamente perché, se così fosse, allora potrebbe spezzare la forte alleanza di sicurezza che abbiamo”, concludendo: “Vogliamo che gli europei abbiano capacità e forza, ma non escludere i prodotti americani“.

Da un punto di vista strategico, invece, la situazione è un po’ più complessa. Gli Stati Uniti vivono un rapporto ambiguo con la difesa europea, che in un certo senso è ricalcato anche dalla nuova amministrazione a marchio Donald Trump. Washington sta vivendo un percorso di ripensamento e ripiegamento strategico che era già stato affermato durante il mandato di Barack Obama. E gli americani hanno sostenuto questa prospettiva di una maggiore autonomia in campo militare da parte dell’Unione europea, quantomeno nell’ottica di una maggiore condivisione delle spese e degli impegni. Gli Usa del secondo decennio del Duemila non possono mantenere i livelli di impegno estero come negli anni precedenti. Le sfide sono molte, in varie parti del globo e preferiscono “appaltare” l’Europa agli Stati membri suoi alleati. Ma sempre all’interno della Nato, che rappresenta per il Pentagono la garanzia di un impegno comune. Dunque Washington ha sì sostenuto questo slancio ma, come ribadito anche da Mattis e Stoltenberg, nella misura in cui fosse complementare all’Alleanza atlantica

A questo slancio nei confronti di una maggiore autonomia europea, si contrappone però la recente postura dell’amministrazione americana che sta attuando una politica estera generalmente prossima ai confini europei. Se gli obiettivi principali della politica estera americana nel prossimo futuro sono Cina, Iran e Russia, è chiaro che almeno due avversari su tre sono vicini o confinano direttamente al blocco europeo. Trump sembrava essere stato eletto per disinteressarsi del panorama europeo, ma l’invio dei sistemi missilistici all’Ucraina, l’impegno in Siria e nel Mediterraneo orientale, il coinvolgimento nelle missioni operative nel cosiddetto “Mediterraneo allargato” insieme ai Paesi europei, manifestano in fondo la necessità per gli Usa che l’Europa resti ancorata allo scoglio dell’Alleanza atlantica. In un mondo che si avvia verso una sorta di multipolarità, gli Stati Uniti hanno sempre affidamento sull’Europa in un contesto di unione alle politiche americane. Ma se l’Europa si rende autonoma e lentamente si sgancia dall’orbita economica, politica e militare di Washington, il rischio è quello di creare un quarto polo dopo America, Russia e Cina che metterebbe definitivamente in cantina il concetto di Nato così come conosciuto fino a oggi. Un rischio che di certo gli Stati Uniti non possono permettersi, specialmente in caso di un riavvicinamento russo al blocco continentale.

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