Negli ultimi mesi le proteste pro Palestina hanno invaso le piazze e le università di tutto il mondo. Crowd Counting Consortium, un progetto accademico di Harvard per documentare le proteste e le manifestazioni negli Stati Uniti , ha registrato solo negli USA oltre 10.000 proteste dal 7 ottobre 2023. La ricerca non si è fermata solo sui numeri dei partecipanti, ma ha aggiunto un’informazione preziosa: analizzando migliaia di striscioni, cartelli, discorsi, materiale grafico e audio da migliaia di cortei ha estrapolato le 5 parole più frequenti e utilizzate durante le proteste: Palestine, free, genocide, Gaza, ceasefire e stop. Un’analisi chiara e utile per eliminare due accuse mosse dalla politica internazionale alle proteste studentesche: antisemitismo e violenza.
Cloud di parole relative ai termini più utilizzati all’interno delle manifestazioni studente pro Palestina negli Stati Uniti. Fonte: Harvard.edu
Come ne parlano i politici?
Da quando la comunicazione politica è sbarcata sui social media, i toni sono cambiati e si sono evoluti insieme alle piattaforme. Lo scorso anno ha fatto molto clamore la scelta di diversi politici italiani di aprire un profilo su TikTok per provare a comunicare – e convertire gli ascolti in voti – con una generazione che fa davvero molta fatica ad ascoltare i toni spesso austeri e troppo tradizionali dei politici. In Italia sono diversi i profili che si distinguono per il modo di comunicare. Uno di questi è sicuramente Matteo Salvini, tra i primi ad aver utilizzato i social media a scopo di propaganda
Cosa accade quando le narrazioni e i metodi di comunicazione dei politici conservatori e quelle dei giovani si incontra? È la domanda cardine delle proteste pro Palestina, dove decine di esponenti della politica mondiale hanno puntato il dito contro i milioni di ragazzi che hanno occupato le aule universitarie e le piazze di tutto il mondo per dire basta alla violenza di Israele in Gaza provando a screditare il loro operato.
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In Italia, uno dei casi più eclatanti è quello di Matteo Salvini che, invece di provare a capire il perchè milioni di studenti nel mondo abbiano messo in pausa la propria vita per settimane partecipando alle manifestazioni studentesche, ha utilizzato le narrazioni sulle proteste per evidenziare – e screditare – il tema della fede musulmana e delle questioni di genere – temi molto cari alle battaglie dei conservatori di destra, grande fetta dell’elettorato di Matteo Salvini.
Salvini, parlando delle proteste studentesche pro Gaza, ha pubblicato un video – in un cui si vedono ragazzi e ragazze musulmani in gesto di preghiera durante le proteste pro Palestina – scrivendo: “Prove di sottomissione: all’Università della California studenti gender fluid si inchinano ad Allah”. Una frase priva di alcun senso logico nel frame narrativo delle proteste pro Palestina, utile solo a generare indignazione nei seguaci conservatori e ultra-conservatori.

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Anche Giorgia Meloni ha commentato le proteste studentesche. Come Salvini, però, non si è concentrata sul merito e sui risultati che queste stavano ottenendo o a cui stavano lavorando. Meloni ha preferito liquidare il fenomeno con una frase di circostanza spostando il focus dalle proteste, ai corpi di polizia: “Alcuni dei manifestanti sono dei professionisti della materia che provocano le forze dell’ordine nella speranza che qualcosa vada storto e si possa dire che il governo ha metodi autoritari e nessuno condanna quei violenti”.
Lo sfruttamento delle proteste pro Palestina da parte della politica ha riguardato molto anche gli Usa, complice anche la posizione che il Paese ricopre all’interno del conflitto e gli interessi politici attorno alle elezioni presidenziali 2024.
Come racconta Le Monde in un articolo dal titolo: “I repubblicani statunitensi stanno sfruttando le proteste pro Palestinesi nei campus”, diversi politici negli Usa hanno associato le proteste contro Israele alla questione dell’antisemitismo, accusando i democratici americani di aver provocato una battaglia di odio e antisemitismo nel mondo.
James David Vance, senatore repubblicano dell’Ohio, ha alzato il livello di accusa contro le proteste pro Palestina, sostenendo che tutti i giovani che prendono parte a questo tipo di proteste, “soffrirebbero di una malattia mentale”. Le proteste americane sono state commentate anche in Argentina. Sulla scia delle narrazioni dei conservatori, anche il presidente Javier Milei, noto per le sue posizioni pro Israele, ha descritto come aberranti le proteste studentesche nelle Università americane etichettandole come “comportamenti anti-semiti”.
Se le accuse per le manifestazioni sembrano essere una questione tra conservatori e ultra conservatori, in realtà commenti di critica alle proteste giovanili pro Palestina sono arrivate anche dai democratici. Hillary Clinton, ex segretaria di Stato Usa, ha accusato i ragazzi di essere ignoranti e di non conoscere la storia. A cosa si riferisse esattamente l’ex segretaria di Stato non è chiaro. Non è un caso, però, che la maggior parte dei politici che ha provato a screditare le proteste studentesche pro Palestina, sono quelli che mantengono rapporti diplomatici e di interesse con Israele e che, a oggi, non hanno ancora votato per il riconoscimento dello Stato di Palestina.

