La pandemia, le questioni politiche relative all’intelligence e eventi come la tragica uccisione in Congo dell’ambasciatore Luca Attanasio hanno dimostrato la rilevanza delle tematiche securitarie per la tenuta del sistema-Paese Italia. Ad ogni livello (aziende, istituzioni politiche, apparati statali) il Paese necessita di prendere consapevolezza dei rischi insiti in un mondo sempre più complesso e competitivo.

La cultura della sicurezza, dunque, in questi tempi pieni di sfide strategiche per l’Italia diventa una conditio sine qua non perché uno Stato possa reggere l’urto delle sfide che gli si pongono di fronte e tutelare i suoi interessi nazionali, la sua economia, la sicurezza dei suoi cittadini. Di queste tematiche parliamo oggi con il professor Umberto Saccone. Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, per 25 anni (1981-2006) all’interno del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza militare (Sismi), dove ha ricoperto incarichi operativi in Italia e all’estero; Saccone ha diretto inoltre dal 2006 al 2015 la security di Eni. Oggi è presidente del cda della società di sicurezza Ifi Advisory e direttore del Master in Intelligence e Security  alla Link Campus University. Con lui discutiamo delle tematiche relative alla sicurezza nazionale in tutte le sue dimensioni. Partendo proprio dal preoccupante caso dell’omicidio dell’ambasciatore Attanasio.

Professor Saccone, oltre ad essere stato un vile delitto, l’omicidio dell’ambasciatore Attanasio è un’importante questione di matrice securitaria. Che indicazioni possiamo trarre dalle problematiche che ha fatto emergere?

“Il caso Attanasio mi ha particolarmente colpito, e ciò che più mi infastidisce è che non ci sono risposte. Chiaramente le indagini sono coperte e sotto riserbo, ma per fatti analoghi che hanno riguardato le aziende c’era una forte presenza mediatica nell’analisi delle dinamiche giudiziarie, delle indagini e delle mosse delle procure, spesso rese pubbliche con grande trasparenza. Analoga trasparenza non la riesco a rilevare in relazione agli ultimi eventi che riguardano le Ong e il ministero degli Esteri, che sicuramente avranno fatto le cose nel miglior dei modi possibili ma tali crimini non possono esimerci da porci delle domande confinate, per il momento, in silenzi assordanti. La vicenda dell’Ambasciatore Attanasio è l’ultima in ordine di tempo che apre interrogativi su come viene interpretato dalla Pubblica amministrazione il dovere di protezione. Infatti, al di là  delle motivazioni che hanno portato al suo omicidio (attentato o tentato sequestro) lo spostamento del diplomatico, così come effettuato, appare disallineato rispetto al livello di minaccia che non poteva non essere considerato.

Come avviene il processo di analisi del rischio securitario in casi del genere?

Innanzitutto mi piacerebbe capire dove e quali falle ci siano state. La giurisprudenza in materia è decisamente chiara: una minaccia vera o potenziale deve essere mitigata, e se tale mitigazione non può essere compiuta non si può affidare un evento così delicato, come lo spostamento di un Capo Missione, a un lancio di dadi. In un Paese come il Congo la minaccia è certamente elevata: ebbene, quale è stato il sistema di sicurezza adottato? Non saperlo è una cosa che non può lasciare indifferenti, così come non può lasciarci indifferenti il caso di Silvia Romano e il fatto di non sapere se l’ONG è stata in qualche maniera indagata o avvisata per le problematiche securitarie a cui la volontaria è stata anche se involontariamente sottoposta. Non sto chiaramente puntando il dito o indicando colpevoli, ma segnalo uno sbilanciamento: per le vittime dipendenti di Bonatti, ad esempio, azienda e il suo CdA sono stati condannati in maniera collegiale, a mio parere anche giustamente, per l’assenza di un documento e di processi di valutazione dei rischi. Amministrazioni pubbliche e Ong sono, anch’esse, linee datoriali sottoposte a modelli di organizzazione e ad obblighi di tutela per le loro persone: questo apre un discorso molto ampio, ad esempio sulle scorte.

Attanasio aveva al suo fianco un solo carabiniere, Vittorio Iacovacci, caduto al suo fianco. Che un diplomatico italiano in un’area di mondo così pericolosa avesse un solo uomo di sostegno la dice lunga…

Le scorte non vengono assegnate, spesso, perché composte dai carabinieri del “Tuscania”, disponibili in numero limitato e per scenari critici come l’Iraq. Esistono però altre modalità alle quali l’Italia dovrebbe affacciarsi; quello delle forze di sicurezza private e delle compagnie di contractors che possono egregiamente assolvere compiti di sicurezza. Una soluzione che avrebbe potuto evitare di mandare allo sbaraglio i nostri rappresentanti.

La questione Attanasio insegna che la sicurezza ha un costo e va programmata seriamente. C’è consapevolezza di tale realtà nei nostri apparati?

