Mette Frederiksen rompe gli indugi e convoca le elezioni anticipate in Danimarca cercando di sfruttare il trend favorevole dei consensi per il suo Partito Socialdemocratico dopo che tra gennaio e febbraio la leader di Copenaghen ha saputo costruirsi un’immagine solida opponendosi alle mire del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia. La capa del governo danese doveva per vincolo costituzionale convocare un’elezione generale entro il 31 ottobre e ha scelto di anticipare la fine della legislatura.
Il motivo è chiaro: Frederiksen vuole seguire sul loro terreno il canadese Mark Carney e l’australiano Anthony Albanese, che hanno portato il Partito Liberale di Ottawa e il Partito Laburista di Canberra a vincere a sorpresa nel 2025 le elezioni generali contro gli avversari conservatori sfruttando l’onda lunga della polarizzazione con gli Usa e la scelta di presentarsi come alternativi a Trump. I socialdemocratici, che governano in un esecutivo di larghe intese con il centrodestra di Venstre e dei Moderati, hanno per due governi impresso una spinta centrista all’esecutivo e Frederiksen ha rifiutato dal 2022 a oggi qualsiasi collaborazione con la sinistra radicale e verde, con le formazioni di riferimento schierate all’opposizione.
Parola d’ordine: distinguersi da Trump
Ora, però, col nuovo clima Frederiksen può presentarsi come la figura in grado di aprirsi varie strade. I sondaggi vedono il suo partito ancora sotto al risultato di quattro anni fa ma meglio rispetto a una tornata di elezioni locali autunnali disastrose per la formazione da lei guidata. La premier che da sinistra aveva rilanciato l’atlantismo ferreo, il sostegno coriaceo all’Ucraina (Copenaghen era prima in Unione Europea per aiuti pro capite a Kiev al 31 dicembre 2025), la lotta all’immigrazione clandestina ha subito a novembre la perdita della capitale per la prima volta in un secolo e ha coniugato la spinta sull’onda lunga del suo mandato con aperture a sinistra: “Frederiksen ha affermato che la Danimarca dovrà ridefinire il suo rapporto con gli Stati Uniti, considerati il suo alleato più stretto, e “ha anche promesso un’imposta patrimoniale per finanziare le scuole”, nota il Guardian, che ricorda come la questione Groenlandia sia centrale.
Il grimaldello groenlandese, in un contesto che vede l’intera politica nazionale compatta nel respingere le mire americane su Nuuk, può essere lo strumento d’apertura per Frederiksen e i socialdemocratici dopo le prossime elezioni previste per il 24 marzo. Sinistra Verde e l’Alleanza Rosso-Verde sono salite dall’8,3 al 12-13% e dal 5 al 6,5-7,5% nei vari sondaggi e potrebbero fornire un’alternativa progressista qualora Frederiksen cercasse il suo terzo mandato cavalcando anche il sentimento di scetticismo verso gli Usa suscitato da Trump.
Carney e Albanese insegnano che la critica o il distacco dagli Usa possono consentire di sdoganare sul piano politico elementi di matrice securitaria e geopolitica anche nel campo progressista e rappresentano un fattore di compattamento per dei corpi elettorali spesso disorientati su altri dossier. Frederiksen prova a muoversi sul loro tracciato. E sarà la politica estera, soprattutto per il dossier Groenlandia, a giocare un ruolo importante, fornendo dunque un argomento narrativo alla premier per tenere in mano il pallino del gioco. D’altronde, il calcolo è rischioso: costruire su un’alternativa agli Usa odierni una visione di prospettiva per la politica danese può far prevalere la tattica sulla strategia. Ma non è una novità, in un mondo di molti politici e pochi statisti.

