Debito, debito, ancora debito. Ovviamente pubblico. Da anni, forse decenni, nell’informazione economica italiana è stata dominante la narrazione riguardante le sue dinamiche, i suoi saldi strutturali, la sua minaccia al sistema Paese, interiorizzando completamente la narrazione dei Trattati europei che faceva del suo abbattimento il mantra per eccellenza, una priorità a cui, con eccesso di zelo, abbiamo consacrato il nuovo Articolo 81 della Costituzione, che incide nella Carta il principio del pareggio di bilancio.

Capire il debito (non solo) pubblico

Si parla del debito senza conoscerlo. Si ricorda a più riprese la litania degli oltre 35mila euro di indebitamento che ogni italiano nascituro dovrebbe sobbarcarsi, dimenticando en passant che molti cittadini sono possessori di Btp, Bot e altre emissioni.

Siamo bravissimi a ricordarci la notevole equazione linguistica tedesca (dove la parola che indica “debito” è la stessa che indica “colpa”), meno a capire le ragioni storiche del problema del debito, le sue cause (spiegate eloquentemente da Thomas Fazi in Sovranità o barbarie), le sue connotazioni strutturali, che lo rendono vulnerabile a causa dell’elevata quota posseduta da investitori esteri al contrario di ciò che succede per un Paese come il Giappone, il ruolo che dovrebbe giocare la Banca centrale europea a risolvere un problema, quello dello spread, che è l’immagine perfetta, e misurabile ogni giorno nelle borse di tutto il mondo, dell’inefficienza di quello che in teoria avrebbe dovuto essere un sistema monetario unico.

Una narrazione consolidata si infrange quando si scopre che sotto il profilo del debito aggregato, che alla quota pubblica somma anche i debiti dei privati, del sistema finanziario e delle imprese, l’Italia non se la passa neanche male. E anzi, in questa speciale classifica, spicca la Francia di Emmanuel Macron. Paese a cui ora la Commissione europea è pronta a concedere una deroga alle sue regole sul deficit, forse per il presunto conflitto di interessi del commissario Moscovici, forse in ossequio a quel “la Francia è la Francia” pronunciato non troppo tempo fa dal presidente Jean-Claude Juncker, a testimoniare che oltre qualsiasi narrazione egualitaria in Europa sono e saranno sempre gli Stati a farla da padrona. E guai a chi, come l’Italia, questo non l’ha mai capito.

Il debito aggregato fuori scala della Francia

Confrontando le quattro principali economie dell’Eurozona, si nota che è la Francia a presentare il profilo debitorio aggregato più problematico. A un indebitamento pubblico pari al suo Pil (100%), la Francia aggiunge una preoccupante esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%), raggiungendo un totale aggregato superiore al 400% del Pil.

Al confronto, la Spagna e l’Italia presentano valori stanziati attorno al 350%, alimentati soprattutto dai debiti delle società non finanziarie, mentre la Germania si situa attorno al 250%, complice la postura export-led del suo sistema economico che riduce notevolmente il debito delle imprese.

Come nasce il debito aggregato della Francia, che assume un significato particolare sotto il profilo privato? Come scrive Giuseppe Corsentino sull’Huffington Post, “a partire dagli anni 2000, le famiglie si sono indebitate soprattutto per acquistare una casa (l’80% del debito è rappresentato dallo stock dei mutui immobiliare), approfittando di una lunga stagione di tassi bassi e stipulando, per fortuna, mutui a tasso fisso che le mette al riparo dall’aumento annunciato, ma non dall’incombenza del vero rischio”, ovvero dal restringimento del gap tra l’ammontare del mutuo e il valore dell’investimento immobiliare, oggi pari all’87%.

Molto peggio fanno le aziende che, “a differenza delle famiglie, si sono indebitate (per il 56%) a tasso variabile e (per il 37%) hanno fatto ricorso al mercato obbligazionario. Con la conseguenza che l’ammontare degli interessi è arrivato a 27 miliardi di euro: cifra che potrebbe aumentare di altri 7 miliardi, nell’ipotesi di un rialzo dei tassi. Inevitabili le ricadute, si capisce, sul mercato obbligazionario e sulle tesorerie aziendali”.

Perché è importante considerare il debito aggregato

Il tema dell’indebitamento aggregato è importante nel contesto economico globale odierno. La dinamica delle borse internazionali negli ultimi mesi, caratterizzata da un progressivo sgonfiamento di quotazioni sopravvalutate, e l’insorgenza dei primi campanelli d’allarme di una nuova crisi (dal problema dei derivati al rischio crac di General Electric) lasciano presagire che il debito privato, soprattutto corporate, possa essere il detonatore di un prossimo crac dei mercati. Anche in Cina, a suscitare preoccupazioni non è tanto l’indebitamento statale quanto quello dei cittadini e degli enti locali.

In questo contesto, guardare solo al debito pubblico può portare a una visione fuorviante. Il problema del debito pubblico è, innanzitutto, politico. Misura i rapporti di forza in seno alle istituzioni comunitarie. “Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore”, scrive acutamente Vito Lops sul Sole 24 Ore. “Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato”.