Probabilmente Theodor Adorno e i suoi studi sulla personalità autoritaria potrebbero aiutarci a comprendere parte delle ragioni per cui milioni di elettori colombiani hanno scelto, in occasione di una campagna elettorale molto serrata e combattuta, di accordare il proprio voto ad Abelardo de la Espriella — nel momento in cui scriviamo non ancora ufficialmente “presidente eletto” della Colombia ma vincitore del cosiddetto “preconteo”, con un margine di soli 250.000 voti, il più esiguo nella storia del Paese, mentre si moltiplicano le denunce di irregolarità e i sospetti di interferenze straniere che hanno spinto l’avversario Iván Cepeda ad annunciare che contesterà i risultati in 33.000 seggi elettorali.
“El Tigre”, avvocato di 47 anni, cresciuto a Montería, città situata nella regione caraibica della Colombia, è indubbiamente la figura che ha attirato su di sé l’attenzione mediatica per i toni provocatori, la retorica populista fondata su una deriva securitaria che lo accomuna al presidente di El Salvador, Nayib Bukele, e il linguaggio intriso di violenza, sintetizzato da quel «destripar» (sventrare) rivolto agli avversari politici che, a suo dire, vanno trattati come veri e propri nemici da eliminare. Un’espressione che suona sinistra in un Paese che, tra il 1984 e i primi anni 2000, è stato scosso dalla campagna di sterminio sistematico contro il partito di sinistra Unión Patriótica, nel corso della quale quasi 6 mila persone vennero uccise o scomparvero.
De la Espriella si è persino spinto a lodare Benjamin Netanyahu e il genocidio sionista a Gaza, affermando che la Colombia dovrebbe adottare le tattiche impiegate contro il popolo palestinese per “difendere la Colombia”.
Il “dandy caraibico” con un passato ingombrante
Il candidato della destra radicale — descritto da José Carlos Cueto, corrispondente della BBC in Colombia, come un «dandy con accento caraibico che ama la buona cucina, trascorre del tempo a Firenze e Miami, vende vini toscani e cravatte di seta italiane, indossa orologi costosi e guida auto di lusso sfrenato» — è un neofita della politica, ma vanta una lunga carriera legale come difensore di narcotrafficanti, di leader delle AUC (Forze Unite di Autodifesa della Colombia), gruppo paramilitare di estrema destra, ma anche di figure come l’ideatore del gigantesco schema Ponzi della società DMG, David Murcia Guzmán, che lo ha accusato ora di essersi appropriato di ingenti somme, e il discusso imprenditore Alex Saab, considerato dagli Stati Uniti il testaferro di Nicolás Maduro.
De la Espriella si diletta a fare anche l’imprenditore e ha creato un proprio marchio di cibo, bevande e abbigliamento, chiamato De la Espriella Style, con ramificazioni in Italia, il cui sito riporta una descrizione dell’istrionico titolare, raffigurato come «encantador, irreverente, apasionado y sibarita», e le cui pagine social — che proiettano un’immagine di successo e ricchezza — amplificano i messaggi della sua campagna elettorale e hanno la parvenza di presidi di un discutibile culto della personalità.
Le ombre finanziarie di De la Espriella
Il quotidiano colombiano La Silla Vacía lo scorso gennaio ha condotto un’inchiesta tesa a indagare gli investimenti e le società rintracciabili registrate a nome dell’avvocato in Colombia, a Panama e negli Stati Uniti, in particolare in Florida, individuando 35 imprese, operanti principalmente nel settore immobiliare — con perdite per milioni di pesos nel 2025 — e una serie di proprietà in diverse città colombiane e a Miami. La stessa indagine ha portato alla luce i nomi di alcuni soci di De la Esprilella, alcuni dei quali sembrano essere dei prestanome, altri sono personaggi legati a gruppi paramilitari. Oltre a queste evidenze che sembrano incrinare l’immagine di imprenditore di successo, La Silla Vacía riporta il dato sul patrimonio stimato dell’avvocato, ovvero circa 5,4 milioni di dollari — una cifra che lo colloca nell’1% più ricco degli Stati Uniti, paese di cui possiede la cittadinanza. De la Espriella non ha mai smentito tali informazioni, mentre il suo entourage ha ritenuto le domande del quotidiano «tendenziose e di parte» e si è rifiutato di rispondere.
Le ombre su origine e gestione della sua ricchezza non si fermano ai media colombiani. Lo scorso 17 giugno, undici membri del Congresso statunitense, tutti democratici, hanno chiesto alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato, al Tesoro e alla procura federale di indagare sull’origine dei fondi investiti da De la Espriella negli Stati Uniti e sui suoi legami con donatori e reti d’affari.
La destra internazionale si congratula con De la Espriella
Se la sua vittoria dovesse essere confermata, la Colombia tornerebbe probabilmente a posizionarsi nell’orbita di Washington. Domenica sera, per quanto non ci fosse ancora l’ufficialità, Donald Trump si è congratulato con De la Espriella — a cui aveva dato il suo endorsement — scrivendo sui suoi canali «Ha vinto, alla grande!».L’appoggio incondizionato degli Stati Uniti al candidato di estrema destra d’altra pare si è palesato nelle dichiarazioni del senatore repubblicano Bernie Moreno, che ha fatto intendere di essersi accordato con l’alleato per deportare i colombiani che chiedono asilo negli Stati Uniti. Un trattamento dal pugno di ferro che si è già intravisto nell’arresto, avvenuto in Arizona, dell’attivista colombiano Beto Coral che si era espresso contro De la Espriella e che, secondoil Segretario di Stato Marco Rubio, avrebbe interferito con gli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti.
Al messaggio di Trump si sono aggiunti quelli del presidente argentinoJavier Milei, dell’ecuadoriano Daniel Noboa, del cileno José Antonio Kast, ma anche del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Un coro di felicitazioni proveniente da leader della destra internazionale accomunati da una retorica securitaria e da una visione del potere tendente all’autoritarismo.
Per sottolineare il suo messaggio fondato sulla sicurezza, De la Espriella, dopo la chiusura dei seggi e la notizia del suo vantaggio sull’avversario, ha sfilato per le strade di Barranquilla all’interno di un veicolo blindato. Una scelta che un presidente realmente popolare non avrebbe evidentemente fatto.