La Groenlandia va al voto e il rinnovo del Parlamento di Nuuk andrà di pari passo con la fase politica più calda dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi per l’isola più grande del mondo. Domani il Paese da 60mila abitanti legato alla Danimarca. La Groenlandia, Stato associato al Regno di Danimarca, è al crocevia: corsa verso l’indipendenza? Rafforzamento del vincolo con Copenaghen? O attrazione verso le sirene statunitensi accese dal presidente Donald Trump, che ha dichiarato l’intento di voler portare la Groenlandia nell’orbita americana e proposto addirittura l’ipotesi dell’annessione al territorio americano?
Il big bang dell’elezione di Trump
Sicuramente la discesa in campo di Trump ha aperto il dibattito sul futuro della Groenlandia e spinto la politica locale a prendere in considerazione ogni ipotesi. La pressione a stelle e strisce e la risposta del governo danese di Mette Frederiksen, che ha proposto di rafforzare il dispositivo securitario nell’Artico, hanno stimolato la spinta indipendentista del governo di Nuuk. “Non vogliamo essere danesi o americani”, ha di recente dichiarato il premier della Groenlandia Múte Egede a Fox News.
Come riportato su Sky Insider Egede, alla guida del partito socialdemocratico e pro-indipedenza Inuit Ataqatigiit, “intende affermare due principi: da un lato, che Nuuk è desiderosa di affermare la sua volontà di esercitare l’autogoverno sulle questioni interne che l’accordo di associazione al regno di Danimarca del 1979 garantisce; dall’altro, che il movimento indipendentista è attivo e non esclude di rimettere sul tavolo la questione della secessione dal regno” in un contesto geopolitico e strategico incerto. La formazione del primo ministro controlla 12 seggi su 31 nel Parlamento uscente e guida un Governo di coalizione.
Nel voto di domani, Egede vuole una maggioranza tale da potergli permettere di convocare un referendum indipendentista. L’obiettivo è cavalcare la duplice tendenza del territorio: da un lato, sostenere le aspirazioni secessioniste. Dall’altro, chiedere che vadano di pari passo con condizioni di vita in miglioramento.
L’obiettivo di riprendere totalmente il controllo su quella che gli Inuit chiamano Kalaallit Nunaat (“la terra del popolo”) va di pari passo con il grande tema del futuro progresso del Paese, che da un lato vive di sussidi della Danimarca e dall’altro ha sempre avuto timore a compiere il grande passo dell’apertura all’estrazione mineraria nel suo ricchissimo sottosuolo.
I tesori del sottosuolo della Groenlandia
“La Groenlandia è ricca di minerali essenziali , tra cui rame, tungsteno e persino platino, sebbene per la maggior parte sepolti sotto il ghiaccio”, nota The Conversation, aggiungendo che fino a poco tempo fa, questo non era il tema principale nei programmi della maggior parte degli elettori più interessati a questioni di pane e burro come il Welfare e il costo della vita che alle risorse del sottosuolo. Ma l’interesse di Trump per l’isola ha cambiato il dibattito”.
La frontiera mineraria apparirebbe strategica per la Groenlandia qualora il partito di Egede scegliesse la via del referendum indipendentista. Se il cordone ombelicale con Copenaghen venisse reciso, Nuuk avrebbe bisogno di una grande quota di risorse aggiuntive per colmare il vuoto di sussidi danesi, che contribuiscono a oltre un quinto del Pil locale: 770 milioni su 3,2 miliardi di dollari. Ma la partita del sottosuolo contraddirebbe molte pulsioni della politica groenlandese, molto attenta alle questioni ambientali in un contesto in cui, paradossalmente, è l’industria della transizione green ad avere fame delle risorse che l’isola detiene.
“La transizione energetica, ma anche lo sviluppo delle nuove tecnologie che la supportano, hanno costi imponenti e la Groenlandia rischia di diventare l’ennesimo spicchio di mondo in cui i nodi verranno drammaticamente al pettine“, scrive l’Imperial Eco Watch aggiungendo che “già oggi, opera in Groenlandia una nutrita schiera di compagnie minerarie che battono bandiera canadese, australiana e inglese. Con l’indipendenza, giocoforza, il loro numero aumenterebbe in modo esponenziale”, e potrebbe rientrare in campo un attore, la Cina, che rappresenta lo spauracchio delle rivendicazioni di Trump. Per un’eterogenesi dei fini, le rivendicazioni Usa finiranno per distaccare la Groenlandia non solo dalla Danimarca ma anche da Washington? Al voto di martedì si inizierà a capirlo.
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