Alain de Benoist, nell’ultima intervista rilasciataci, aveva pronosticato che il populismo, nonostante le battute d’arresto, avrebbe continuato a far parlare di sé. A sei mesi dalle elezioni europee, abbiamo intervistato di nuovo il politologo e saggista francese. 

Alain de Benoist, lei ha teorizzato in tempi non sospetti che il raggio d’azione del populismo fosse destinato a proseguire nel tempo. I gilet gialli rappresentano questa continuazione?

“Sì, evidentemente. Il politologo Vincente Coussedière parla di ‘populismo del popolo’ per designare una forma d’azione e di rivendicazione spontanea diversa da quella dei partiti e dei movimenti abitualmente definiti ‘populisti’. Questa espressione si applica in modo esemplare ai gilet gialli, la cui caratteristica principale è di essere apparsi quando nessuno se l’aspettava e tenendosi sdegnosamente lontani da sindacati e partiti. La continuità del movimento, la sua natura ‘sotterranea’, inafferrabile, il ruolo di primo piano che giocano le donne, il suo carattere contemporaneamente sociale e patriottico sono alcuni altri tratti che lo distinguono da tutti i movimenti sociali precedenti”.

Se lei dovesse inquadrare i gilet gialli all’interno di un movimento politico, li accosterebbe al Front National oppure ritiene che possa esistere pure una certa simpatia provata nei confronti di Mélenchon?

“Secondo i sondaggi, è il Rassemblement di Marine Le Pen che dovrebbe beneficiare del maggior numero dei voti dei gilet gialli alle prossime elezioni, ma la Francia ‘renitente’ di J.-L M. dovrebbe, allo stesso modo, trarne beneficio. Detto questo, non bisogna dimenticare che la grande maggioranza dei gilet gialli non aveva, fino ad oggi, mai conosciuto un impegno politico. La maggior parte di loro manifesta per la prima volta. Alcuni di poro potrebbero avere la tentazione di presentare una lista indipendente alle prossime elezioni europee ma a mio avviso sarebbe un errore. Il solo risultato sarebbe dividere l’opposizione”.

La presidenza Macron è destinata a durare? 

 “È protetto dalle istituzioni della V repubblica ma in questa situazione per lui sarà molto difficile continuare a governare. Ci sarà un ‘prima’ e un ‘dopo’ gilet gialli, tanto più che le cause della rivolta sono ancora là. Emmanuel Macron è stato collocato a capo dello Stato con il sostegno attivo dei mercati finanziari e degli oligarchi, che si aspettano da lui che imponga le ‘riforme’ che dovrebbero adattare la società francese alle esigenze dell’Unione europea. Questo programma implica inevitabili misure di austerità delle quali le classi popolari e la parte di classe media che, al giorno d’oggi, è sulla via del declassamento, e persino della sparizione, non vogliono più sentire parlare”.

 I gilet gialli influenzeranno anche altre nazioni d’Europa? Se sì, come e quali?

“Si è immediatamente constatato un effetto di contagio: subito in Belgio e nei Paesi Bassi, poi in Portogallo, in Romania, in Bulgaria e persino in Iraq. Ho visto, di recente, che il governo italiano ha egli stesso manifestato la sua simpatia nei confronti dei gilet gialli. Ma, nell’immediato, si tratta soprattutto di iniziative imitative. Anche le condizioni particolari di ciascun paese esercitano un ruolo”.

Come sta il populismo in Europa? 

“Il populismo in Europa (e altrove) è il fenomeno politico più innovativo degli ultimi trenta anni. È una modalità di articolazione della domanda politica e sociale che parte dalla base e, in una prospettiva contro-egemonica, si indirizza contro delle élite considerate separate dal popolo e sollecite soltanto dei loro privilegi. L’insorgenza dei populismi s’accompagna dappertutto al declino dei vecchi partiti istituzionali, che erano i vettori della divisione destra-sinistra, cui succederanno divisioni nuove. Non è ancora venuto il momento di tracciare un bilancio di questa ondata di populismo, ma è chiaro che è chiamata ad amplificarsi ancora nei prossimi anni”.

Gli analisti sostengono che l’asse franco-tedesca sia entrata in crisi. Lo ritiene corretto? Verso quali cambiamenti stiamo andando incontro in termini geopolitici?

“A parte rare eccezioni recenti, l’asse franco-tedesco è sempre stato in crisi. In passato, è stato dominato dalla Francia perché la Germania, divenuta un gigante economico, rimaneva un nano politico. Dalla caduta del sistema sovietico e la riunificazione, è il contrario. La Germania ha imposto le modalità di adozione dell’euro. Si rende conto che la Francia non riesce a realizzare le riforme e che è sempre più isolata nello scenario internazionale. Questa situazione suscita nella Germania la tentazione di porsi come principale alleato degli Stati Uniti. Ma, nello stesso tempo, l’indirizzo politico tedesco si evolve, lentamente come sempre in quel Paese. Angela Merkel si appresta a lasciare il potere e nessuno sa ancora per davvero chi le succederà”.

Le elezioni di medio-termine hanno sancito una parziale tenuta di Donald Trump. Pensa che il Tycoon possa confermarsi nel 2020?

“È difficile da dire. Trump, che è un personaggio imprevedibile, ha contro di lui dei poteri considerevoli, tutti più o meno legati all’establishment di Washington e ai rappresentanti dell’ideologia dominante. Ma vanta anche importanti riserve di voti nell’ “America profonda”. Non ha affatto deluso i suoi elettori, malgrado il suo stile spesso stravagante e i suoi ripensamenti inattesi. Sul piano economico e sociale, ha invece ristabilito la situazione. I suoi orientamenti in politica estera sono più criticabili, ma questo non interessa il suo elettorato. Inoltre, sul fronte democratico, non si vede chi potrebbe opporsi a Trump. Bisogna aspettare di saperne di più”.

La gestione dei fenomeni migratori continua a tenere banco sul piano politico. La sensazione è che attorno alla combinazione tra questo tema e quello riguardante la questione sociale si giochi il futuro dell’Ue. Lei cosa ne pensa?

“È una combinazione essenziale. Ed è lei, allo stesso modo, che consente di comprendere i gilet gialli. I problemi connessi all’immigrazione hanno suscitato in molti francesi un sentimento di insicurezza culturale. Le misura antisociali del governo, da canto loro, hanno generato in segmenti sempre più importanti della popolazione, un vivo sentimento di insicurezza sociale. Ma queste due forme di insicurezza non permettono di modificare la situazione di fatto fin quando rimangono separate. Non c’è populismo che quando l’insicurezza culturale e l’insicurezza sociale si sommano nelle medesime fasce di popolazione. È il caso degli strati popolari della “Francia periferica”, che oggi ritengono di non avere niente da perdere perché sono loro a subire frontalmente, e in modo congiunto, gli effetti della immigrazione di massa e quelli della diminuzione costante del potere d’acquisto”.

Articolo di Francesco Boezi