Luigi Di Maio vola negli Stati Uniti e la richiesta è sempre la stessa: “Dateci una mano”. Un mantra che si ripete con una certa insistenza da anni. Con l’Italia (prima giallo-verde, poi giallo-rossa e ora draghiana) che spera che gli Stati Uniti diano finalmente il loro placet a una regia di Roma nella transizione libica, e gli Stati Uniti che confermano la grande alleanza con l’Italia nel Mediterraneo.

Tutto secondo copione. Ma è un copione che ora rischia di essere particolarmente difficile da rispettare, perché nel frattempo le cose sono cambiate, anche se pochi se ne sono accorti fino ad ora. L’Italia si presenta al mondo con un premier come Mario Draghi che può certamente avere un peso specifico notevole nelle trattative con i poteri che contano. Ma quanto accaduto in questi anni nel Mediterraneo non può essere cancellato di punto in bianco. Gli errori si pagano ed è difficile credere che da Washington tirino una riga, si gettino tutto alle spalle, scarichino altri alleati e diano tutto in mano a Palazzo Chigi e Farnesina. Specialmente perché in Libia gli Stati Uniti non hanno mai avuto troppi interessi, se non quelli di evitare che i russi (e in parte anche i cinesi) prendessero il sopravvento.

Il problema è tutto nella percezione. Per l’Italia, la Libia è di vitale importanza. Da qui partono i flussi migratori che fanno rotta verso le coste italiane, qui passano le rotte del gas e del petrolio, qui lavorano le nostre aziende ed è qui la prima linea della proiezione strategica di Roma. Lo è da sempre e non cambierà mai questa percezione. Perché è la geografia a imporre che gli interessi italiani passino anche per la Libia.

Diverso è il caso degli Stati Uniti. A Washington il problema del Mediterraneo è un problema sostanzialmente di “confine”. Non è certamente quella l’area in cui si concentra il mirino americano, che è da tempo spostato sull’Indo-Pacifico o al limite sul Medio Oriente e al confine orientale della Nato. Il problema del Mediterraneo è legato principalmente alla libertà di passaggio e all’assenza di potenze rivali: Russia e Cina. Il resto non è un tema che attrae particolarmente le attenzioni americane, tanto è vero che dopo la guerra contro Gheddafi (scatenata soprattutto per i desiderata francesi) quella che è apparso chiaro che agli Usa non interessasse davvero il caos scatenato dopo la caduta del colonnello. L’uccisione dell’inviato Usa a Bengasi nel 2012 fu la certificazione della fine di un impegno mai troppo voluto.

In questa partita di interesse italiano e disinteresse Usa, si è inserita inevitabilmente la Turchia. Un Paese che ha sostenuto, nel 2011, la fine di Gheddafi, che ha da sempre avuto più di un occhio di riguardo per la transizione libica, e che in questi anni ha trasformato l’impegno politico in impegno militare ed economico trasformando la Tripolitania in un protettorato turco. La facilità con cui la Turchia è arrivata in Libia è in larga parte dovuta proprio agli errori italiani (ed europei) e al disinteresse americano. L’Europa si è mostrata divisa e non ha mai avuto il coraggio di sostenere apertamente solo Fayez al Sarraj, ammiccando anche al generale Haftar. Lo stesso ha fatto l’America, ma con il solo vero obiettivo di evitare che Mosca prendesse il sopravvento. Il resto era un problema di secondo piano: chiaro quindi che Ankara abbia fatto il suo gioco ma anche il “lavoro sporco” di chi non voleva che un alleato russo arrivasse con le forze della Wagner fino alla capitale libica.

Questo complesso mosaico libico mostra perché alle richieste italiane di una “benedizione” americana in Libia non abbia mai fatto davvero seguito un impegno concreto di Washington. Da un lato perché gli Stati Uniti non si fidano ciecamente dell’Italia – che in questi anni ha mostrato alcuni tentennamenti sulla via della Seta sui rapporti con Mosca – e dall’altro perché è difficile per gli Usa sostenere pienamente la linea italiana (che poi è quella Onu e quindi Usa) quando sul campo sono i turchi ad avere in mano la situazione. E sono gli stessi turchi che, di fatto, rappresentano attualmente l’unica barriera all’avanzata delle milizie della Cirenaica. E quindi della Russia e alleate dell’Egitto. L’Italia dal canto suo può offrire una conoscenza pressoché unica del panorama libico, ha una rete di aziende coinvolte sul territorio, conosce benissimo le tribù, le milizie e ha legami con le più importanti città-Stato del ginepraio libico. Ma agli Stati Uniti non interessa quanto può dare l’Italia al posto della Turchia, interessa semplicemente che qualcuno lavori per fermare i russi ed evitare il caos. Lavoro molto difficile finché Erdogan non deciderà di mandare via i mercenari che combattono in Tripolitania e la sua ramificata rete di intelligence e di militari. E l’arrivo del governo turco in massa ad Ankara non aiuta certo a fornire un’immagine disimpegnata della Turchia in Libia. Tanto è vero che ieri Anthony Blinken, incontrando Di Maio, gli ha fatto capire che è importante che Ankara resti agganciata alla Nato. Tradotto: ora ci interessa avere Erdogan al nostro fianco. E questo si capisce anche dall’escalation in Ucraina, dove il presidente turco ha già mostrato di avere ottimi rapporti con Kiev e di potere (e volere) fare da mediatore.

La differenza di percezione tra Roma e Washington è quindi notevole. Le armi contrattuali per l’Italia sono poche rispetto a quelle che offrono i turchi – dal Mar Nero a Montreux fino alla Libia – e gli errori della politica estera degli ultimi anni, in cui Di Maio era ben presente, non aiutano certo a fornire un quadro più roseo. Lo conferma anche il fatto che il ministro degli Esteri ha parlato con gli Usa dei vaccini per “non subire lo charme di Cina e Russia”. Parole che di certo non indicano una presa di posizione nettamente rivolta all’Atlantico e a cui Blinken ha risposto in modo categorico: “Prima gli americani”. Sintesi perfetta.