Da nuovo ministro degli Esteri Luigi Di Maio dovrà affrontare una serie di dossier di primaria importanza. Il capo politico del Movimento cinque stelle assume, dopo l’impegnativa esperienza di vicepremier, ministro dello Sviluppo economico e ministro del Lavoro nel primo governo Conte, la strategia funzione di capo della Farnesina in una fase che vede un contesto internazionale in continua ebollizione: dai problemi più vicini alle sponde italiane, come la questione migratoria e le crisi di Libia e Algeria che mettono a repentaglio parte dell’import energetico italiano, alle questioni di portata globale concernenti la sfida tra potenze (Stati Uniti, Russia, Cina) passando per dossier scottanti come Iran e Venezuela Di Maio dovrà assieme al premier Giuseppe Conte gestire questioni che potrebbero condizionare il futuro di una media potenza come l’Italia.

Sotto certi punti di vista la nomina di Di Maio alla Farnesina ha suscitato perplessità per la giovane età e la relativamente scarsa attenzione dimostrata dal capo politico pentastellato alle questioni di politica internazionale, non a caso passate in subordine nella stesura del programma di governo col Partito democratico. D’altro canto, la scelta del capo politico del primo partito rappresentato in Parlamento di assumere la guida degli Esteri porterà inevitabilmente l’agenda internazionale a risultare primaria nella definizione degli equilibri dell’esecutivo e, tema non secondario, potrebbe di conseguenza attrarre una quantità crescente di risorse economiche su una branca dell’esecutivo negli ultimi anni svuotata progressivamente di fondi e disponibilità.

Gli uomini chiave della Farnesina

E tale centralità politica rafforza il ruolo dell’apparato interno alla Farnesina, rodato sistema basato sul coordinamento delle centrali diplomatiche e informative sparse per il mondo che ha la sua figura apicale nel Segretario generale del ministero degli Esteri Elisabetta Belloni. Classe 1958, la Belloni occupa tale posizione dal 2016 ed è donna d’apparato dal lungo trascorso nella carriera diplomatica e amministrativa, tra cui spicca la direzione dell’Unità di crisi della Farnesina (2004-2008). Stimata e rispettata da Di Maio anche prima del fragoroso successo del Movimento alle elezioni politiche del 2018, tanto che girarono voci dell’interessamento del partito alla Belloni come ministro degli Esteri ideale di un governo pentastellato, la Belloni è stata la prima persona a incontrare il neo titolare del dicastero dopo il passaggio di consegne con Enzo Moavero Milanesi.

Incontrandosi a cena nella serata del 5 settembre, la Belloni e Di Maio hanno iniziato a delineare la struttura futura della Farnesina. E in tal senso è da ritenere cruciale il consiglio dato dalla prima al secondo sulla nomina del capo di gabinetto del ministero, che Di Maio ha colto al volo scegliendo per la posizione l’ambasciatore italiano in Cina, Ettore Sequi.

Sequi sarà dunque, assieme alla Belloni, l’uomo chiave della nuova Farnesina. La sua nomina è significativa, certificando la rilevanza data dalla Farnesina nel suo insieme alle relazioni con Pechino nel rispetto dell’ancoraggio europeo e atlantico del Paese che per il ministero è storicamente ritenuto prioritario. La Farnesina, in un certo senso, appoggia l’apertura di Di Maio alla Cina culminata nella firma al Memorandum per la Nuova Via della Seta da parte di Conte e Xi Jinping nel marzo scorso, ma reintegrando Sequi nei suoi ranghi a Roma mira a portarla avanti con la guida diplomatica esperta di un conoscitore diretto dell’Impero di Mezzo. E non a caso la mossa arriva a pochi giorni di distanza da una scelta di segno opposto nei confronti di Pechino, ovvero il rilancio del decreto sul Golden power nel settore tecnologico che inquieta Huawei e le aziende simili e che era in prima battuta decaduto pochi giorni prima della crisi del governo Conte I.

Due guide per Di Maio

La Belloni e Sequi appaiono dunque come i “pretoriani” di Luigi Di Maio, uomo che per esperienza internazionale e conoscenza geopolitica necessita senz’altro di consiglieri di primo livello per colmare oggettivi limiti personali ma d’altro canto è tra gli esponenti più istituzionalizzati del Movimento cinque stelle e tra i pochi suoi leader ad aver capito la necessità di affidarsi ad apparati politico-burocratici che sanno portare avanti scelte strategiche e procedure indipendentemente dall’avvicinarsi dei ministri. Rappresentando, nel caso della Farnesina, la continuità della nostra politica estera. Che ora necessita di chiare, precise scelte strategiche per vivacizzare l’interesse nazionale: come rapportarsi nella sfida politica ed economica Usa-Cina? Che politica energetica e diplomatica applicare nel Mediterraneo? Come vagliare l’apertura alla Cina in termini di investimenti e sicurezza? Che approccio avere nei confronti della crisi in Libia? Nodi gordiani che andranno sciolti per capire l’atteggiamento e la capacità d’azione dell’Italia e la cui risoluzione potrà avvenire solo rafforzando le capacità decisionali del ministero degli Esteri.