Dello scisma dei lefebvriani

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Improvviso, inatteso, improvvido è arrivato il nuovo scisma dei lefebvriani attraverso la consacrazione di quattro nuovi vescovi. Non c’era nessun vero motivo per rompere nuovamente con Roma. Soprattutto ora che al Soglio di Pietro è asceso un papa che ha scelto come nome Leone XIV, richiamandosi esplicitamente a Leone XIII, pontefice antecedente al Concilio Vaticano II che per i lefebvriani è pietra di scandalo, e che è particolarmente amato dalla Fraternità sacerdotale San Pio X come lo era dal loro fondatore.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, così a intuito ci viene da pensare che con Gesù Cristo questa rottura, peraltro tanto drammatizzata, c’entra e non c’entra, almeno da parte dei decisori.

Come avvenuto per altri scismi del passato ci sembra una convergenza tra una propensione genuina a distaccarsi da una Chiesa che non si riconosce e una spinta politica, e di politica internazionale, volta a porre criticità alla stessa.

E, mutatis mutandis sembra riecheggiare quanto stava accadendo sotto papa Francesco, con certa parte di Chiesa tradizionalista che, nell’ambito della diuturna dialettica interna che ne ha caratterizzato il pontificato, aveva evocato la possibilità di uno scisma nel caso non riconoscesse la veridicità delle apparizioni di Medjugorje.

Evocazione invero alquanto bizzarra perché tale tragica lacerazione si sarebbe consumata su una questione pure di rilievo, ma che nulla ha a che vedere con la rivelazione o l’essenza della fede (un fedele può non credere alle apparizioni della Madonna et similia anche se riconosciute ufficialmente dalla Chiesa).

D’altronde, certa destra americana da tempo tenta di strumentalizzare la destra tradizionalista, che troppo spesso pretende di avere l’esclusiva sulla Tradizione cattolica, per cercare di porre criticità alla Chiesa e influenzarne le decisioni-prospettive.

Fu così con il sedicente ideologo di Trump, Steve Bannon, che prese dimora addirittura presso la Certosa di Trisulti per tentare di fare della Chiesa un ariete contro la Cina e ostacolare il processo di riavvicinamento con la Chiesa patriottica cinese portato avanti da Francesco.

A papa Leone invece è toccato in sorte, tra gli altri, Peter Thiel, sbarcato a Roma in nome e per conto della tecnoreligione che rappresenta, e soprattutto degli interessi che rappresenta (anzitutto quelli legati al genocidio di Gaza, al quale il suo Palantir ha dato un notevole contributo e che è legittimato dalla destra francese, che ha legami strettissimi con i lefebvriani) per sproloquiare del suo Anticristo, che nei discorsi romani veniva identificato con la Cina.

L’ultima specifica è doverosa perché al tecno-intellettuale piace variare, con l’Anticristo, per il quale ha un’ossessione tipo sindrome di Stoccolma, che viene identificato via via in una potenza o prospettiva diversa.

È interessante notare, appunto, che nella visita romana, nella quale di fatto si rivolgeva alla Chiesa e al Papa, abbia riecheggiato in altri termini, meno brutali, le posizioni-pretese di Bannon.

Simpatico teatrino, peraltro, quello che ha visto il Seraphicum come sede prevista per i suoi sproloqui – santa ingenuità, diciamo così – poi dirottati a Palazzo Taverna quando Leone XIV, infuriato per lo scivolone della Pontificia università, ha posto il veto.

Al di là della digressione, resta la lacerazione dello scisma. Per ironia della sorte, il distacco più drammatico da Roma, dopo quello primevo di monsignor Marcel Lefebvre, è stato consumato dal primo italiano chiamato a guidare la Fraternità, don Davide Pagliarani, sacerdote di Rimini.

Il vulnus alla tunica inconsuntile di Gesù Cristo, come da richiamo di Leone XIV nel suo ultimo tentativo di dissuadere i lefebvriani a procedere, è stato drammatizzato al parossismo, così da renderlo più doloroso possibile.

La sensazione, però, è che la Chiesa, nel procedere alla scomunica, che non poteva non comminare perchè automatica, latae sententiae, abbia contribuito a tale drammatizzazione facendo il gioco altrui.

Inutile dilungarsi sul punto, magari sbagliamo, resta la scomunica per quanti aderiscono “formalmente” alla Fraternità sacerdotale San Pio X, dove quel formalmente apre vie di fuga ai fedeli laici che partecipano alle celebrazioni liturgiche o ad altre attività del movimento.

Infatti, la condanna, come specifica la nota esplicativa richiamata, può non essere accreditata addirittura a fedeli che partecipano abitualmente alle loro celebrazioni liturgiche (tale partecipazione, infatti, “è segno non univoco poiché c’è la possibilità che qualche fedele prenda parte alle funzioni liturgiche dei seguaci di Lefebvre senza condividere però il loro spirito scismatico”).

Tutto sta al foro interno, alle disposizioni dei singoli fedeli rispetto alle posizioni della Fraternità sulla Chiesa cattolica, se cioè siano coscienti e ne condividano lo spirito scismatico etc.

Altro aspetto importante della scomunica è che i sacramenti della confessione e del matrimonio amministrati da sacerdoti e vescovi della Fraternità sono dichiarati invalidi. Viene così annullato quanto stabilito da papa Francesco che, al termine dell’anno della misericordia, aveva concesso che il sacramento della confessione, come altri sacramenti amministrati dai lefebvriani, benché amministrati in maniera illegittima, avesse validità. E l’anno successivo trovò un modo per validare anche l’altro sacramento invalido: il matrimonio (che poteva essere convalidato dal vescovo cattolico del luogo). “Salus animarum suprema lex”…

Disposizione, quella di Francesco, contenuta nell’enciclica Misericordia et misera che inizia così: “Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera […]: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia»”. Ne accenniamo, oltre che per la commovente immagine, perché è toccato in sorte proprio a un agostiano quale Leone XIV rivedere quella concessione.

Resta che, come specificato allora, la concessione papale fu un gesto di buona volontà per favorire una riconciliazione con la Fraternità ora guidata dal sacerdote riminese. Un’apertura che attraverso le recenti consacrazioni episcopali è stata respinta al mittente.

Un rigetto che non poteva essere ignorato. Arduo conciliare il principio “salus animarum suprema lex” con le esigenze di salvaguardare la successione apostolica. Si spera in un futuro meno confuso e conflittuale.