Dieci anni dopo, le sanzioni tornano a paralizzare l’Iran

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Le sanzioni tornano a colpire l’Iran. A poco sono servite le parole di Masoud Pezeshkian, presidente a Teheran dal 2024, intervenuto lo scorso 24 settembre all’ottantesima Assemblea Generale dell’Onu. “Ingiuste e illegali”, così il presidente iraniano aveva definito le sanzioni economiche, la cui reintroduzione incombeva sulla Repubblica Islamica già da qualche tempo.

 Le buone intenzioni non sono bastate

“Ribadisco ancora una volta che l’Iran non ha mai cercato né mai cercherà di costruire la bomba atomica”.

Nonostante il tentativo di Teheran di mostrarsi rassicurante, affidato al discorso di Pezeshkian il moderato, volto mansueto del regime, lontano dall’estetica degli Ayatollah, domenica 28 settembre l’ONU ha ripristinato alcune delle sanzioni previste nei confronti dell’Iran. A tendere una mano agli Ayatollah, ci avevano provato Russia e Cina, che venerdì spingevano per spostare la decisione all’Aprile 2026. Si tratta di sei risoluzioni, come ha spiegato il Segretario di Stato americano Marco Rubio, riattivate dall’Onu e volte a vietare l’arricchimento di uranio e a ripristinare le restrizioni al programma nucleare e missilistico iraniano.

A spingere per lo “snapback”, Regno Unito, Francia e Germania, che hanno mosso all’Iran l’accusa di aver disatteso i principi del Jcpoa, l’accordo sul nucleare del 2015, nei fatti già naufragato nel 2018, quando il presidente degli stati uniti Donald Trump, allora al primo mandato, ne era uscito improvvisamente. Teheran allora aveva ricominciato l’arricchimento dell’uranio oltre i livelli consentiti, senza però mai ritrattare la propria posizione: solo per fini civili.

La fine della diplomazia?

La presenza degli iraniani all’Onu lo scorso mercoledì non aveva come unico obiettivo il discorso del presidente. In quell’incontro si riponevano infatti soprattutto le ultime, timide speranze di una nuova possibile intesa tra l’Occidente e l’Iran. Mentre fuori dal Palazzo di Vetro di New York, una folla di iraniani della diaspora si radunava per esprimere il proprio dissenso verso la presenza del rappresentante della Repubblica Islamica, dietro le quinte, al termine dell’assemblea generale, si teneva l’ultimo tentativo di mediazione tra iraniani, europei e americani. Tentativo, ora possiamo dirlo, miseramente fallito. Nonostante tutto, scrive in una nota l’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, “il ripristino delle sanzioni non deve segnare la fine della diplomazia con l’Iran”.

Parigi Londra e Berlino hanno poi invitato evitare ogni possibile escalation. In una nota congiunta, dicono: “Il ripristino delle sanzioni non significa la fine della diplomazia. Esortiamo l’Iran a tornare a rispettare gli obblighi di salvaguardia giuridicamente vincolanti”.

La natura delle sanzioni

Iraniani camminano nel grande bazar di Teheran dopo la reimposizione delle sanzioni.

Ciò che rende questo momento particolarmente cruciale è la natura delle sanzioni che vengono reintrodotte. Non si tratta di nuove restrizioni redatte in fretta in risposta a eventi immediati; sono il risultato di quasi un decennio di sforzi, negoziati e risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che hanno gradualmente costruito uno dei regimi di sanzioni multilaterali più completi della storia moderna.

È delle ultime ore un’analisi dell’accademico Majid Rafizadeh per Al-Arabyia, che spiega come queste sanzioni, in questo momento, svelino il fallimento del calcolo politico fatto dall’Iran negli ultimi dieci anni. Oggi, infatti, si è attivato il meccanismo previsto dal Jcpoa, il cosiddetto “snapback”, per il quale, se Teheran avesse disatteso gli accordi, ne avrebbe immediatamente pagato le conseguenze. Dove sta, dunque, l’errore di calcolo degli iraniani? In una scommessa persa, a posteriori, per troppa fiducia, o forse incauto ottimismo.

Per anni, Teheran ha scommesso sul fatto che queste sanzioni sarebbero semplicemente scadute col tempo. La leadership iraniana riteneva che la stanchezza globale, le divisioni geopolitiche e le clausole di scadenza naturale previste dal JCPOA le avrebbero permesso di resistere alla pressione internazionale. Il calcolo dell’Iran era probabilmente che, nonostante tensioni periodiche, le potenze mondiali avrebbero preferito evitare lo scontro e lasciare decadere le sanzioni, permettendo così a Teheran di consolidare il proprio programma nucleare e al contempo di riconquistare l’accesso ai mercati internazionali.

Non si tratta, questa volta, di sanzioni simboliche o di avvertimenti. E per quanto l’Europa inviti ancora al dialogo, tenendo aperto un minuscolo spiraglio di diplomazia, le sanzioni affosseranno l’Iran come mai prima. Lo sanno bene i vertici di Teheran, lo sanno ancora meglio gli iraniani. Se già il Rial, moneta locale, valeva talmente poco da aver dovuto ricominciare a contare in Toman, a causa dell’inflazione, ora potrebbe essere necessario inventare un nuovo nome, per una moneta che vale sempre meno.