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Abbiamo sempre immaginato India e Cina come due nemici giurati separati da una distanza talmente immensa – in termini politici, strategici e culturali – da non poter essere colmata da nessun compromesso. Pensavamo, poi, che Pechino e il Vaticano potessero parlarsi tra loro soltanto per questioni di necessità, o per meglio dire di immagine, e che ogni mano tesa da parte della Santa Sede accolta dal Dragone non fosse altro che il flebile tentativo di Pechino di mostrarsi aperta verso il mondo e nient’altro. Ebbene, negli ultimi giorni la diplomazia cinese ha dimostrato che, su entrambi i dossier, il punto di vista occidentale rientrava nel più classico dei wishful thinking.

Già, perché Xi Jinping e Narendra Modi, i leader di Cina e India, si sono incontrati in occasione del vertice Brics all’indomani di uno storico accordo (e dopo cinque anni dal loro ultimo faccia a faccia formale). I ministeri degli Esteri di Delhi e Pechino avevano infatti lasciato trasparire un nuovo patto sul pattugliamento della contesa – e non ben definita – Linea di controllo effettivo (Lac) presso il Ladakh orientale: un tema scottante che negli ultimi anni ha separato i colossi asiatici sia politicamente che geograficamente. Di pari passo, Cina e Vaticano hanno rinnovato per altri quattro anni il loro Accordo provvisorio per la nomina dei vescovi, mentre, giorni prima, Pechino aveva accolto il ministro degli Esteri britannico, David Lammy, desideroso di espandere la cooperazione con il Dragone nonostante Londra sia un baluardo del blocco occidentale.

Papa Francesco Messa (La Presse)

Diplomazia in corso

Andiamo con ordine, partendo dal recente vis a vis tra Modi e Xi. I due presidenti erano chiamati a distendere i delicatissimi rapporti sino-indiani, viziati da dispute territoriali ereditate dal colonialismo e dalla mancanza di chiare demarcazioni storiche. L’incontro è andato benissimo, con il leader cinese che ha espresso la volontà di rafforzare “coordinamento, cooperazione e fiducia strategica” tra Cina e India, e quello indiano che ha ribadito quanto questo rapporto fosse “importante per i popoli dei due Paesi ma anche per la pace, la stabilità e il progresso globali”. Xi e Modi hanno poi accolto con favore il consenso raggiunto sulle questioni di confine.

Capitolo Vaticano. Da tempo si ipotizza che Papa Francesco voglia, non solo distendere, ma anche scongelare definitivamente le relazioni tra la Santa Sede e la Cina. L’ennesima conferma è arrivata con il rinnovo per altri quattro anni del citato Accordo provvisorio tra le parti, specchio della volontà di entrambi gli attori di avvicinarsi, gradualmente, verso un punto d’intesa. In nome, va da sé, di un dialogo rispettoso e costruttivo.

Oltre la dicotomia amico-nemico

Mentre Stati Uniti e Unione Europea non riescono a trovare un’intesa per stoppare le crisi in Medio Oriente e in Ucraina, la Cina sta dunque producendo elevate forme di diplomazia. Questa potrebbe essere una prima lezione per l’Occidente, oggi riscopertosi incapace di giungere a compromessi, mediare, negoziare, al cospetto di una nazione, quella cinese, abilissima a mettere in pratica – eccome – azioni del genere.

Le recenti mosse diplomatiche cinesi contengono però un’altra lezione per il blocco occidentale: nella diplomazia si dovrebbe andare oltre la dicotomia ideologica che separa gli amici, e cioè i Governi con i quali avere rapporti, dai nemici, e cioè i Paesi da isolare, stigmatizzare, criticare.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha infatti accolto Lammy, il suo omologo di Londra, nonostante le divergenze critiche che sussistono tra Regno Unito e Cina. Il motivo di un simile atteggiamento è semplice: avere un atteggiamento pragmatico è l’unico modo per evitare che agende incompatibili possano provocare crisi irreversibili, pericolose tensioni e guerre.

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