I giocatori d’azzardo più accaniti sanno bene che ogni scommessa porta con sé un certo fattore di rischio. Questo vale anche nel caso della Cina, che negli ultimi anni ha “puntato” su una serie di Paesi osteggiati o abbandonati dagli Stati Uniti per portare avanti il proprio disegno geopolitico. L’Iran, numerosi Stati dell’America Latina e dell’Africa, la Corea del Nord e, in ultima battuta, la Siria. A dire il vero, negli anni passati, Pechino aveva già fatto capire di essere interessata a portare Damasco sotto la propria ala protettrice, ma in parte per una guerra civile ancora in corso e in parte per il ruolo predominante della Russia in quella regione, il Dragone è sempre stato impossibilitato a procedere oltre. Oggi la situazione è cambiata. I rapporti sino-russi hanno subito una netta distensione e le tensioni siriane sono ormai relegate solo in alcune aree. Questo significa che la Cina può finalmente mettere in atto il suo piano: trascinare la Siria all’interno della Nuova Via della Seta.
Un rapporto win-win
Nel corso del 2019 la Siria ha avviato un serio dialogo con il governo cinese sulle modalità di partecipazione alla cosiddetta Belt and Road Initiative (Bri), cioè il mastodontico progetto infrastrutturale e commerciale attraverso il quale la Cina mira a espandersi in Europa e Africa. La conferma è arrivata niente meno che dalla bocca del presidente siriano Bashar al Assad, che in un’intervista all’emittente televisiva cinese Phoenix ha svelato le carte lasciando intendere che al momento il suo Paese “non fa parte della Nuova Via della Seta”, ma che tuttavia Damasco e Pechino hanno avviato un dialogo che riguarda le infrastrutture, cioè “uno degli aspetti più importanti che potrebbero consentire alla Siria di far parte della Bri”. Lo stesso Assad ha fatto capire alla Cina di quanto la Siria necessiti di “maggiori investimenti” per proseguire nel faticoso processo di ricostruzione: “Ora, con la liberazione della maggior parte delle aree, abbiamo iniziato le discussioni con un certo numero di aziende cinesi con esperienza nella ricostruzione. Speriamo che le aziende cinesi inizino a guardare e studiare il mercato siriano, che sta migliorando rapidamente e costantemente in termini di sicurezza”.
Pechino, Damasco e la Nuova Via della Seta
Dal punto di vista cinese la prospettiva è allettante da almeno due punti di vista. Il primo è senza ombra di dubbio quello geopolitico, dal momento che la Siria è situata in una posizione strategica. Nel caso in cui Pechino riuscisse davvero a piantare la sua bandierina su Damasco, il Dragone si prenderebbe in un colpo solo un tavolo conteso fino a pochi anni fa da Stati Uniti e Russia. Il tutto, sia chiaro, senza aver fatto grandi sforzi militari. C’è poi da considerare il collegamento della Siria alla Nuova Via della Seta: da questo punto di vista Pechino fluidificherebbe quel percorso terrestre che, attraversando l’intera Asia, ha il compito di trasportare merci e prodotti dalla Cina all’Europa. Come se non bastasse, dietro alla Bri si nasconde una convenienza non da poco per le aziende cinesi, come ha confermato lo stesso Assad: “Sarà un investimento redditizio in tutti i sensi”. E che, aggiungiamo noi, accontenterà entrambi le parti: la Siria, che spera così di tornare un Paese normale, e la Cina, che inizia a già a fare i suoi calcoli strategici ed economici. Secondo quanto riferito da Bloomberg, inoltre, il sostegno delle aziende al soldo di Pechino potrebbe anche aiutare Damasco a creare posti di lavoro per milioni di rifugiati siriani che nel frattempo sono tornati nella loro terra.
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