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19 agosto 1954: a Borgo Valsugana muore Alcide De Gasperi, statista e “padre della patria” dell’Italia della Ricostruzione postbellica. Una figura complessa, quella del politico trentino e uomo simbolo della Democrazia Cristiana, che si trovò a traghettare il Paese verso la ripresa post-seconda guerra mondiale e oltre i disastri lasciati in eredità dal fascismo, mettendo l’esperienza consolidata di figlio di un mondo di ieri per immaginare un moderno domani.

Un leader sulla scia di Cavour e Giolitti

Deputato della minoranza italiana nell’Austria asburgica, esponente del cattolicesimo popolare non prono al fascismo, infine ultimo presidente del Consiglio del Regno d’Italia e primo della Repubblica Italiana, De Gasperi è nato in uno spazio imperiale, quello austro-ungarico, e ha traghettato l’inserimento dell’Italia in quello a guida americana dopo il conflitto. Ha mediato le logiche della Guerra Fredda facendo di necessità virtù e, in continuità con uomini come Camillo Benso di Cavour e Giovanni Giolitti, è riuscito a districarsi politicamente nell’arte del possibile. Ignorando sia il mito dell’Italietta buona a nulla sia ogni sirena di grandeur fuori tempo massimo.

Cattolico devoto ma mai clericale, aperto alle istituzioni del libero mercato ma mai anti-sociale, moderato ma non ostile alla difesa delle rivendicazioni sociali in campo economico, De Gasperi ha fornito durante i suoi Governi, dal 1945 al 1953, la rotta alla Democrazia Cristiana per istituzionalizzarsi come forza di potere e governo.

Un moderno padre della patria

Non è un’esagerazione dire che il grande compromesso tra le forze cattolico-popolari e quelle social-comuniste imperniato nell’unità nazionale postbellica, la stesura della Costituzione e l’avvio della fase di istituzionalizzazione della Prima Repubblica dopo il decisivo voto del 1948, seguito alla rottura tra De Gasperi e Palmiro Togliatti, siano state le tappe decisive che consentono all’Italia odierna di vivere di rendita. Avendo garantito le basi politico-istituzionali di quella convivenza politica rispettata da tutte le forze che permise uno sviluppo organico della nazione in ricostruzione.

E non c’è dubbio che a gettare le fondamenta di questo edificio solido di regole comuni sul piano sociale, politico ed economico, casa comune di tutti gli italiani, sia stato Alcide De Gasperi.

Otto volte presidente del Consiglio, per poco tempo capo provvisorio dello Stato, artefice della promulgazione della Costituzione repubblicana, regista dell’adesione italiana alla Nato nel 1949 e alla nascente architettura europea De Gasperi, nato nel 1881, coniugò un’attenzione alla tradizione della sua formazione politica con una sostanziale modernità.

Pietro Craveri, autore di una corposa e documentata biografia di De Gasperi, indica questa modernità principalmente nella scelta del leader democristiano di trasformare la sua formazione da partito di campo “dei cattolici” a “partito nazionale”. Facendo coincidere la Dc con la guardiana di “una democrazia che si fondava sulla Carta costituzionale e trovava garanzie ulteriori nell’ancoraggio determinato dalle alleanze atlantiche ed europee”, aprendo a alleanze con le formazioni laiche e rispettando anche il gioco delle parti con un’opposizione comunista impossibilitata ad accedere alla stanza dei bottoni dalle regole della Guerra Fredda.

Il realismo di De Gasperi

De Gasperi agì con proverbiale realismo: l’Italia versava in crisi economica nel dopoguerra? Si scelse di tesaurizzare gli aiuti del Piano Marshall per difendere la lira e garantire investimenti dando il là a una graduale ripresa economica; di sostenere la sfida di Enrico Mattei per avviare quel processo di autonomia energetica nazionale che tanto bene avrebbe fatto all’economia italiana tramite il rifiuto dello smantellamento dell’Agip e l’avvio del percorso che avrebbe portato alla creazione dell’Eni.

