Un vicepresidente più potente del presidente. La morte di Dick Cheney, a 84 anni, chiude la parabola di uno degli uomini più influenti – e più distruttivi – della politica americana contemporanea. Vicepresidente di George W. Bush dal 2001 al 2009, trasformò una carica perlopiù cerimoniale in un centro di potere occulto, capace di pesare sulla CIA, sul Pentagono e sulla Casa Bianca ben oltre quanto previsto dalla Costituzione.
Il suo nome resta indissolubilmente legato all’invasione dell’Iraq del 2003, alle derive securitarie seguite all’11 settembre e all’ascesa del neoconservatorismo, che ridisegnò a colpi di bombe la mappa del Medio Oriente.
Il laboratorio neoconservatore: dal PNAC a Baghdad
Cheney non fu mai solo un esecutore zelante. Fu l’architetto di un progetto ideologico preciso: mantenere la supremazia americana con la forza. Negli anni Novanta gravitò intorno al Project for the New American Century (PNAC), un centro studi neoconservatore che sosteneva la necessità di un “ruolo guida” militare degli Stati Uniti e invocava apertamente il rovesciamento di Saddam Hussein ben prima dell’11 settembre. Dieci dei firmatari di quel manifesto, tra cui Cheney e Rumsfeld, entrarono poi nell’amministrazione Bush. L’Iraq non fu dunque una reazione improvvisata, ma l’occasione per attuare un programma elaborato da anni, in cui la guerra diventava uno strumento normale della politica estera.
L’Iraq, menzogna fondatrice e disastro originario
L’invasione del 2003 poggiava su due pilastri: le presunte armi di distruzione di massa e un legame inventato tra Saddam Hussein e il terrorismo internazionale. Cheney ebbe un ruolo centrale nella costruzione di questa narrazione, esercitando pressioni sugli apparati d’intelligence per ottenere “prove” compatibili con la decisione già presa di attaccare l’Iraq. Le ispezioni dell’ONU non trovarono nulla, ma Washington bombardò ugualmente. Il risultato è noto: quasi cinquemila soldati americani uccisi, centinaia di migliaia di vittime irachene, uno Stato distrutto e l’emergere, nel caos, di gruppi jihadisti come lo Stato Islamico.
Per i neoconservatori, l’Iraq doveva diventare la vetrina di un “Medio Oriente democratico”. In realtà dimostrò che non si può bombardare un Paese fino alla democrazia. L’esercito americano smantellò le strutture statali senza costruirne di nuove: licenziamenti di massa, dissoluzione dell’esercito iracheno, umiliazione delle élite locali. Il terreno ideale per milizie, guerra civile e l’ingerenza di potenze vicine, prima fra tutte l’Iran.
La guerra al terrore come macchina per distruggere il diritto
L’eredità di Cheney non si limita a una guerra. Dopo l’11 settembre mise in moto un intero sistema securitario: prigioni segrete della CIA, “extraordinary renditions” verso Paesi che praticavano la tortura, interrogatori “rafforzati”, il campo di Guantánamo, la sorveglianza di massa della NSA. Cheney ne fu il principale teorico, sostenendo la necessità di una presidenza quasi illimitata in tempo di minaccia.
In nome della sicurezza, il confine tra Stato di diritto e ragion di Stato venne cancellato. Il messaggio al mondo fu devastante: il Paese che pretendeva di incarnare l’ordine internazionale si arrogava il diritto di violarlo quando si sentiva in pericolo. Le dittature presero esempio, giustificando i propri campi e le proprie leggi d’eccezione. La “guerra al terrore” divenne una macchina per normalizzare l’illegalità e indebolire la credibilità morale dell’Occidente.
Un costo umano e politico incalcolabile
I neoconservatori promettevano un mondo più sicuro. Hanno lasciato in eredità un Medio Oriente destabilizzato, città ridotte in macerie, società lacerate dalle divisioni confessionali e un’intera generazione di veterani americani segnata dai traumi. Concentrandosi sull’apparato militare e ignorando le realtà sociali dei Paesi colpiti, Cheney e i suoi alleati crearono proprio ciò che dicevano di voler combattere: più terrorismo, più risentimento, più radicalizzazione.
All’interno degli Stati Uniti, la paura permanente giustificò bilanci militari smisurati a scapito di sanità, istruzione e infrastrutture. I servizi segreti si abituarono a poteri intrusivi difficili da revocare. La cultura politica si militarizzò: essere “duri” divenne la condizione minima per essere credibili, anche dopo il fallimento evidente della guerra irachena.
Il neoconservatorismo, matrice della crisi americana
Paradossalmente, alcuni necrologi ricordano oggi le critiche di Cheney a Donald Trump, che egli considerava una minaccia per la democrazia americana. Ma la verità è che il trumpismo non è l’opposto del mondo costruito da Cheney: ne è il figlio diretto. La sfiducia verso le istituzioni, l’esasperazione per le menzogne di Stato, il rifiuto delle élite di Washington nascono anche dal modo in cui l’amministrazione Bush-Cheney manipolò l’opinione pubblica per fare la guerra. Quando un potere mente su questioni di vita o di morte, scava da sé la fossa della democrazia rappresentativa.
In altre parole, la crisi politica americana – polarizzazione, complottismo, ostilità verso i media – non può essere compresa senza tornare all’Iraq. Cheney non distrusse solo un Paese straniero; incrinò il suo stesso Paese mostrando che la ragion di Stato poteva calpestare la verità senza conseguenze.
Un bilancio che né il tempo né gli elogi possono cancellare
Come spesso accade, la morte di un uomo politico suscita indulgenza: si celebrano “la carriera eccezionale”, “il senso dello Stato”, persino “il patriottismo”. Ma la scala dei danni impone di resistere a questa tentazione. Il programma neoconservatore, di cui Cheney fu uno dei principali artefici, è costato centinaia di migliaia di vite, ha indebolito il diritto internazionale, banalizzato la tortura, accelerato la crescita del jihadismo e alimentato la crisi di fiducia che corrode le democrazie occidentali.
Non si tratta di negare la complessità dell’uomo, né le successive divergenze con il suo campo politico. Si tratta di ricordare che alcune decisioni lasciano cicatrici più profonde delle biografie. In questo senso, Dick Cheney resterà come il simbolo più netto di un’epoca in cui la potenza militare si credeva al di sopra delle regole e in cui un piccolo gruppo di ideologi impose al mondo una visione semplicistica, brutale e infine perdente della supremazia americana. È questa impronta, più degli elogi dei suoi pari, a definire davvero la sua eredità