“Un governo non apre ambasciate o compie iniziative se non ha la volontà di assumersi questo costo: le necessità vanno analizzate a trecentosessanta gradi. E in Italia ad ogni livello scontiamo una difficoltà previsionale in quest’ottica. La sicurezza è trattata con la stessa leggerezza di quanto fanno i sindaci che nella grande città inaugurano un nuovo parco pubblico dimenticandosi di mettere nel bilancio i costi di manutenzione, necessari per la sua sopravvivenza. Un altro problema è la compartimentazione degli apparati, delle responsabilità, dei processi che impedisce in diversi campi di trovare i referenti chiave della governance della sicurezza”.

Di fronte a questa necessità, come può muoversi il comparto dei Servizi segreti italiani: forgiare un gruppo di professionisti che assistano i decisori a ogni livello o contribuire a plasmare nel sistema una cultura della sicurezza che valuti ogni rischio, da quello diplomatico a quello finanziario, tecnologico, economico, sociale, prima che siano compiute azioni nel contesto pubblico?

Proprio perché i rischi sono molteplici, da tempo le grandi aziende si sono dotate di risk manager, figura di alta professionalità per il governo dei rischi. Dall’assicurazione si è passati alla gestione del rischio. Assicurarsi contro ogni tipo di rischio è oggi impossibile, nel caso di sequestro di persona, per esempio, è addirittura reato: anche il settore pubblico dovrebbe seguire queste buone pratiche, accentuare lo sviluppo di determinate professionalità interne o esterne, valutare tutti i rischi e gestire in maniera professionale tutte le attività che riguardano la sicurezza in tutte le sue declinazioni. L’intelligence partecipa attivamente, con la sua proiezione internazionale, nel fornire  ai decisori tutte le informazioni utili a definire il contesto-Paese; informazioni che dovrebbero essere maggiormente valorizzate anche ai fini della sicurezza delle persone e degli asset nazionali nel mondo”.

Cultura della sicurezza significa consentire all’intelligence di fare il suo lavoro senza essere investita dal caos della politica quotidiana. Il caos dell’era finale del governo Conte II segnala la necessità di una svolta nel coordinamento dell’intelligence?

“Vado oltre: servirebbe una riforma comprensiva dei servizi che aggiorni la legge del 2007. Bisogna legiferare sulla materia, sono passati tanti anni e la stessa divisione tra apparati interni ed esterni, che ha sostituito quella per materia, è sicuramente datata. Se, anche per una legittima questione di bilanciamento democratico, vogliamo mantenere più servizi li dovremmo organizzare diversamente: ad esempio in un servizio di human intelligence (Humint) e in uno di signal intelligence (Sigint), divisione che permetterebbe di evitare che operazioni articolate si fermino prima o dopo i confini nazionali o che vi siano sovrapposizioni o peggio una sorta di competizione continua. Un’altra questione fondamentale è la diretta dipendenza dei Servizi dalla figura del Presidente del Consiglio e da governi la cui tenuta come sappiamo è fragile e continuamente messa in discussione. L’intelligence non può subire isteresi o peggio sentirsi ostaggio del referente politico di turno. A mio parere, per operare in serenità e servire la Nazione e non interessi di parte, i Servizi dovrebbero stare fuori dall’attuale perimetro giuridico  e,  parallelamente a quanto già è successo  per interi settori di pubblico interesse, essere incardinati, per esempio,  nella gestione equilibrata e indipendente di enti  come  le authorities, ovvero organismi amministrativi dotati di un grado molto elevato di autonomia e di poteri sia regolamentari sia sanzionatori e con competenze specifiche e capacità decisionali che, in coerenza con le necessità dell’Intelligence, siano in grado di esercitare celerità provvedimentale e operativa che mal si concilia con le tradizionali ed attuali tempistiche tecnico-amministrative. Capisco che si tratta di alchimie giuridiche che difficilmente potranno essere normate ma il sistema non può continuare ad essere irrigidito in logiche spartitorie ed interessi di parte.  Altra questione sulla quale sarebbe molto semplice intervenire è la linea di comando. Oggi abbiamo suberato i tre livelli tradizionali che per lungo tempo hanno caratterizzato i nostri Servizi ed esteso irragionevolmente i livelli gerarchici. Questo ha burocratizzato eccessivamente il sistema e negato al Direttore del Servizio la possibilità di poter decidere rapidamente ingessandone la leadership.

Come potrebbe questa divisione essere attuata sul fronte dell’operatività sul campo?

“Dividendo il campo nelle attività di raccolta delle informazioni mediante l’analisi dei segnali che viaggiano nell’etere e le attività prettamente operative. Il Sigint, cioè il mondo dell’alta tecnologia, che dovrebbe essere presidiato con un’organizzazione capace di raccogliere e disseminare informazioni utili alle attività Humint. La geopolitica, in fin dei conti, insegna che dividere il mondo con la matita e la squadra può creare solo problemi e questa lezione si applica anche all’intelligence qualora si impongano confini geografici alla sua azione”.

