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Politica

Di nuovo tu? Rocket Man Kim ritrova il vecchio amico The Donald

Adesso che Donald Trump è tornato alla Casa Bianca che cosa succederà tra il neo presidente Usa e Kim Jong Un?

“Lui parla e le persone scattano sull’attenti per ascoltarlo. Anche io vorrei che le persone facessero lo stesso con me”. Durante gli anni della sua prima presidenza, Donald Trump parlava così di Kim Jong Un. Anzi: in realtà il tycoon lo aveva inizialmente definito “uomo razzo”, “cagnolino malato”, “crudele dittatore della Corea del Nord”, salvo poi passare a “Chairman”, presidente, e addirittura “caro amico”. Adesso che Trump è tornato alla Casa Bianca che cosa succederà tra lui e Kim Jong Un? Un Kim, tra l’altro, diversissimo rispetto a quello incontrato per tre volte da The Donald, e con il quale il leader dei Repubblicani stava per concludere uno storico accordo diplomatico.

Oggi il capo di Stato di Pyongyang è più consapevole dei propri mezzi; è maturato moltissimo come uomo e come persona; ha acquisito peso internazionale e, soprattutto, il suo arsenale militare ha fatto progressi inimmaginabili. Kim ha poi creato dal nulla una partnership d’acciaio con la Russia di Vladimir Putin e – pare – avrebbe inviato migliaia e migliaia dei suoi soldati in Ucraina al fianco delle forze del Cremlino.

Il giovane leader, in passato sconosciuto e fin troppo denigrato dalla stampa occidentale, è ormai diventato uomo fatto e finito. E non ha più paura di niente.

Un nuovo incontro?

“Andavo molto d’accordo con Kim. Andavo d’accordo con i nordcoreani, ed eravamo persino riusciti a fermare i loro test missilistici. Ora la Corea del Nord si sta ribellando. Quando torneremo, riprenderò ad andare d’accordo con Kim. Anche lui vorrebbe vedermi di nuovo. Penso di mancargli…”, ha dichiarato Trump durante il suo discorso di accettazione come candidato repubblicano alle elezioni presidenziali di luglio.

Ammesso e non concesso che Trump decidesse davvero di tornare a bussare alla porta di Kim, bisognerà capire se quest’ultimo sarà disposto ad aprirla. Già, perché il leader del Nord è ancora offeso dall’improvvisa uscita di scena di Trump dal summit di Hanoi, e potrebbe anche rifiutarsi di lavorare nuovamente con il tycoon. A meno che… il repubblicano non offra grandi (e concreti) benefici a Pyongyang.

Ma a cosa è interessato il governo nordcoreano? L’alleggerimento delle sanzioni ma anche un progressivo allontanamento degli Stati Uniti da Corea del Sud e Giappone. Due Paesi con i quali, sotto l’amministrazione Biden, Washington ha stretto importanti rapporti militari proprio per contenere Kim.

“Qualsiasi governo entrasse in carica negli Stati Uniti il clima politico non cambierebbe e, di conseguenza, non ci preoccuperemo di questo”, scriveva la Korean Central News Agency, l’agenzia di stampa nordcoreana, prima delle elezioni Usa. E su Trump? È un politico che “ha cercato di riflettere le speciali relazioni personali tra i capi di Stato”, senza però aver stimolato “alcun cambiamento positivo sostanziale”.

Dove eravamo rimasti

Per la cronaca, l’ultimo incontro ufficiale tra Kim e Trump si era concluso con un fuggi fuggi generale e i giornalisti a chiedersi cosa diavolo fosse successo nelle blindatissime stanze dell’Hotel Metropole di Hanoi. Era il marzo 2019 e il Vietnam ospitava il secondo meeting Usa-Corea del Nord. Sembrava che i due leader potessero trovare un accordo, anche minimo, per iniziare a smussare le tensioni internazionali.

Dopo i loro sorrisi e i segnali di amicizia immortalati a Singapore soltanto pochi mesi prima, sembrava davvero la volta buona. E invece, contro ogni aspettativa della vigilia, il secondo vertice Kim-Trump avrebbe avuto lo stesso effetto di un buco nell’acqua: colloqui interrotti, versioni contrastanti e zero intese sul doppio tema delle sanzioni contro Pyongyang e della denuclearizzazione nordcoreana. Ognuno per la sua strada, entourage nervosi, falchi dei due Paesi pronti ad invadere i tavoli diplomatici.

A poco sarebbe servita una successiva, storica, improvvisata, stretta di mano tra Kim e Trump nella Zona Demilitarizzata nel giugno 2019. Di lì a poco, i destini dei due presidenti avrebbero imboccato percorsi diversi mentre all’orizzonte iniziavano a spuntare altri problemi: la pandemia di Covid-19, la sconfitta di The Donald alle elezioni del 2020, la presidenza di Joe Biden, lo scoppio della guerra in Ucraina…

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