Politica /

La guerra fredda 2.0 è entrata in una nuova fase lo scorso 16 giugno, quando Joe Biden e Vladimir Putin si sono dati appuntamento a Ginevra per cercare di raggiungere una tregua tattica potenzialmente utile ad entrambi: agli Stati Uniti nel quadro del riorientamento verso l’Indo-Pacifico, alla Russia per riprendere fiato da battaglie diplomatiche, sanzioni e pressioni militari onnilaterali.

A quasi quattro mesi di distanza dal vertice ginevrino, nonostante gli spettatori continuino a vedere il gelo raffigurato sul palcoscenico, nel dietro le quinte si respira un’altra aria, un poco meno pesante. Perché nel dietro le quinte non si lavora per intrattenere il pubblico, come fanno gli attori sul palco, ma per far sì che l’opera vada avanti e che gli spettatori, tra una pausa e l’altra, restino stupiti dalla messa in atto. E dopo le trattative in materia di cooperazione in Afghanistan, dal retropalco è provenuta un’altra novità: il tour moscovita di Victoria Nuland, numero due del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

La missione della Nuland

Victoria Nuland, sottosegretario di Stato per gli affari politici dell’amministrazione Biden, sta esperendo un’importante missione diplomatica a Mosca, cominciata l’11 e che la terrà occupata fino al 13. Concepita allo scopo di portare avanti l’agenda della normalizzazione limitata dell’amministrazione Biden, la missione è stata organizzata su iniziativa e richiesta degli Stati Uniti e sta vedendo la Nuland impegnata in una serie di incontri di alto livello.

L’agenda della diplomatica statunitense è fitta, intensa, come esplicitano gli appuntamenti fissati con Yuri Ushakov, ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergei Ryabkov, viceministro degli Esteri, e Dmitrij Kozak, vicecapo dello staff presidenziale. Nonostante le indiscrezioni insistenti che vorrebbero un incontro tra la Nuland e Putin, l’incontro non avrà luogo.

Il tour della Nuland, che avviene all’indomani dell’Aukus e della ritirata occidentale dall’Afghanistan, è stato probabilmente voluto dalla Casa Bianca per inviare un messaggio al Cremlino: gli accordi di Ginevra sono ancora validi, da parte dell’amministrazione Biden v’è la volontà di migliorare e stabilizzare ulteriormente le relazioni bilaterali. Il come è abbastanza intuibile: perché quegli accordi, tra le altre cose, prevedevano lo stabilimento di linee rosse invalicabili – che per la Russia equivalgono all’Ucraina, alla Bielorussia e all’Artico, per gli Stati Uniti sono gli attacchi cibernetici alle infrastrutture critiche – e l’instaurazione di forme di dialogo utili a riportare la prevedibilità al centro delle relazioni.

Potrebbe non essere un caso, se l’ipotesi di cui sopra è corretta, che la missione della Nuland avvenga in concomitanza con lo svelamento al pubblico russo (e mondiale) dei grandi piani del Cremlino per una flotta artica e con un articolo firmato da Dmitrij Medvedev avente come oggetto l’Ucraina – descritta in termini di “vassallo” al quale non dovrebbe essere concesso il diritto-privilegio di negoziare con la Russia da pari –; due gesta formulate con l’obiettivo di rammemorare gli Stati Uniti circa la serietà delle proprie intenzioni.

L’importanza dell’evento

Non si può capire pienamente la rilevanza del soggiorno moscovita della Nuland senza una previa ricostruzione del contesto generale. La Nuland, invero, non avrebbe potuto recarsi nella capitale della Federazione russa in quanto colpita da un divieto di viaggio (travel ban) emesso nel 2019. Se ciò è accaduto, che ha potuto effettuare il viaggio, lo si deve ad un curioso do ut des stipulato dalle due diplomazie alla vigilia dell’evento.

Quello che è accaduto, in breve, è che il Cremlino ha revocato il divieto di viaggio nei confronti della Nuland in cambio del depennamento di diversi funzionari russi dall’albo delle sanzioni della Casa Bianca. E perché la presidenza Putin non abbia esatto un semplice ed equo uno-per-uno, e perché la Casa Bianca abbia capito e accettato lo scambio asimmetrico, può essere capito soltanto introducendo la figura della Nuland.

Diplomatica di lungo corso, la Nuland è cresciuta nelle file del Partito Democratico ed è una specialista in affari russi e postsovietici. Una specializzazione di cui diede prova nel 2014, in occasione di Euromaidan, quando assicurò al fronte rivoluzionario che i pro avrebbero superato i contro – sue le idee di prestare un miliardo di dollari a Kiev e di fornire assistenza alle truppe ucraine – e convinse l’amministrazione Obama a relegare ai margini degli eventi l’inquieta Unione Europea.

Liberale ed eccezionalista, la Nuland è tanto semisconosciuta in Italia quanto arcinota tra Germania e Russia. In Russia per il ruolo-chiave giocato ai tempi di Euromaidan, in Germania per il livore serbato verso l’Europa, palesato il 28 gennaio 2014 nel corso di una conversazione con l’allora ambasciatore statunitense in Ucraina, Geoffrey Pyatt, con quel celebre “Fuck the EU“.

Curiosamente, sette anni dopo l’evento spartiacque degli anni Dieci del Duemila, ossia Euromaidan, l’onere di ricucire le relazioni tra Stati Uniti e Russia – anche se soltanto superficialmente, limitamente, nell’ambito di una diplomazia triangolare 2.0 – è ricaduto su coloro che di quella rivoluzione colorata furono artefici, da Blinken alla Nuland. Se la loro missione andrà in porto non è ancora dato saperlo, ma qualcosa, sì, è nota: i russi conoscono i volti della squadra Biden, e sanno quali sono le loro vere opinioni, per loro, perciò, non è altro che un déjà vu dal quale stare in guardia.