Com’è cambiata la Cina negli ultimi anni? Tra sviluppo, Big Tech, trasformazioni economiche e nuovi equilibri di potere, ne abbiamo parlato con Gabriele Battaglia, giornalista che ha vissuto per più di dieci anni a Pechino, già corrispondente per la Radiotelevisione della Svizzera Italiana (RSI) e Radio Popolare, e scrittore. Il suo ultimo libro, in uscita a fine agosto, è “Gobi Express. Un viaggio fotografico su rotaia” (Meltemi).
Il libro nasce dalla tua esperienza in Cina. Com’è nato il progetto di “Gobi Express. Un viaggio fotografico su rotaia”?
“Il libro è il racconto di un viaggio, un viaggio in treno da Pechino, in Cina, a Ulaanbaatar, in Mongolia, da cui si diramano poi tante altre storie vissute in prima persona, analisi e impressioni. In un primo momento volevo fare un libro fotografico, un raccoglitore delle tante foto che ho scattato nei miei anni trascorsi in Asia. In seguito l’editor di Mimesis, Jonatan Peyronel Bonazzi, mi ha suggerito di costruire delle storie attorno a queste immagini. Abbiamo infine deciso di inserire nel testo anche delle mappe che consentissero al lettore di immergersi totalmente nelle esperienze narrate nel volume. Gobi Express è quindi un libro che unisce fotografie, racconti e mappe”.
Che esperienza è stata viaggiare nelle aree più remote della Cina?
“Nel libro ho utilizzato le ferrovie come metafora per descrivere lo sviluppo cinese. Una volta arrivato in Mongolia spiego però che questo stesso sviluppo ha avuto anche importanti impatti ecologici e ambientali, oltre che culturali e sociali. Certo, la Cina ha sollevato dalla povertà 800-900 milioni di persone in circa 40 anni, innescando un fenomeno mai visto nella storia dell’uomo, ma ha pure creato diversi problemi. In un capitolo, per esempio, racconto cosa è successo in Kirgizstan, in una delle frontiere vicine alla Cina: qui ci sono massicci investimenti cinesi nelle infrastrutture ma molto spesso questi investimenti hanno letteralmente tagliato fuori le popolazioni locali. Si crea così un malcontento che la Repubblica Popolare Cinese sconta in termini di soft power. In ogni caso non traggo conclusioni definitive. Pongo dei dubbi, degli spunti di riflessione”.
Che Cina hai trovato?
“Ho vissuto in Cina per una decina di anni. Lo definirei un Paese entusiasmante e dinamico. Non a caso nel mio libro precedente, Massa per Velocità, ho usato questo titolo per far risaltare una specie di effetto moltiplicatore. E cioè: in Cina sono successe tantissime cose, che hanno riguardato grandi numeri, ad una velocità pazzesca”.
E com’è cambiata oggi la Cina?
“La città è cambiata molto. Pechino, per esempio, è passata da essere una megalopoli in piena esplosione – con tutte le contraddizioni del caso e caotica – a una realtà dove ha iniziato a emergere il pugno del potere da tutti i punti di vista. Si sono innescati diversi processi urbanistici, sono stati espulsi tutti quei migranti ritenuti superflui per una metropoli moderna, polo di eccellenza e di alto valore aggiunto. In sostanza, è apparso una sorta di filtro all’ingresso. Con la pandemia di Covid sono riusciti a perimetrarla ancora di più. Ho visto la Cina passare da un discreto livello di tecnologia a un Paese in cui la tecnologia è diventata letteralmente pervasiva. Ti dico questo: oggi in Cina se non hai WeChat o Alipay non fai assolutamente nulla. La “grande palestra” che ha consentito alla tecnologia di diventare preponderante è coincisa, appunto, con l’emergenza sanitaria”.

Si è così innescato un processo paradossale…
“A fine 2020 il potere cinese ha avviato un giro di vite sulle grandi aziende tecnologiche che si erano sviluppate in maniera disordinata ed eccessiva per tutto il decennio precedente. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Quando Jack Ma ha attaccato il sistema finanziario cinese basato sulle grandi imprese di Stato. A quel punto è scattata un’operazione di repressione soft e lo stesso Jack Ma ha visto evaporare lo sbarco in Borsa della sua Ant Financial. Il governo cinese ha di fatto rimesso sotto controllo i grandi gruppi tecnologici. Non solo Alibaba di Ma, ma anche Tencent, Baidu e così via. C’è però un paradosso: in quello stesso periodo di emergenza sanitaria le autorità avevano dato a due aziende private – Tencent e Alibaba – un potere enorme”.
In che senso?
“Durante la pandemia potevi muoverti solo attraverso il tuo codice verde sul cellulare, e il codice verde veniva fuori dalle app di WeChat e di Alipay. Il potere pubblico conferiva a due privati il compito di controllare vita, morte, miracoli e spostamenti della popolazione. Oggi il Partito Comunista Cinese ha rimesso in riga le Big Tech del Paese e c’è un nuovo equilibrio tra i grandi imprenditori hi-tech e il governo”.
Ci sono stati altri cambiamenti? C’è chi fa notare come il Paese si sia chiuso agli occidentali.
“In realtà adesso la Cina è apertissima. Il segno più più chiaro è il fatto che i cittadini di molti Paesi – Italia compresa – non hanno più bisogno del visto per visitarla. Non aiuta questo montante sentimento anti-cinese pompato dai media atlantici. Mentre nei miei primi anni in Cina percepivo un enorme curiosità da parte degli italiani e degli europei nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, oggi sembra che tutti abbiano capito tutto di questo Paese. Anche chi non c’è mai stato. In tutto questo la Cina ha perso le speranze e non si fa più illusioni: sul fronte giornalistico sono loro che adesso vogliono raccontare la loro storia”.
Parliamo del grande dilemma dell’economia cinese: per i media occidentali Pechino è sempre sul punto di fallire, poi però i dati dicono altro. Dove sta la verità?
“Questa cosa che la Cina è sull’orlo del fallimento la sento da sempre. In realtà mi sembra che le più recenti interpretazioni – anche da parte di osservatori economici di solito critici nei confronti della Cina – non siano più, come dire, così negative. In ogni caso, oltre ai China Haters ci sono anche i China Lovers, per i quali tutto quello che fa la Cina è perfetto, giusto e azzeccato. In realtà non è così perché la Cina ha oggettivamente un problema: Pechino deve capire come rilanciare la crescita dopo che si è conclusa la fase dell’inondazione dei mercati occidentali delle merci Made in China a basso costo. Non ci sono, dunque, solo le politiche anti cinesi, i dazi di Trump e la guerra commerciale con gli Usa a creare scompiglio. Per rilanciare un’economia avanzata ci sono due modi”.

