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In Svezia avanza, ma non stravince, la destra di Jimmie Akesson. Svezia Democratica non ha raggiunto i numeri ipotizzati da alcuni sondaggi decisamente ottimisti per la destra svedese, ma può comunque cantare vittoria. I numeri sono chiari. Il consenso nei riguardi del partito di Akesson è salito dal 4,7% delle ultime elezioni a quota 17,6%. In pratica, un milione e centomila elettori svedesi hanno voluto che Stoccolma fosse guidata da un partito considerata, nella migliore delle ipotesi, nazionalista.

Le elezioni svedesi confermano un andamento presente ormai in tutta Europa: la destra, quella che propone ricette più radicali, avanza e si consolida nell’opinione pubblica. Oggi non si può più parlare di sorprese. Perché è considerata una sorpresa il contrario. È la destra (più o meno estrema) a essere il vero comune denominatore delle recenti tornate elettorali occidentali. Una dimostrazione del fatto che l’elettorato del continente si stia abituando a considerare questi movimenti una risposta adeguata ai problemi che offrono i governi.

I problemi sono più o meno gli stessi. E le proposte, con le loro differenze dovute ai diversi Paesi in cui si declinano, sono quasi sempre simili. La lotta all’immigrazione clandestina, l’affermazione della sovranità nazionale, il contrasto all’Europa unita a livello politico e alle proposte di Bruxelles, sono tutti fattori comuni di questa sorta di “internazionale populista” che si sta espandendo dal Mediterraneo alla Scandinavia, forse unico vero collante di un’Europa in cerca di identità.

In questa espansione delle destra, pesa soprattutto un tema fondamentale forse non sempre compreso, specialmente da quel mondo mainstream che le contrasta: le destre radicali non fanno più paura. E agitarle come spauracchio dipingendole come pericoli per la democrazia, non è più un messaggio ascoltato dalle masse elettorali. Anzi, è vero a volte il contrario, che l’attacco diretto contro questi partiti è spesso il volano per fornire ad essi ulteriori consensi. Una sorta di reazione emotiva a un mondo di partiti tradizionali che, in questi anni, non ha saputo dare risposte.

Ecco: le risposte. Forse è questo il vero motivo per cui oggi la destra, da Atene a Parigi, da Roma a Stoccolma, non fa più paura. Nella maggior parte dei casi non c’è una vera e propria appartenenza ideologica a questo voto identitario o sovranista, ma c’è più che altro il desiderio di trovare risposte nuove e a problemi che la globalizzazione ha creato e che non si riesce a dominare. Il voto non può essere considerato “di protesta”, così come è pericoloso definirlo “di pancia”. Nella maggior parte è un voto che, come quelli precedenti, nasce dalla necessità di scoprire alternative a una realtà politica che, in Europa, piace a un numero sempre minore di persone.

Il fatto che in Svezia l’estrema destra sia passata dal quattro al 17 per cento dei consensi, non è perché il popolo svedese, in pochi anni, si è scoperto xenofobo o razzista. Evidentemente i motivi sono altri. Il primo, e probabilmente il principale, è che il modello svedese, quell’utopia di Stoccolma quale patria ideale basata sul welfare state e sull’accoglienza, è naufragata proprio sotto i colpi di chi credeva che fosse possibile perpetrarlo all’infinito. L’utopia si è trasformata in una distopia. E la destra ha lanciato una proposta: rivoluzionare quel modello per fare una completa inversione a U, soprattutto in tema di accoglienza, rispetto ai governi precedenti.

Dal momento che gli elettori svedesi non sono cambiati totalmente da un’elezione all’altra, è evidente che questa proposta ha trovato terreno fertile. Se la socialdemocrazia fallisce, non è perché gli elettori non son o andati a votare e si è puntato su un golpe, ma perché il consenso verso i partiti che propongono certi modelli è caduto di fronte all’evidenza che quel tipo di società offerto non è più confacente alle aspettative degli elettori.

La questione ora non deve essere più letta, per i partiti, come un’emergenza, ma come un qualcosa di sistemico. Le destre ci sono e, rispetto ai decenni precedenti, non sono più moderate o conservatrici. Sono destre diverse, nate come movimenti di rottura, e che aprono le porte a idee alternative di società. Siamo di fronte a un cambiamento culturale, prima ancora che elettorale, da parte della popolazione europea. Ed è un qualcosa con cui i movimenti tradizionali dovranno fare i conti. Perché le proposte di queste nuove destre affascinano e lo fanno, curiosamente, in tutta Europa.