Si avviò, tramite il Piano INA-Casa, un grande progetto di edilizia popolare in tutta Italia che dal 1949 sarebbe durato fino al 1963. Al contempo, si valorizzò quella prima linea di alto funzionariato pubblico e grand commis che all’ombra del potere democristiano prima e della Repubblica dell’alternanza poi avrebbe custodito la continuità dell’amministrazione a partire dai big che emergevano dal sistema del Tesoro e della Banca d’Italia. Tra questi, De Gasperi ebbe ottimi rapporti con Luigi Einaudi, che nel 1948 spinse alla presidenza della Repubblica, Donato Menichellagovernatore della Banca d’Italia, e Raffaele Mattioli, direttore della Comit, figure centrali per la vita economica dello Stato.

De Gasperi e il sogno di un’Europa unita

Il realismo di De Gasperi si inseriva, in ogni caso, in una visione del mondo animata da ideali chiari facenti riferimento a una politica orientata cristianamente: antitotalitaria e favorevole alla determinazione dell’individuo in nome del principio di libero arbitrio, solidaristica in nome della ricerca di valori comunitari, anti-nazionalista per la lezione della propria vita, in cui due volte aveva visto i popoli del Vecchio Continente in guerra tra di loro, e per questa natura favorevole alla costruzione della casa comune europea. Orientata, a suo avviso, a rendere viva quella Res Publica Christianorum in cui valori solidaristici e inclusivi avrebbero dovuto contribuire a consolidare un’agenda politica orientata a prevenire lo scoppio di futuri conflitti.

De Gasperi, l’uomo dell’abbraccio tra l’Italia e il campo occidentale, il propugnatore del Patto Atlantico del 1949, non ebbe remore a pensare al contempo all’adesione italiana alla Nato come a una parte più ampia di un progetto complessivo che doveva programmare anche una via tutta europea. Come ha ricordato Marco Odorizzi su Dialoghi, rivista promossa dall’Azione Cattolica, per De Gasperi “una necessità dettata da drammatiche esigenze esterne poteva tramutarsi nell’innesco di un autentico progetto di unità politica: la Comunità europea di difesa (Ced). Non un mega-Stato che prendesse il posto degli Stati esistenti, il che avrebbe vanificato la convinzione degasperiana che solo nella piccola dimensione batte il cuore della partecipazione pubblica”, ma un’Europa fondata su un’esigenza pratica: la messa in comune della sicurezza. L’embrione di un esercito europeo che non vide mai la luce per l’opposizione francese. 

Il monito europeo di De Gasperi

De Gasperi ebbe più successo a creare l’embrione della Comunità Economica Europea propugnando, prima della sua morte, una visione solidaristica dell’integrazione comunitaria. Contribuendo, anche attraverso la crescita dell’economia sociale di mercato, a fondare modelli di sviluppo che sapessero vincere le sfide lanciate dal modello socialista senza degenerare nello strapotere dei mercati.

E dunque vale la pena rileggere, decenni dopo, l’avvertimento che lanciò De Gasperi sui rischi di costruire un’Europa unita senza solide fondamenta valoriali: “se noi non costruiremo altro che delle amministrazioni comuni senza che vi sia stata una volontà politica superiore, vi­vificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali s’incontrano, si precisano e si animano in una sintesi superiore, noi rischiamo che questa attività europea compaia al confronto delle vitalità nazionali particolari senza colore, senza vita ideale; potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e fors’anche oppressiva“, disse De Gasperi a Strasburgo all’Assemblea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre 1951. Chiunque voglia vedere assonanze tra le parole dello statista trentino e i problemi che spesso vive l’attuale Unione Europea non faticherà a riconoscere la modernità e la preveggenza del pensiero dell’uomo che ha messo le basi dell’Italia odierna.

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