Un Paese in particolare, in Europa, è l’artefice della vera e propria guerra mediatica, economica e sanitaria lanciata contro il vaccino AstraZeneca, un’azione di delegittimazione dell’antidoto per il Covid-19 prodotto dalla casa anglo-svedese che, se da un lato si è resa colpevole di diverse manchevolezze sul fronte della garanzia alle consegne per i Paesi dell’Unione, dall’altro ha subito un’offensiva da parte di tutti i regolatori comunitari. Quel Paese è la Germania, da cui nella giornata di lunedì 15 marzo è partita la procedura di stop precauzionale all’uso del vaccino AstraZeneca cui si è accodata anche l’Italia, come esplicitamente dichiarato al Corriere della Sera da Roberto Speranza, proprio per il precedente creato da Berlino.

La questione politica attorno ad AstraZeneca

Il panico creatosi attorno ad AstraZeneca è esagerato se si pensa alla ridotta quantità di casi e presunte correlazioni legati a eventi patologici o decessi avvenuti a poca distanza dell’inoculazione del vaccino in tutta Europa, ma le reazioni delle ultime ore e l’apertura di un vero e proprio fronte tra Angela Merkel da un lato e Mario Draghi e Emmanuel Macron dall’altro lasciano pensare a una partita dall’elevato valore politico. E portano al sospetto che proprio politica sia stata la motivazione che ha spinto Berlino, sulla scia dell’allarme crescente che i media di tutta Europa stavano lanciando e cavalcando, a sospendere la somministrazione del siero anglo-svedese a cui collabora il laboratorio Irbm di Pomezia.

La marcia verso l’approvazione del vaccino anglo-svedese è stata accidentata e notevolmente rallentata in Europa negli ultimi mesi: a gennaio, parlando della valenza strategica di AstraZeneca per il Regno Unito, ricordavamo quanto tale vaccino fosse “scomodo” per l’Unione europea, fungendo da moltiplicatore di potenza per Londra per il dopo-Brexit, mentre a novembre avevamo sottolineato come con la sua spinta sui supplementi d’indagine AstraZeneca fosse addirittura scientificamente più trasparente di molte altre compagnie intente alla ricerca dei sieri anti-Covid.

Notizie fuorvianti, dubbi sull’efficacia del vaccino su alcune fasce di popolazione e vere e proprie dichiarazioni false hanno costellato l’approccio dei decisori europei nei confronti del vaccino. A fine gennaio lo stesso Macron mise pubblicamente in dubbio la validità del vaccino per gli over 65, creando una querelle mediatica prima di correggersi. “AstraZeneca”, scrive Federico Fubini sempre sul Corriere della Sera, “era ampiamente sperimentato sugli anziani: nello studio presentato per l’approvazione ai regolatori in Europa erano stati inseriti 2.100 ultrasessantenni. Del resto un secondo studio indipendente delle Università di Edimburgo e di Wellington, già allora consultabile, dimostrava un’efficacia del 94% per tutte le fasce d’età”.

Il conflitto d’interessi di Berlino

I dubbi sul vaccino AstraZeneca hanno contribuito ad aumentare lo spazio di inserimento del vaccino concorrente prodotto da Pfizer col sostegno della tedesca Biontech, che oltre ad aver venduto la licenza alla francese Sanofi produrranno il loro antidoto nel nuovo maxi-impianto tedesco di Marburgo, fortemente voluto dalla Cancelliera. Ma è proprio Frau Angela, ora come ora, a dover dare spiegazioni: “La Germania deve gestire un oggettivo conflitto d’interessi”, nota Fubini, perché “ha finanziato con quasi 400 milioni di euro di denaro pubblico” il siero Pfizer e ora rischia di veder messa a repentaglio la forza reputazionale conquistata con le mediazioni politiche di un anno di pandemia.

Si sta verificando sui vaccini quanto successo dieci anni fa sul tema dei debiti sovrani e dell’austerity: l’intera Europa ritiene pari a “oro colato” ogni scelta della Germania e ne adotta, plasticamente, la linea senza discuterla. Ma la crisi sanitaria non è quella finanziaria e il disvelamento delle reali problematiche nella posizione di Berlino potrebbe non richiedere mesi e anni, ma poche settimane: se l’Agenzia medica europea (Ema) si pronuncerà per l’operatività di AstraZeneca, Berlino dovrà dare spiegazioni sui dati che hanno motivato lo stop di inizio settimana e l’ondata di panico su scala europea.

Oltre Manica, il Regno Unito di Boris Johnson non può dire di esser stato gettato in mezzo ai flutti dalla somministrazione massiccia del vaccino nazionale, semmai il contrario: il vaccino è l’assicurazione sulla vita per il futuro del Paese, pronto a graduali riaperture e a una robusta ripresa economica. Difficile pensare che motivazioni di ordine politico siano state ignorate a Berlino prima di frenare AstraZeneca. Potremmo parlare di un atto di guerra ibrida a un colosso ritenuto rivale, in un certo senso, che ha unito una vera e propria azione di infowar a un utilizzo strategico dei poteri di regolamentazione che in Europa sono ben strutturati e alla leva sul soft power tedesco.

Ogni azione sospetta deve essere analizzata pensando alla classica domanda “Cui prodest?”. E dalla compromissione della rispettabilità di AstraZeneca non avrebbe certamente da perdere la Germania, che escluderebbe il vaccino simbolo del Regno Unito post-Brexit dal mercato europeo, ma non sarebbero nemmeno turbati gli Stati Uniti, che anche nell’era Biden frenano la procedura di certificazione per permettere l’uso sul suolo nazionale delle 60 milioni di dosi AstraZeneca ivi prodotte.

Costando poco meno di tre euro a dose il vaccino AstraZeneca è dalle tre alle cinque volte più economico di quello di Pfizer e Moderna e inoltre necessita di una conservazione a temperatura frigo molto meno problematica della complessa catena del freddo necessaria per altri vaccini. Non tanto in vista dell’attuale campagna vaccinale, quanto della futura corsa a scorte, richiami e vaccinazioni annuali, questa partita va tenuta in considerazione. Il movente politico dello stop a AstraZeneca è una pista su cui vale la pena indagare. E ogni segnale in tal senso andrà analizzato col massimo rigore.

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