Luigi Di Maio è in visita negli Emirati Arabi Uniti. E non è un viaggio particolarmente semplice. Il ministro degli Esteri ha inaugurato a Dubai il padiglione Italia per l’Esposizione 2020, come “inno alla sostenibilità e all’economia circolare” e ha parlato del cuore italiano dell’Expo come di “un viaggio esclusivo nell’Italia della bellezza attraverso la potenza evocativa del ‘Made in Italy'”. Ma tra un “orgoglio italiano” e il giusto post alle “aziende innovative italiane”, Di Maio è arrivato negli Emirati soprattutto per tentare una mossa molto difficile: provare a ricucire con un paese che si considerava un partner fondamentale di Roma nel Golfo Persico e che invece si è visto tagliare accordi e contratti.

Non si può certo parlare di relazioni totalmente bruciate: ma certamente non c’è più quella sinergia che un tempo caratterizzava le relazioni tra Italia ed Emirati. E in larga parte il “merito” va proprio allo stesso Di Maio e al suo ex premier, Giuseppe Conte, che tagliò l’export di armi a Riad (includendo anche Abu Dhabi) per il coinvolgimento nella guerra in Yemen. Mossa che replicò quanto fatto da Joe Biden appena insediato, ma con il risultato che se l’alleanza Usa-Emirati non è stata scalfita grazie agli effetti degli Accordi di Abramo e dello sblocco degli F-35, per l’Italia si è tramutata in un buco nero di accordi stracciati e di partnership messe seriamente a rischio.

La scelta di Conte e di Maio si inserire gli Emirati nella famigerata lista dell’Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) ha sortito effetti sensibili. Innanzitutto perché Abu Dhabi si era defilata da tempo dalla disastrosa campagna yemenita voluta da Mohammed bin Salman. Ma oltre a questo, l’Italia ha subito anche la rappresaglia emiratina con il taglio di alcuni accordi mentre le armi non vendute da Roma sono state semplicemente sostituite da quelle di altre nazioni, a partire dalla Germania (colpendo di fatto solo la fabbrica italiana in Sardegna). Se a questo si aggiunge che nel giro di poche settimane Washington ha rivisto lo stop ai caccia venduti agli EAU, si può comprendere abbastanza bene l’avventatezza della mossa italiana. Sostanzialmente ininfluente a livello economico per gli Emirati ma allo stesso tempo disastrosa per la strategia dell’Italia nel Golfo Persico e non solo.

Se Di Maio arriva negli Emirati con il “credito” di queste scelte politiche nei confronti del regno di Mohammed Bin Zayed, l’Italia dall’altro lato rischia di avere il terreno bruciato anche dai cambiamenti avvenuti in questi anni nella “Sparta” del Golfo. Una fonte di InsideOver racconta di come negli ultimi tempi ad Abu Dhabi sia notevolmente cambiato il quadro delle personalità di spicco in ambito militare, e di come questo abbia avuto una sua influenza nei rapporti con l’Italia. “Molti quadri dell’intelligence e dell’intellighenzia emiratina si formavano in Italia, e questo avviene anche ora” spiega la fonte, “ma l’Italia, che firmava accordi soprattutto nel settore navale, non ha saputo fare sistema. Così quando sono stati sostituiti i vertici, al comando non ci sono più stati gli uomini formati in Italia o che avevano avuto rapporti con le nostre aziende strategiche, ed è diventato molto difficile replicare la partnership”. “Dopo gli errori, recuperare adesso è quasi impossibile – continua la fonte – perché nel frattempo altri Paesi si sono portati molto avanti, a partire da Israele, Germania e Stati Uniti. E questo è un problema, perché noi negli Emirati eravamo di casa, era la nostra base di partenza sia per l’Asia Centrale che per l’Indo-Pacifico”.

La questione diventa ancora più importante se si pensa agli ultimi sviluppi della politica mediorientale e della politica estera italiana nell’area. Gli Emirati, dopo gli Accordi di Abramo sponsorizzati da Donald Trump, hanno normalizzato i rapporti con Israele e cementato le relazioni con altri partner Ue, a cominciare da Cipro e Grecia. L’asse tra Abu Dhabi, Gerusalemme, Atene e Nicosia è oggi estremamente rilevante. E questa partnership può anche essere declinata in Libia, dove gli EAU hanno sempre sostenuto la Cirenaica di Khalifa Haftar insieme all’Egitto contro la Tripolitania sostenuta da Italia, Turchia e Qatar.

A questi cambiamenti di ordine geopolitico, si è aggiunta poi in questi ultimi mesi la strana politica italiana. I rapporti con i maggiori partner mediorientali, e cioè Egitto, Emirati e Turchia, sono diventati molto fragili e hanno raggiunto dei livelli estremamente bassi, quasi da rottura diplomatica. Il rischio però è di avere sempre più avversari e competitor mentre gli alleati Oltreoceano ed europei continuano a fare affari come se nulla fosse e anzi sfruttando proprio gli errori compiuti da Roma. Il risultato è politico ma anche economico: ogni commessa persa coincide non solo con rapporti strategici traballanti (specie in paesi dove i militari hanno un ruolo politico notevole), ma anche con miliardi in fumo e con aziende che sono costrette a non lavorare.