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Luigi di Maio si ricorda che sotto casa, in Libia, sta per esplodere un nuovo inferno. Ma forse, anzi, sicuramente, con un ritardo talmente ampio che ormai è difficile credere che l’Italia si stia muovendo con una propria reale strategia.

Martedì è previsto il primo viaggio del capo della Farnesina nel Paese nordafricano proprio per incontrare Fayez al Serraj: quello che in teoria è uno dei nostri migliori alleati in territorio libico. Insieme a Serraj, il ministro degli Esteri incontrerà Ahmed Maitig, il vice-presidente. Due incontri che dovrebbero essere l’immagine di un’Italia che prova a tornare protagonista nello scenario dell’inferno libico, ma che in realtà dimostra tutto il contrario: è la prova che Roma si muove soltanto dopo il mini vertice di Bruxelles tra Giuseppe Conte, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Insomma, dopo il placet dell’asse franco-tedesco, con l’Italia che ha provato a ribadire la sua presenza fondamentale nello scacchiere della Libia, anche il governo giallo-rosso ha deciso di prendere parte alle trattative sul delicato fronte libico. Ma non solo è un intervento tardivo, ma anche, molto probabilmente, inutile.

L’Italia ha perso la Libia nel 2011, inutile negarlo. Ma la strategia seguita dagli ultimi governi è stata estremamente difficile da comprendere. E quando sembrava aver di nuovo intrapreso una linea chiara, è arrivata una serie di dietrofront e cambi div alleanze che non ha fatto altro che provocare lo scenario che abbiamo sotto gli occhi. il nostro alleato, Serraj, si è ormai completamente legato a Recep Tayyip Erdogan agli emiri del Qatar; Khalifa Haftar, che pure per mesi è stato in contatto con i nostri servizi segreti e con i nostri più alti funzionari, nonostante un rapporto estremamente difficile con l’Italia, di fatto esegue in base alle esigenze di altre potenze e superpotenze (Francia, Russia, e monarchie del Golfo in primis). Insomma, i maggiori contendenti non vedono l’Italia di buon occhio nonostante la Libia sia da sempre considerato un territorio in cui Roma ha contatti solidi e interessi strategici fondamentali. E questo risultato, che di certo non può essere addebitato a Di Maio, è stato sicuramente amplificato da un governo Conte che di fatto, nei primi cento giorni, ha rimosso la Libia dalla sua agenda. E che pur provando a chiedere continuamente sostegno alla comunità internazionale, non ha fatto molto per delineare una sua chiara roadmap sulla guerra che sconvolge un Paese a poche miglia dalle nostre coste.

Il problema è che mentre l’Italia latitava e provava a capire dove avesse sbagliato, e mentre l’Unione europea (e in generale l’Europa) si è spaccata e ha provato a evitare di capire cosa potesse realmente fare in Libia, le altre potenze hanno non solo preso il sopravvento sul conflitto, ma hanno anche rovesciato completamente i rapporti di forza. Anzi, quello che era il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite quale unico rappresentante della Libia si è di fatto trasformato nella costola nordafricana di Erdogan, assediato nella sua stessa capitale dall’esercito del generale Haftar. Mentre le forze della Cirenaica, sostenute da diversi Stati e con il supporto fondamentale della Russia, in pratica hanno in mano le chiavi del futuro libico. Uno scenario che rappresenta l’ennesimo grande fallimento di Italia, Europa e Occidente, tanto è vero che, come riporta Repubblica, pare che al forum Med di Roma organizzato da Ispi, l’emissario Onu Ghassan Salamè si sia lanciato come una furia proprio su Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, colpevoli, a suo dire, di non aver fatto assolutamente nulla. Parole dure che, evidentemente, hanno smosso almeno in parte Palazzo Chigi che manda il capo della Farnesina in missione in Africa.

Era ora, verrebbe da dire. Ma c’è poco da sorridere. Dopo aver gestito in maniera pessima le varie crisi che attanagliano il suo partito e con un partito che traballa, adesso il capo politico grillino torna a ricordarsi il suo ruolo da ministro degli Esteri e si ricorda che a pochi passa dalla Sicilia c’è una guerra che può colpire il nostro gas, il nostro petrolio, la nostra sicurezza e la nostra strategia mediterranea. Troppo tardi. L’accoglienza per Giggino l’Africano sarà a dir poco fredda, visto che Serraj è sull’orlo della caduta e l’Italia ha fatto melina su ogni richiesta d’aiuto. Ora che il leader libico si è gettato tra le braccia del Sultano turco, sembra impossibile che il governo giallo-rosso possa fare qualcosa per fargli cambiare idea. L’hanno abbandonato tutti, l’Italia per prima. E adesso Di Maio prova a ricucire ferite ormai difficili (se non impossibili) da sanare. La Libia l’abbiamo persa. E forse il capo della Farnesina, inconsciamente, se n’è reso conto. Dimenticandosene.

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