“Con le azioni che intraprendiamo oggi continua la nostra trasformazione per essere altamente agili, resilienti e redditizi, dandoci la flessibilità per investire nel futuro”. Così ha parlato il Ceo di General Motors, Mary Barra, dopo aver assunto nella giornata di lunedì la decisione di chiudere cinque impianti in Nord America e due nel resto del mondo, riducendo del 15% la forza lavoro occupata e mettendo a rischio 14.700 posti di lavoro negli Stati Uniti.

Subordinata all’eventualità di un mancato raggiungimento di un nuovo accordo coi sindacati, la mossa della Barra e del board di General Motors mette a rischio importanti centri produttivi dell’azienda, tra cui quello di Lordstown, Ohio, dove si produce la Chevrolet Cruze, quello di Detroit-Hamtramck, sito di origine della Chevrolet Volt, della Buick LaCrosse e della Cadillac CT6; e quello di Oshawa, in Ontario, dove viene prodotta la Chevrolet Impala, oltre a due impianti in Michigan destinati alla componentistica.

“L’obiettivo è ridurre i costi di 4,5 miliardi di dollari e ridurre la spesa in conto capitale di 1,5 miliardi di dollari all’anno”, scrive l’Huffington Post, che ha inoltre citato il rialzo del titolo in borsa a seguito della scelta di General Motors. Insondabili misteri dell’economia capitalistica, manifestazione dell’irrazionalità dell’impresa finanziaria destinata alla sola produzione di valore a breve termine, come ha fatto notare nei suoi studi Luciano Gallino. Fatto sta che il rally in borsa di Gm ha portato a un guadagno del suo titolo pari al 7%.

L’economia statunitense corre, ma la mossa di General Motors pone un ostacolo importante sul cammino della realizzazione del programma elettorale di Donald Trump. Gm vuole infatti riconsiderare la sua catena del valore su scala globale ed è probabile “che la decisione assunta dalla casa automobilistica sia una diretta conseguenza della guerra commerciale avviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Unione Europea e Cina. Nel complesso, fino ad ora, i dazi hanno portato a un aumento dei costi di circa un miliardo per l’acquisto di materie prime, riporta il Financial Times“.

Le chiusure aziendali colpiranno centri situati in numerosi Stati chiave per la conquista della presidenza degli Stati Uniti, Stati operai che hanno premiato di stretta misura nel 2016 proprio perché l’elettorato ha puntato sull’agenda economica del candidato repubblicano, favorevole a riportare in patria buona parte della manifattura statunitense in settori strategici come l’automobile, interessata oggigiorno da una guerra commerciale che vede Washington competere non solo con la Cina ma anche con la Germania.

La Barra, inoltre, è stata per due volte ospite di Trump alla Casa Bianca assieme ai direttori delle altre case automobilistiche basate a Detroit, la Ford (rappresentata da James Hackett) e Fiat Chrysler (con l’allora Ceo Sergio Marchionne): la prima volta il 10 gennaio 2017, la seconda nel maggio scorso. Era emersa, in entrambi i casi, una sintonia politica e strategica che ora la mossa di General Motors potrebbe far vacillare, in quanto fortemente in controtendenza con le mosse delle concorrenti del conglomerato automobilistico.

Del resto, la Barra ha annunciato che la chiusura diverrà effettiva se i sindacati rifiuteranno una rinegoziazione, evidentemente sfavorevole per i lavoratori, dei contratti collettivi. “Le decisioni di Gm, alla luce delle concessioni ottenute durante la crisi e il salvataggio con soldi pubblici, mettono i profitti prima della famiglie che lavorano”, ha dichiarato il vice presidente del Uaw, la Fiom statunitense, Terry Dittes. Con ogni probabilità, infatti, General Motors in futuro annuncerà delocalizzazioni di impianti per fare fronte all’emorragia di posti di lavoro: e nuovamente, nell’era Trump, si riapriranno le grandi contraddizioni del capitalismo statunitense nell’era globale, a partire proprio dal settore che più era considerato vicino al Presidente.

Del resto, la stessa notizia del guadagno borsistico di Gm non sorprende: la finanza, con tutte le sue contraddizioni, si è perfettamente adattata alla nuova epoca e non ha avuto bisogno di correggere i suoi schemi. Lo stesso non si può ancora dire per i lavoratori: e Trump, di fronte al rischio di una perdita di 15mila posti di lavoro, sarà atteso dal primo serio banco di prova di fronte al suo più importante bacino elettorale.