La storia dello Stato di Israele è nata proiettata molto a sinistra o, almeno, nella sinistra sionista. I padri fondatori del Paese hanno avuto nella laicità delle istituzioni e nelle esperienze agricole dei kibbutz i pilastri principali della loro linea politica. Non a caso, a dominare la scena per i primi 29 anni di storia israeliana è stato il Partito Laburista. La formazione, nota fino al 1968 con il nome di Mapai, ha espresso tutti i primi ministri dal 1948 fino al 1977, anno in cui Israele per la prima volta ha avuto un governo di destra. Nonostante la concorrenza del Likud, i laburisti hanno mantenuto un ruolo importante nella vita politica del Paese fino allo scorso decennio. Poi è arrivata la totale marginalizzazione, l’erosione del consenso e quasi la scomparsa definitiva. Adesso il trend sembra essersi invertito: dopo la fondazione del Partito Democratico, arrivata nel 2024, i sondaggi sembrano delineare un importante ritorno della sinistra in parlamento.
La fine del “bipolarismo”
La lenta agonia del partito laburista israeliano si spiega, in primo luogo, con i cambiamenti occorsi all’interno della società. Nei kibbutz oggi vive soltanto l’1% della popolazione, l’economia negli anni ’90 è stata fortemente liberalizzata e negli ultimi 20 anni l’opinione pubblica ha virato verso destra. Ma non è soltanto questo ad aver trasformato i laburisti da partito guida a formazione messa ai margini della Knesset, il parlamento israeliano. C’è una data spartiacque importante per comprendere il faticoso cammino intrapreso, nei primi due decenni del XXI secolo, dalla sinistra: si tratta dell’estate del 2005.
In quei mesi contrassegnati dall’evacuazione delle colonie nella Striscia di Gaza, l’allora premier Ariel Sharon ha deciso di rompere con il Likud e di fondare il partito centrista denominato Kadima. Una formazione che ha messo assieme le anime più moderate sia del Likud che dei laburisti. Si è così rotta la dicotomia tra destra e sinistra e, assieme alla fine del bipolarismo, si è assistito all’erosione progressiva di consensi verso il principale partito del centrosinistra israeliano. Già nel 2009, per la prima volta i laburisti hanno avuto meno di 15 parlamentari alla Knesset, nel 2019 il numero di deputati è stato inferiore a 10. Nell’ultima tornata, la formazione ha ottenuto soltanto 4 seggi.
Un favore a Netanyahu
Eppure, dopo la fondazione di Kadima, a essere destinato alla marginalità politica sembrava proprio il Likud. Successivamente però, sotto la guida di Netanyahu, il partito ha ripreso progressivamente quota mentre, dall’altro lato, i laburisti hanno iniziato la loro discesa. L’impressione, così come sottolineato da molti analisti israeliani, è che la sinistra sia rimasta spiazzata dalle varie vicende che hanno attraversato il Paese all’inizio del XXI secolo. E, soprattutto, non abbia avuto i mezzi per reagire.
L’ultimo premier laburista è stato Ehud Barak, il cui mandato è terminato nel 2001. Successivamente, il centrosinistra non ha più costituito un proprio polo, non ha più trovato personalità di rilievo alla guida e, in alcune occasioni, è entrato nei governi guidati da Netanyahu. In poche parole, i laburisti non sono stati in grado di creare un’alternativa e non hanno impedito lo scivolamento verso destra del Paese. L’assenza della sinistra viene ad oggi ritenuta come una delle cause che ha favorito la longevità politica di Netanyahu, al timone del governo quasi ininterrottamente dal 2009.
La rinascita con Yair Golan
Nel 2024 si è ufficialmente iniziato a parlare di una fusione tra i laburisti e l’altro partito della sinistra israeliana, Meretz. L’idea era quella di dar vita a un blocco socialdemocratico e liberale, capace di ridare voce alle posizioni più a sinistra della politica israeliana. Un progetto che si è poi concretizzato a luglio, con la vittoria alle primarie dei laburisti dell’ex generale Yair Golan. Un profilo quest’ultimo in linea con quello di molti leader passati del partito, il più delle volte militari con alle spalle una lunga carriera nell’Idf.
Golan nel 2016 era in procinto di diventare anche capo dell’esercito, ma una frase pronunciata durante una commemorazione della Shoah lo ha spinto fuori dall’Idf: “Se c’è qualcosa che mi spaventa nella memoria della Shoah è l’identificazione dei processi inquietanti che hanno avuto luogo in Germania ottant’anni fa, e trovarne testimonianza qui, tra noi, oggi”, ha dichiarato in quell’occasione. In un convegno inoltre, ha definito “subumani” i coloni che occupano le terre palestinesi in Cisgiordania. Con il suo avvento in politica, Golan ha ultimato la fusione tra i partiti di sinistra e si è messo alla guida dei Democratici. Oggi i sondaggi attribuiscono alla sua formazione almeno 11 seggi: non certo le cifre dell’era d’oro dei laburisti, ma in grado almeno di far uscire dall’anonimato la parte politica più a sinistra dello scacchiere israeliano.