Le elezioni di medio termine sono terminate in pareggio. Donald Trump non è un fenomeno politico transitorio. La sua competitività in vista delle presidenziali non è stata messa in discussione. Ma chi guiderà la “riscossa democratica”? Quella che avrebbe dovuto avere inizio con questa turnata elettorale?

Hillary Clinton potrebbe riprovarci. Ad annunciarlo sono stati due suoi consiglieri politici sul Wall Street Journal. Lei stessa, poco prima che si votasse per Camera, Senato e governatori, aveva ammesso di non poter escludere una seconda discesa in campo. Il Partito Democratico statunitense, dalle presidenziali del 2016 in poi, si è spostato su posizioni massimaliste. La presenza della Clinton nella rosa iniziale dei competitor non è augurata da chi spera in un rinnovamento della classe dirigente. Pure Michelle Obama, però, si è di nuovo spesa per la donna più famosa degli States, elogiandone le qualità individuali. L’anticamera di un endorsement

La nuova sinistra a stelle e strisce cavalca le istanze stataliste di Bernie Sanders e ha il volto pulito della giovane Alexandria Ocasio Cortèz, che nel frattempo ha dichiarato di non potersi permettere l’affitto. Il che contrasterebbe con certa narrativa riguardante le sue scelte d’abbigliamento. Tralasciando il gossip e focalizzando l’attenzione sui possibili avversari del Tycoon, vediamo chi potrebbe essere premiato dalla base degli asinelli. 

Le primarie interne si terranno all’inizio del 2020. Il primo Stato interessato, come da tradizione, sarà l’Iowa, via via tutti gli altri. I Dem hanno la palese necessità di sanare un vuoto di leadership. Esistono troppe sensibilità e troppe correnti per non immaginare una sfida accesa e finalizzata alla ricerca di una sintesi.

Ecco perché il nominativo più chiacchierato rimane quello di Joe Biden, che potrebbe rappresentare un ponte tra l’establishment obamiana e i progressisti socialisteggianti. Quando si voterà, l’ex vicepresidente avrà compiuto 77 anni: molti considerano questo fattore anagrafico come un impedimento dirimente. C’è un ‘però’: Donald Trump, nel 2020, avrà 74 anni. I due non sarebbero poi così lontani. Biden, poi, può vantare una presidenziabilità conclamata e il fatto di essere già stato riconosciuto, anche al di fuori del continente americano, come leader internazionale. 

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A non avere problemi d’età è la senatrice Elizabeth Warren, che non simboleggerebbe però la tanto attesa “rinfrescata”. É in politica da tempo, è spesso associata a interessi economico – finanziari ed avrebbe più di qualche difficoltà a fare campagna elettorale all’interno della cosiddetta “Rust Belt”, dove hanno già dimostrato di non apprezzare troppo esponenti élitari e abbastanza sganciati dalle priorità popolari.

Sanders è il vero vincitore morale di questi due anni di battaglia intestina, ma il senatore del Vermont nel 2020 avrà 79 anni: davvero troppi. Gli asinelli, dopo la batosta delle presidenziali, hanno iniziato ad ascoltare con maggiore attenzione quanto suggerito dal leader socialista. Ipotizzare una sua candidatura alle primarie, però, appare davvero complicato. Le sue indicazioni, questo è certo, conteranno parecchio. 

Poi ci sono gli outsider: Joe Kennedy, ultimo della dinastia, che è stato scelto in passato per contrastare Trump durante il discorso sullo “Stato dell’Unione”. Ma il giovane non ha convinto. Kamala Harris, invece, è un profilo su cui conviene soffermarsi.

La senatrice avrebbe iniziato a guardare all’Iowa con interesse. Ha già organizzato un “tour contro Trump” e possiede buona parte delle caratteristiche richieste dai democratici: rappresenta le cosiddette “minoranze”, è progressista, ma non si dichiara, come la Cortèz, una socialista militante, proviene dalla California, da un collegio in cui i Repubblicani neppure si presentano, ed è apprezzata tanto dalla base quanto dai vertici partitici. Molti analisti, se dovessero scommettere, punterebbero su di lei. Clinton permettendo.

Se il nome di Hillary dovesse essere davvero presente sugli scanner elettorali, la sua candidatura rischierebbe di oscurare qualsiasi altra donna: troppo potente per una Harris qualsiasi. La senatrice californiana, in caso, sarebbe costretta a una rincorsa in stile Obama: non è detto che l’impresa non le riesca. 

Beto O’Rourke doveva svecchiare il partito partendo dal Texas, ma Ted Cruz lo ha ridotto a perdente di successo. Potrebbe tentare lo stesso, ma una sconfitta non è quasi mai un buon modo di fare il proprio ingresso nell’arena delle primarie. Non ci siamo dimenticati dei lib – dem.

Il ritorno dei moderati non si è verificato. Le mid – term hanno rafforzato la corrente più a sinsitra. Andrew Cuomo e Bill de Blasio hanno ancora un paio d’assi nella manica, ma con la Clinton in campo le loro candidature sarebbero idealmente sovrapposte dalla potenza di fuoco di chi, meglio di loro, è in grado di corrispondere i reclami della borghesia centrista americana. 

Un’altra figura da valutare è quella di Eric Holder, già Procuratore generale degli Stati Uniti ed etichettabilecome un’espressione dell’amministrazione Obama. Trump lo ha preso di mira nel corso dell’ultima campaign. Qualcuno, dalle parti del cosiddetto Deep State, potrebbe aver pensato a lui. Sarebbe come certificare che l’unico a poter reggere le redini degli asinelli è ancora il primo presidente afroamericano della storia degli States. 

Infine vanno citate le suggestioni: Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, già repubblicano, indipendente e democratico: se ne parla da tempi non sospetti, ma optando per il quattordicesimo uomo più ricco del mondo, gli asinelli ammetterebbero di non avere risorse utili, nel senso politico dell’espressione, in casa.

La candidatura di Oprah Winfrey si è già sgonfiata. Howard Schultz, ex vertice di Starbucks, starebbe già muovendo le sue pedine in vista delle presidenziali. Come reagirà l’opinione pubblica? Le proposte troppo esterne alle due principali formazioni politiche, a parte Trump, non hanno mai attecchito. 

La scacchiera, come vedete, è parecchio trafficata. “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”. Questo adagio, com’è noto, è attribuibile a Mao – Tse Tung. Adesso potrebbe essere citato anche dalle parti del quartier generale per #Trump2020, lo stesso che avrebbe già rastrellato 106 milioni di dollari in vista delle presidenziali. 

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