Dall’Ucraina a Gaza l’Europa senza coraggio non sa decidere: o forte e autonoma o allineata agli Usa

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Alla straordinaria performance offerta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio all’inclita platea della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, InsideOver ha dedicato diversi ed eccellenti articoli di Andrea Muratore (qui) e di Raffaele Oriani (qui). Di meglio e di più non si potrebbe dire. Se non che Rubio, applaudito alla fine dell’intervento, da perfetto Mefistofele ha riposto agli appelli del dottor Faust-Europa, prendendosi la sua anima gratis, senza neanche garantirle i ventiquattro anni di servizio. Rubio ha suonato uno spartito a noi europei ben noto. Come già Rudyard Kipling nel 1899, ci ha invitati a “… vegliare pesantemente bardati / Su gente inquieta e selvaggia / Popoli da poco sottomessi, riottosi, /
Metà demoni e metà bambini”. Il caro vecchio colonialismo, che stiamo resuscitando sotto forma di riconquista del Sud Globale e per il quale ci stiamo, appunto, pesantemente bardando. E che fruttò a Kipling, nel 1907, il premio Nobel per la letteratura a soli 41 anni, il più giovane premiato finora.

Ci aggrappiamo, dunque, ai ricordi delle stagioni più dorate e cupe della civiltà europea, quelle delle grandi conquiste e delle stragi delle popolazioni native, dei saccheggi e degli sfruttamenti in nome e per conto della fondazione di grandi imperi. I secoli in cui potevi massacrare un popolo come i palestinesi di Gaza ma non lo sapeva nessuno. E chi lo sapeva era d’accordo: non a caso Kipling ebbe, nel 1907, il premio Nobel per la letteratura a soli 41 anni, il più giovane premiato nell storia dell’istituzione. Tutto questo è la spia più evidente più evidente di quanto si agita in quello che Carl Gustav Jung avrebbe chiamato l’inconscio collettivo della cara vecchia Europa. E senza scomodare uno dei grandi della psicanalisi, o in alternativa un classico film pulp sugli zombie, basta osservare quanto avviene sui due fronti su cui l’Unione Europea dovrebbe essere più presente e attiva: l’Ucraina e Gaza.

Ciò che avviene è: il nulla. Per quanto riguarda l’Ucraina, a quattro anni dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, la Ue non ha saputo partorire una proposta che sia una per mettere fine al conflitto. Una proposta qualunque, intendiamo. Per ipotesi anche una proposta così sbilanciata a favore dell’Ucraina che per la Russia sarebbe impossibile accettarla. Il mantra è: continuiamo ad armare gli ucraini perché possano proseguire a combattere (per noi, si dice) fino a che la Russia non venga sconfitta o non si adatti a condizioni di pace che equivalgano a una sua sconfitta. Questo non succede da quattro anni e, a dispetto delle dichiarazioni dei due più grandi imbecilli sulla scena, Mark Rutte (segretario generale della Nato) e Kaja Kallas (responsabile Ue per la Politica estera: pronunciare questa frase provoca reazioni come quella di Nanni Moretti quando parlava di Lina Wertmuller in Io sono un autarchico), probabilmente non succederà neppure nei prossimi (speriamo di no) quattro.

Però di idee nuove zero perché, a quanto pare, far combattere gli ucraini ci piace. Quando Emmanuel Macron dice “Niente pace senza noi europei” nei fatti dice: proseguiamo la guerra. Fino a quando tutto ciò sarà tollerabile per gli ucraini, ai politici Ue che già nel 2022 pronosticavano un rapido crollo della Russia a quanto pare non interessa. Come non interessa (è solo un esempio, in altri articoli ne abbiamo fatti tanti altri) che il presidente Zelensky abbia appena formato un decreto (n. 108/2026) per consentire il servizio militare agli over 60. E se la risposta è, come dicono certe cronache da Ginevra, mandare qualche funzionario a cercare di inserirsi surrettiziamente agli incontri a tre Usa-Russia-Ucraina, dove la Ue non è invitata, siamo messi male male male.

E vogliamo parlare di Gaza? Anche lì, dopo la strage di Hamas del 7 ottobre 2023, il tentativo di genocidio messa in atto dagli israeliani, con centinaia di migliaia di morti in totale e tra loro decine di migliaia di donne e bambini. In questi tre anni, l’Europa ha saputo solo ripetere il cinico ritornello “Israele ha il diritto di difendersi”, come se difendersi volesse dire fare tutto ciò che si vuole quando si vuole e come si vuole. L’Europa così attaccata al “mondo basato sulle regole” ha assistito inerte alla violazione di tutte le regole immaginabili, persino quelle più elementari del diritto di guerra, in parte continuando ad armare Israele. Un’idea? Una proposta? Una cosa qualunque che facesse pensare che l’Europa fosse interessata a una soluzione non così cruenta? Niente, nulla, zero.

