Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno più volte richiamato all’ordine la Turchia. Per essere più convincenti, Washington e Bruxelles sono arrivate a minacciare Ankara di una guerra commerciale, tra possibili dazi, tariffe e sanzioni. Tutte armi, queste, capaci teoricamente di fare a pezzi la fragile economia turca. Eppure, nonostante il rischio di vedere il proprio Paese in ginocchio, Recep Tayyip Erdogan non intende fermarsi sul più bello: l’operazione militare in Siria del nord deve proseguire a qualunque costo. Che Erdogan sia solo un incosciente è fuori discussione, perché il Sultano ha in realtà fatto i suoi conti e sa bene quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel continuare a fare il bullo di quartiere. Il presidente turco ha lanciato la missione “Fonte di pace” da poche settimane ma i preparativi, in realtà, sono iniziati molti mesi fa. Nel bel mezzo della crisi che stava strozzando la lira turca, diplomatici e tecnici di Ankara si sono rimboccati le maniche per dotare il governo di una sorta di paracadute capace di limitare i danni a una Turchia in caduta libera. E in effetti, senza alcuna protezione, la discesa del Paese verso il baratro sarebbe stata rapidissima, sommando la crisi economica alle conseguenze della recente guerriglia contro i curdi.

Paracadute Cina

L’assicurazione alla vita della Turchia si chiama Cina. Se la scorsa estate Pechino non avesse effettuato un vero e proprio bailout per salvare la Turchia dal default, oggi Erdogan non avrebbe la forza per muovere neanche un soldato. Secondo quanto riportato da Bloomberg, a giugno la Banca Centrale cinese ha trasferito fondi nel Paese turco per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, rinsaldando il rapporto lira turca-yuan. Ma non è finita qui, perché Erdogan ha sfruttato al meglio la relazione con Xi Jinping per convincerlo a sborsare 3,6 miliardi di dollari da spendere in vari progetti infrastrutturali. E Xi, considerando la posizione geografica della Turchia, perfetto ponte tra Oriente e Occidente, ha subito accettato, immaginando di potenziare la Nuova Via della Seta. La Cina è insomma riuscita in un colpo solo a rendere vana l’azione economica degli Stati Uniti e rafforzare il progetto della Belt and Road; dall’altra parte, Erdogan si è risollevato e ha potuto organizzare il piano d’invasione della Siria.

Erdogan gioca con il fuoco

Il risultato dell’avvicinamento turco alla Cina è che oggi Ankara non si fa impressionare da ipotetiche guerre commerciali. I finanziamenti e i prestiti cinesi consentono alla Turchia di infischiarsene delle minacce statunitensi, almeno per quello che riguarda il breve periodo. Ma Erdogan ha in mente di costruire un ponte stabile che porta dritto nel cuore della Città Proibita di Pechino, perché il Sultano, lo scorso 11 agosto, ha dichiarato di essere pronto a commerciare con la Cina attraverso valute nazionali aggirando il dollaro. Quando gli Stati Uniti hanno minacciato di cancellare l’economia turca, la moneta di Ankara e i rispettivi tassi di interesse locali non hanno battuto ciglio, scendendo di pochissimo. E questo, sottolinea Asia Times, è “notevole, data la fragilità della valuta turca all’inizio del 2019”. La Cina è un vero e proprio bancomat per Erdogan, ma attenzione perché il Sultano sta giocando con il fuoco: Pechino sta sì riempiendo la Turchia di soldi, ma il rischio è che il Dragone la inghiotta in un sol boccone non appena lo riterrà necessario. Giusto per rimarcare i rapporti di forza tra Cina e Turchia, vale la pena analizzare il comportamento di Ankara nei confronti degli uiguri. Prima del salvataggio cinese, Erdogan aveva tuonato contro il trattamento cinese riservato alla minoranza turcofona situata nello Xinjiang; dopo il salvataggio, il Sultano si è corretto dicendo che “gli uiguri vivono felici in Cina”. Non solo: Ankara ha pure accettato di cooperare con le autorità cinesi per rispedire oltre la Muraglia gli uiguri che si nascondono in Turchia.