Nonostante le pressioni che giungono dai leader europei, Macron e Merkel in prima fila, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra intenzionato a recedere dall’accordo JPCOA, che i P5+1 hanno concordato con Teheran nel 2015 e che prevede la rimozione delle sanzioni economiche all’Iran in cambio della sospensione dei programmi nucleari per scopi militari. 

La prossima scadenza per l’invio degli ispettori dell’AIEA nel Paese asiatico è prevista per il prossimo 12 maggio, e il presidente americano sembrerebbe restio a far condurre la dodicesima ispezione a Teheran. Trump resta convinto che questo sia “the worst deal ever”, il peggior accordo firmato, in linea con quella che era la medesima considerazione in merito al TPP, che oggi potrebbe anche rivedere in termini, a suo parere, più vantaggiosi per gli Stati Uniti.

Ad onor del vero, Trump non ha tutti i torti. L’accordo, in effetti, prevede dei termini molto meno restrittivi rispetto ad uno che nel 2004 aveva visto i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna e Germania, limitare il numero delle centrifughe di arricchimento a poche decine, rispetto a quelle attuali, ma il presidente americano del tempo, George W. Bush, rifiutò qualunque tipo di trattativa. 

Ad oggi, la sensibilità di tale accordo resta comunque rilevante, e Trump rischia di calarsi nella strettoia di un imbuto dal quale sarà difficile uscire. Da un punto di vista meramente economico, infatti, molti sarebbero gli stakeholder che perderebbero una grande fetta di profitti legati al sollevamento delle sanzioni a Teheran che, in caso di recesso americano dall’accordo, sarebbero costretti a cadere sotto i colpi della poca diplomazia trumpiana.

Il primo macro settore è legato al fabbisogno energetico. Il ritorno del petrolio iraniano sui mercati occidentali, con un aumento della produzione a 3,8 milioni di barili al giorno, oltre un milione in più rispetto al 2015, ha causato un calo dei prezzi del greggio. Ora, tuttavia, con il ritorno delle sanzioni, il costo dell’energia potrebbe tornare di nuovo vertiginosamente alto. Il prezzo del barile, infatti, è aumentato del 13% da inizio anno, toccando un nuovo massimo da tre anni, intorno ai 75 dollari al barile, con una forte incidenza per il consumo industriale ed automobilistico, anche negli Usa, dove solitamente il costo di un gallone di carburante resta sempre entro livelli ragionevoli.

Un altro aspetto rilevante riguarda l’industria aerospaziale. I due principali colossi produttori di aeromobili, Boeing e Airbus, hanno ottenuto delle importanti commesse per la vendita di velivoli da trasporto civile nella repubblica islamica. L’americana Boeing ha raggiunto l’accordo per la consegna di 80 aerei alla compagnia Iran Air, per una cifra di circa 8 miliardi di dollari. I primi aerei dovranno essere consegnati per la fine dell’anno. Si tratta di un affare di grossa portata, anche per l’elevato numero di posti di lavoro creati per lo scopo: la stessa azienda riferisce di un potenziale impiego di 100mila persone per portare a termine la commessa. Inoltre, altri 30 Boeing 737 MAX sono stati contrattati ad una cifra di 3 miliardi di dollari ad un’altra compagnia aerea, la Aseman Airlines.

Allo stesso modo, l’europea Airbus ha sottoscritto un contratto da 10 miliardi di dollari, per la fornitura di ben 100 aerei – praticamente una flotta intera. Anche questo accordo rischierebbe di saltare in caso di mancata rimozione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, poiché Airbus utilizza delle componenti prodotte in America.

Alcune grandi aziende, per timore delle sanzioni, sono rimaste fuori dagli affari con l’Iran. Altre, invece, hanno lanciato una cooperazione economica a cifre molto rilevanti. 

La compagnia petrolifera francese Total ha firmato un accordo da 2 miliardi di dollari per aiutare a sviluppare il gigantesco giacimento di gas del South Pars in Iran, insieme alla compagnia petrolifera statale cinese CNPC. Ma la compagnia francese ha ammonito che un approccio difficile da parte di Trump potrebbe uccidere l’accordo.

“Possiamo fare legalmente l’accordo se c’è un quadro legale”, ha detto l’amministratore delegato Patrick Pouyanné alla CNN l’anno scorso. “ma se non possiamo farlo per ragioni legali…allora dobbiamo rivisitarlo”.

General Electric ha ricevuto milioni di dollari di ordini dall’Iran nel 2017, secondo i documenti dell’azienda, per le sue attività nel settore petrolifero e del gas. Nel 2017, la Volkswagen ha annunciato che venderà auto in Iran per la prima volta in 17 anni.

Gli operatori turistici hanno approfittato del rinnovato interesse per l’Iran come destinazione commerciale e turistica, dal momento che le sanzioni sono state attenuate. Compagnie aeree europee come British Airways e Lufthansa hanno ripreso i voli diretti per il Paese e le autorità iraniane hanno prescritto requisiti per i visti.

La francese Accor è stata la prima catena alberghiera internazionale ad aprire in Iran nel 2015. Anche la spagnola Melia e la Rotana, degli Emirati Arabi Uniti, hanno annunciato l’intenzione di aprire hotel in Iran.

Un quadro economico di enorme portata, in cui anche l’Italia, al tempo della visita di Rohani a Roma, era entrata nel business iraniano con la firma di memorandum per diversi miliardi di Euro, rimasti per ora soltanto ad uno stadio embrionale, e di cooperazione a livello culturale. Ma l’eventuale recesso dall’accordo JPCOA farebbe saltare tutti questi tavoli, e le compagnie non sarebbero particolarmente felici della scelta di Trump.