Quali?
“Uno coincide con lo sviluppo dei consumi interni, l’altro con il salto tecnologico. La Cina è a metà strada, sta cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. È però innegabile che Pechino stia spingendo tantissimo su una svolta tecnologica, e questo perché l’hi-tech è ciò che gli permette di competere sui mercati internazionali e perché un eventuale conflitto futuro sarà ad altissima componente tecnologica”.
E i consumi interni?
“Non riescono ancora a farli decollare come vorrebbero, ma per riuscirci dovrebbero veicolare più risorse economiche verso i ceti subalterni e creare un Welfare state accettabile, la qual cosa è al momento ancora problematica. Comunque, per quest’anno, hanno posto come obiettivo una crescita di circa il 5%. Va bene che in Cina gli obiettivi economici sono profezie che si autoavverano, ma nel primo semestre dell’anno si sono attestati intorno al 5,3%”.
Non conosciamo bene l’economia cinese, conosciamo ancora meno Xi Jinping. Qual è il suo obiettivo?
“Xi Jinping è il Partito Comunista Cinese. La descrizione che facciamo quasi sempre di lui in Occidente è molto filtrata da alcuni vizi di forma tipicamente occidentali. In primis, siamo soliti celebrare sempre il grande individuo. In realtà Xi è l’uomo forte in tempi di crisi. Dopo un decennio – quello del presidente Hu Jintao e del primo ministro Wen Jiabao – durante i quali non sono stati risolti i problemi cinesi, e a fronte di un probabile peggioramento della situazione internazionale, il Partito ha scelto la figura migliore per affrontare il nuovo contesto. Quella figura è coincisa con Xi. E però, appena salito al potere, lo stesso Xi ha avviato una grande campagna anti corruzione, in qualche modo raffigurandosi come elemento quasi esterno al Pcc, perché il Partito era al minimo storico del consenso a causa della corruzione interna, della diseguaglianza crescente, delle prevaricazioni”.
E quindi?
“Xi ha fatto riacquistare consensi al Partito. Eppure non è un carismatico, non è un leader alla Mao Zedong, non è un intellettuale, non è Zhou Enlai. Il Partito ha necessariamente costruito un solido culto della personalità attorno alla figura del presidente. Dunque, quando leggiamo quello che fa Xi Jinping non dobbiamo leggerlo quasi come se fosse una sua azione individuale, bensì come l’azione necessaria – in quel preciso momento – dal punto di vista del Partito. La stessa piazza pulita effettuata da Xi all’interno del Pcc con la campagna anti corruzione era una precisa esigenza del Partito. Così come era un’urgenza quella di centralizzare una serie di organismi istituzionali”.

Che differenza c’è tra la Cina che conoscono gli occidentali, quindi Pechino e Shanghai, e la Cina profonda?
“Sono due mondi molto diversi ma tenuti insieme da una comune matrice culturale: quella che generalmente chiamiamo confuciana. Con questo ho molto discusso anche con Andrea, un amico e compare di lavoro che ha vissuto 40 anni in Cina. Cito un paio di sue intuizioni. La prima: a suo avviso, a parità di grandezza, l’Europa è molto più eterogenea e diversificata rispetto alla Cina. La Cina è estremamente complessa ed è un continente, però dal punto di vista culturale – minoranze a parte che però sono meno del 10% della popolazione – ha una cultura predominante quasi omogenea. Trovi lo stesso stile architettonico, le stesse pagode, le stesse strutture dai confini con la Corea del Nord allo Yunnan. Il motivo? La Cina è stata un impero fino al 1911 e non ha vissuto, come l’Europa, una disarticolazione in Stati-nazione, con relative culture e miti fondativi, durata secoli”.
E l’altro punto da sottolineare?
“Andrea ha vissuto in Cina provando spesso una certa frustrazione per il fatto che qualsiasi cinese sia convinto che, in fondo, nessun occidentale capirà mai veramente la Cina. Il mantra è che gli stranieri non capiscono la Cina, non capiscono il Paese, non capiscono la sua cultura. E non la capiranno mai per il fatto di essere, appunto, stranieri”.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

