Se l’unità dei paesi dell’Unione europea si è rivelata, al di là della propaganda e degli annunci, assente su molti dei principali dossier a partire dalla transizione ecologica, c’è un elemento che accomuna molte nazioni del vecchio continente ed è la presenza di esecutivi che governano ormai privi di consenso popolare. Si tratta di un fenomeno sempre più diffuso in Europa che testimonia la crisi di un establishment incapace di offrire ai cittadini risposte rapide e convincenti a fronte dell’evolversi degli eventi. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, ora la crisi energetica, mettono in discussione le scelte dei governi delle principali nazioni dell’Europa occidentale che in questa fase storica coincidono con la linea dell’Unione europea.

Gli esecutivi di Germania, Francia, Italia, Spagna, pur con diverse sfumature e posizioni, condividono su numerosi temi la politica dell’Ue che non sempre incontra il favore della maggioranza dei cittadini. In particolare, in una fase come quella attuale con un’inflazione galoppante, la crescita esponenziale del costo delle materie prime e soprattutto dell’energia, la lentezza dei processi decisionali in Europa (il dibattito sul tetto al prezzo del gas è emblematico), incidono in negativo nella percezione dei cittadini. Così, a fronte di un’Unione europea incapace di decidere su vari fronti, anche i governi nazionali subiscono le conseguenze di questo immobilismo che porta a una crescita di scollamento tra l’establishment e le persone.

Nelle recenti tornate elettorali, ogni volta che i cittadini sono stati chiamati a esprimere la propria opinione alle urne, hanno sconfessato i governi in carica, ultimi casi in ordine di tempo sono le elezioni in Andalusia e le legislative francesi. 

In Spagna il Partito Popolare, nella un tempo rossa Andalusia, è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta conquistando più del doppio dei 26 seggi ottenuti alle scorse elezioni, mentre Vox è passata da 12 a 14 seggi, entrambi i partiti al governo nazionale sono all’opposizione. Al contrario i socialisti di Sanchez dal 2018 ad oggi hanno perso 1,3 milioni di voti in una regione da 8 milioni di abitanti. Lo stesso è accaduto alle elezioni legislative in Francia dove Macron, nonostante la vittoria alla presidenziali di poche settimane fa (determinata dal voto in chiave anti Le Pen), ha perso la maggioranza. Il partito della Le Pen è passato da 8 a 90 seggi, mentre la sinistra di Mélenchon è arrivata a 150. Non a caso entrambi i leader sono all’opposizione e incanalano il malcontento dei francesi anche in merito alla gestione di Macron della guerra in Ucraina.

Le cose non vanno meglio oltreoceano dove il consenso del Presidente Biden è sotto il 40%, pesa l’inflazione e la situazione economica in peggioramento. La crisi dei governi in Occidente è trasversale e tocca dai conservatori ai socialisti: esempio sono nel Regno Unito in cui Boris Johnson tra scandali e voti di sfiducia è finito più volte sotto accusa e la Germania dove il cancelliere Scholz non ha neanche lontanamente il consenso di Angela Merkel.  

A onor del vero l’Italia non può dare lezioni a nessuno; in attesa del risultato delle politiche del 2023, il Partito Democratico in questa legislatura è stato in maggioranza in due governi pur avendo perso le elezioni nel 2018. In Italia siamo ormai abituati a questa tendenza che si sta diffondendo nel resto d’Europa con effetti nefasti. In nome “dell’interesse comune”, “del bene del paese”, si giustificano decisioni che hanno poco a che fare con il volere espresso dai cittadini nelle urne. E, anche quando la composizione dei governi rispetta il volere degli elettori, nel giro di pochi mesi i leader crollano nel consenso poiché portano avanti politiche spesso lontane dai programmi per cui sono stati eletti. Si tratta di una strada pericolosa sotto vari punti di vista: anzitutto favorisce la tecnocrazia e accordi di palazzo, in secondo luogo si utilizza il tema dell’emergenza perpetua per imporre esecutivi in realtà privi di consenso popolare attraverso una tendenza che rischia di diventare non più un’eccezione (comunque non giustificabile) bensì una regola in sprezzo al volere dei cittadini.

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