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Gli ultimi mesi del 2015 e il 2016 sono stati caratterizzati da un periodo di radicale cambiamento nella politica dell’America Latina. 

Negli anni Duemila, Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia e Cile sono stati governati da partiti socialisti, la cui egemonia sembra essere entrata in crisi. Adesso, con il declino quasi definitivo di quei governi socialisti, assistiamo a un ritorno del centro-destra. Negli ultimi due anni, i conservatori hanno vinto tutte le tornate elettorali (compreso il Perù, ma in questo caso il paese era già governato dal centro destra) e nelle nazioni dove non era previsto il voto sono esplose proteste di piazza.

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, nel parlare dei problemi che la sinistra sta affrontando  non ha fatto tanti giri di parole, andando dritto al punto: “Sono momenti difficili questi”, ha ammesso Correa.

La dichiarazione è un evidente riferimento alla morte del leader cubano Fidel Castro e alle meno recenti morti del presidente del Venezuela, Hugo Chavez, e dell’ex presidente argentino Néstor Kirchner.

Il presidente ecuadoriano si è poi espresso anche in merito ai ribaltoni di alcuni Paesi della regione, dove la sinistra – che era maggioritaria nel decennio scorso – ha dovuto cedere il passo a governi più conservatori. Tant’è vero che nell’ultimo anno e mezzo di votazioni nel continente sudamericano, sono giunti al potere l’imprenditore Mauricio Macri, in Argentina, l’ex banchiere Pedro Pablo Kaczynski, in Perù, e Michel Temer in Brasile, succeduto alla presidente “guerrigliera” Dilma Rousseff.

Il 2017 quindi si preannuncia un anno cruciale per i partiti conservatori e per la virata destrorsa che questi hanno saputo imprimere finora.

“Sì, passeremo dal socialismo della sinistra al conservatorismo della destra. Il punto è dove si andrà a parare e questo non è ci è dato saperlo”, spiega Marta Lagos, direttrice di Latinobarometro, una società di ricerche e sondaggi sull’America Latina.

Elezioni decisive

Una visione più definita della geografia politica del continente si avrà in ogni caso quest’anno, con le elezioni presidenziali in Ecuador, Chile e Honduras. In Argentina invece si svolgeranno le amministrative e in Messico le regionali.

La contesa in Ecuador, fissata per febbraio, vedrà tuttavia l’assenza di una figura chiave nel Paese: ovvero Correa, “umanista e cristiano di sinistra” come lui stesso si definisce, capo del governo da 10 anni.

Suo “delfino” politico è l’ex vice-presidente Lenín Moreno, che stando ai sondaggi sarebbe in testa alla preferenze per il primo turno, ma potrebbe andare incontro a qualche difficoltà nel secondo turno se l’opposizione deciderà di presentarsi unita.

Correa dunque si dice sicuro della vittoria del suo partito, tuttavia non nasconde la possibilità di una sconfitta. “Se perderemo, la destra continuerà a prendere piede e non c’è da stare tranquilli”, ha dichiarato il presidente.

In chile, l’ex presidente Sebastían Piñera si colloca al primo posto nei sondaggi sulle elezioni, che avranno luogo a novembre.

L’imprenditore cileno è infatti avanti di diversi punti rispetto all’ex presidente Ricardo Lagos; la vittoria però potrebbe diventare più ostica al secondo turno, con il senatore indipendente Alejandro Guillier, vicino al Partito Radicale.

A Honduras, invece, tra i favoriti per le elezioni di novembre spicca l’attuale presidente Juan Orlando Hernández, conservatore, che punta alle rielezioni.

Effetto pendolo

Per il quarto anno consecutivo, il Latinobarometro ha registrato nel 2016 um aumento dei latino-americani che nello spettro politico si collocano nel centro-destra.

Secondo una ricerca il 28% dei cittadini si dichiarano di centro-destra, 9 punti in più rispetto al 2011. Il 20% invece si definisce di centro-sinistra e il rimanente 36% si colloca nel centro.

Questi dati non sono frutto di una mera coincidenza, secondo gli analisti politici che provano a dare diverse interpretazioni del turn-over politico: la fine del boom dei prezzi delle materie prime, l’incapacità di gestire i problemi economici da parte dei governi di sinistra, una richiesta crescente della popolazione di ordine e del pugno duro contro la criminalità e infine l’avanzare delle sette protestanti e dell’ondata conservatrice da essa apportata nella società, soprattutto sui temi etici come l’aborto e le unioni civili.

A questo si sommano poi gli scandali di corruzione che hanno visto coinvolti diverse figure simbolo della sinistra sudamericana, come l’ex presidente operaio Luis Inácio Lula da Silva o l’ex presidente dell’Argentina Cristina Fernández de Kirchner.

Da non tralasciare, infine, la grave crisi economica e politica in cui è piombato il Venezuela guidato dal successore di Chavez, Nicolás Maduro: con Il Pil crollato del 10 per cento e il deficit schizzato al 20 per cento del Pil, finanziato stampando moneta. L’inflazione è così arrivata al 200 per cento.

Secondo gli esperti, i latino-americani sono in cerca di qualcosa di più di una bandiera ideologica, chiedono soluzioni pratiche per i loro problemi, chiedono un’alternativa politica dopo anni di potere incontrastato dei socialisti. Richieste che si traducono nella vittoria dei partiti conservatori e popolari.

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