Pensiamo al cyber: difficile dare confini geografici plausibili alle aree di pertinenza della risposta a un’offensiva cibernetica…

Esatto. Questo è un settore in cui bisogna dedicare risorse elevate e capacità organizzative con il sostegno delle aziende. Ci sono stati dei tentativi di cambiare le carte in tavola sul tema cyber, ma sono stati a dir poco stravaganti, paventando la creazione di una fondazione ad hoc. Ritengo sarebbe molto più utile e funzionale intervenire con una legge che definisca con precisione le competenze in materia di cyber” affidandole senza equivoci al Servizio Sigint.

Anche – immaginiamo – coinvolgendo gli attori privati che sono stakeholder sempre più rilevanti?

“Un altro passaggio fondamentale che va fatto è il superamento dei pregiudizi reciproci tra mondo pubblico e mondo privato. Ho lavorato a lungo in entrambi i settori e ritengo che dobbiamo finire di camminare su due rette parallele che non si incontrano mai quando il tema rilevante da tenere in considerazione è quello comune della sicurezza. In Paesi come gli Usa un capo azienda può diventare ambasciatore, funzionari pubblici diventano capi azienda con maggior frequenza rispetto a quanto avviene da noi: questo causa un’ibridazione dei saperi virtuosi, mentre da noi pubblico e privato spesso non comunicano, non capendo potenzialità, aspettative e bisogni dell’altro. Come possiamo parlare di sistema-Paese, di obiettivi sistemici nazionali e di strategie comuni se questo presupposto non è rispettato?”.

Un francese troverebbe molto complesso individuare confini precisi tra pubblico e privato, per fare un esempio tra tutti, nel campo economico-finanziario e nella governance della sua sicurezza, non trova?

Esattamente. Da noi esistono invece un’autoreferenzialità e una serie di pregiudizi reciproci che impedisce una logica di sistema. Siamo un Paese corporativo, diviso verticalmente, salvo casi di eccezioni virtuose in cui le logiche pubbliche e quelle private riescono a confrontarsi, come Cassa Depositi e Prestiti. Sul versante istituzionale, ricordo quando lavoravo in Eni e preparavamo il ritorno in Libia dopo la guerra del 2011: allora beneficiammo del lavoro svolto da Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Berlusconi, oltre che autorità delegata ai servizi, che riuscì a mettere intorno al tavolo esponenti politici, aziende e apparati di sicurezza per un obiettivo comune. La sinergia funzionò, rientrammo in Libia prima dei francesi e degli inglesi.

A seguito da quanto emerso dal nostro confronto si nota come l’evoluzione di una cultura della sicurezza organica può dunque essere la “cerniera” per permettere questo dialogo e queste necessarie sinergie.

Senz’altro.

Si può applicare un concetto di natura securitaria e valutare l’analisi del rischio in relazione anche alla recente questione del contrasto alla pandemia e, in particolar modo, della partita vaccinale? Gli Usa hanno unito con lungimiranza pubblico e privato in un progetto nazionale unitario volto a vaccinare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile. Noi invece abbiamo dovuto aspettare febbraio per il primo tavolo industriale sulla produzione interna…

Si, per questo sul tema tempo fa ho stigmatizzato in un articolo l’azione di Mario Draghi, non solo per la personalità e ciò che rappresenta, ma per le idee chiare a tutto campo. Il cambio di passo tra Domenico Arcuri e il generale Figliuolo non è un cambiamento epocale, ma una presa di consapevolezza: la componente militare degli apparati di sicurezza ha delle competenze così sviluppate e così forti da non poter essere lasciata a margine. I militari per tutta la vita cercano di capire da dove e come verranno sferrati attacchi al sistema Paese, sono multitasking e si preparano per professione a affrontare minacce che ora come ora nemmeno conoscono, dovendo necessariamente convivere con il rischio e la necessità di evolvere una reale cultura della sicurezza. Chi dice che la logistica di Amazon può sostituire quella militare non conosce minimamente la materia e i soggetti in campo: i militari lavorano per difendere la vita delle persone, abbiamo eccellenze invidiate in tutto il mondo, mettere in campo chi di mestiere gestisce i rischi è una scelta di buon senso che andava presa prima. Una pandemia mondiale deve esser gestita a pieno titolo da personalità che hanno acquisito competenze precise.

Non a caso, l’operazione statunitense “Wrap Speed” per la corsa al vaccino ha avuto il comando affidato a un generale…

Esatto. Anche da noi deve emergere la consapevolezza che i militari non sono una sorta di “altro Stato” o uno Stato parallelo, ma che le loro competenze, come tutte le altre sul mercato devono essere raccolte. La battaglia è di tutti.