Nelle scorse ore, una rivelazione del Wall Street Journal annunciava l’intenzione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi, fino al 100%, su alcuni marchi europei. Una “vendetta” maturata dalla disputa, che dura a fasi alterne da quasi trent’anni tra USA e UE, sulle carni americane trattate con gli ormoni. Il coro dell’opinione pubblica liberal e progressista, più che analizzare la questione, ha preferito cogliere la palla al balzo per attaccare, in maniera strumentale, l’ iniziativa del presidente Donald Trump.Anche nel caso questa si concretizzasse, il presidente statunitense non farebbe altro che mantenere ciò che promesso ai suoi elettori in campagna elettorale: proteggere le aziende e i lavoratori americani. Ma ci sono altri aspetti da sottolineare ed evidenziare in questa vicenda che ha scatenato l’opinione pubblica europea (e italiana). Nella corsa a chi la spara più grossa contro l’odiata amministrazione USA c’è anche Facebook, che annuncia: «Protezionismo è mezzo disastro».I dazi? Voluti da Barack ObamaCome ha evidenziato Mario Sechi su Il Foglio, la lista dei prodotti europei oggetto della controversia tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti non è stata affatto stilata dal team di Trump ma dalla precedente amministrazione: “La notizia – osserva – è una non notizia e se proprio vogliamo cercarne una, di notizia, è il riflesso pavloviano dei levrieri da tastiera democratica nell’azzannare l’amministrazione Trump anche quando l’origine del problema – se di problema si tratta – è da un’altra parte. La lista dei prodotti oggetto della contesa non è uscita dopo una riunione alla Casa Bianca tra Steve Bannon e Kellyanne Conway, ma era stata depositata nell’atto del 26 dicembre scorso. […] Questa lista è un aggiornamento di una serie di prodotti europei che erano soggetti a tassazione rafforzata già nel 1999 e sottoposti a regime speciale di importazione, in tutto o in parte, fino al 2011. Presidenze Bush, Clinton e toh! sempre Obama“.La storia dei dazi tra USA e UEI dazi, dunque, non sono affatto un’invenzione di Donald Trump. Nel 2009, il colosso svizzero Nestlé – proprietario del marchio S.Pellegrino ma anche di Vera – guardava con grande preoccupazione ai dazi imposti dagli Usa sulle acque minerali italiane, “un mercato – scriveva Milano Finanza – che sul fronte dell’export a stelle e strisce vale qualcosa come 120 milioni di dollari”. Il 15 gennaio 2009 gli Stati Uniti avevano annunciato misure punitive da far scattare il successivo 23 marzo di quell’anno (poi diventato il 23 aprile), e che vedevano l’imposizione di dazi del 100% su alcuni prodotti importati dall’Unione Europea per un valore che ammontava a 116.8 milioni di dollari annuali.Piaggio? Meno del 5% del fatturatoTra i marchi italiani che potrebbero finire nel mirino dei dazi di Trump, com’è stato ampiamente riportato, ci sarebbe anche Piaggio. Come rilevano C. Di Cristofaro e P.Catarsi su IlSole24Ore, tuttavia, «il mercato americano copre per il gruppo Piaggio meno del 5% del fatturato e di questa cifra la quota dei veicoli esportati sotto i 500cc è ancora inferiore. L’anno scorso il fatturato di Piaggio è cresciuto dell’1,4% a 1,31 miliardi di euro». Una porzione di mercato tutto sommato abbastanza esigua, nonostante annunci e slogan catastrofisti.Dispute riguardano solo il 2% dei prodottiUSA e Unione Europea rappresentano il 60% del PIL mondiale, il 33% del commercio mondiale di merci e il 42% del commercio mondiale nel settore dei servizi. Negli ultimi decenni si sono susseguiti una serie di conflitti commerciali tra le due potenze; nonostante questo le dispute di cui si parla in questi giorni riguardano solo il 2% degli scambi. Il TTIP– trattato transatlantico di libero scambio Europa-Usa – avrebbe dovuto abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano, ma le trattative si sono arenate prima che Trump s’insediasse alla Casa Bianca.