Poi arriva Donald Trump con il suo cosiddetto Piano, che almeno ferma il massacro ma in sostanza prevede di trasformare i palestinesi superstiti in manodopera a basso costo per le speculazioni immobiliari di Usa e Israele. E gli europei, che nulla avevano fatto prima? Di colpo fanno le verginelle offese: loro al Board of Peace non partecipano, non è abbastanza fine, loro sono superiori a queste cose. E l’Unione europea pure: vado, non vado, alla fine mando un commissario di basso profilo così vado ma faccio capire che non lo faccio volentieri. Come sempre la più creativa è l’Italia: ci va ma solo per “osservare”. Come se in questi anni non avessimo, insieme con gli europei, osservato abbastanza senza fare nulla. E senza nemmeno pensare, soprattutto i vari Francia. Germania, Spagna e Regno Unito, che forse a Trump interessa di più avere a bordo l’Arabia Saudita e il Pakistan piuttosto che questi nostri Paesi per cui, alla fin fine, manifesta soprattutto disprezzo.

Perché poi, alla fin fine, il problema è sempre quello: un’Europa che pretende di diventare forte e strategicamente autonoma ma non ha le palle per affrancarsi (o almeno per tentare di affrancarsi) dalla sottomissione agli Stati Uniti. E quando qualcuno come il cancelliere Friedrich Merz si lascia scappare che il vecchio ordine mondiale è finito e che c’è una frattura tra Europa e Usa, i politici di complemento si affrettano a dargli torto per ribadire: tranquilli, è tutto in ordine.

È difficile immaginare una bufala più clamorosa. Le politiche dell’amministrazione Trump dovrebbero avercelo dimostrato. Sui dazi, dove abbiamo esultato perché gli Usa non ci hanno triturati. Sulla Groenlandia, che dovremmo cedere agli Usa o, nella migliore delle ipotesi (quella, per esempio, che tanto piace alla Kallas e a Rutte), dovremmo trattare in sede Nato, come se la Groenlandia (e la Danimarca di cui è parte) non fossero più territorio Ue. O sugli armamenti, che ci servono per far proseguire la guerra in Ucraina ma che dobbiamo comprare presso le aziende Usa.

E non è nemmeno una questione di Trump o non Trump. Lui, semmai, è quello che ha rotto gli indugi e buttato a mare ogni ipocrisia, avendo fretta di bloccare l’erosione dell’impero americano. Da almeno tre presidenze (Obama, Biden e Trump) gli Usa ci avvertono della necessità di rimetterci in linea e di affiancarli nella lotta al vero avversario, il loro, la Cina. Disdetti trattati sul disarmo, costruite nuove basi nell’Europa ex-Est, e per finire distrutto il gasdotto Nord Stream che nutriva il modello economico europeo. Così, per non dipendere nell’energia dalla Russia (dipendenza così drammatica che è bastato decidere di non comprare più per farla finire), ora dipendiamo da loro e dai loro alleati, graziosamente pagando il triplo di prima.

Gli americani ci fanno pesare il fatto che “ci difendono”, o ci difendevano. Come se l’avessero fatto gratis. Adesso paghiamo tutto a caro prezzo ma anche prima non era gratis: sudditanza politica, partecipazione alle imprese militari Usa, basi americane nei nostri territori, la coscienza che un’eventuale guerra (come infatti è poi avvenuto in Ucraina) si sarebbe combattuta in Europa. Ma non solo. Come ha stimato il quotidiano economico francese Les Echos, è l’Europa in credito con gli Usa, non il contrario: per la bellezza di 8 mila miliardi. Circa il 40% dei bond Usa detenuti al di fuori degli Stati Uniti (pari a 3.600 miliardi di dollari) è in mano a investitori europei. A questi vanno aggiunti le azioni e gli altri titoli americani detenuti da investitori istituzionali e privati europei. In sostanza, agli americani non dobbiamo un caxxo. Anzi.

Il fatto è che nessuno, dalle nostre parti, ha il coraggio di affrontare la realtà. Quella che dice: o allineati agli Usa o forti e autonomi. Le due cose insieme sono impossibili, sono una contraddizione in termini. E mentre ci crogioliamo nell’incertezza senza affrontare il problema, l’Europa va in pezzi.