A sferrare un colpo da ko al presidente Usa Joe Biden è stato, l’8 febbraio scorso, il consigliere speciale Robert Hur dedicando una parte del suo rapporto di 345 pagine alle precarie condizioni psico-fisiche dell’inquilino della Casa Bianca definendolo l’81enne un uomo “anziano ben intenzionato con una scarsa memoria”. Pur decidendo di non incriminate Biden per la sua presunta negligenza nel gestire i documenti riservati del periodo in cui era vicepresidente, Hur ha fatto letteralmente infuriare il presidente Usa che ha immediatamente convocato in fretta e furia una conferenza stampa, definendosi davanti ai giornalisti la “persona più qualificata in questo Paese per essere presidente”. Peccato che nel voler dimostrare di essere mentalmente brillante e lucido, Biden sia inciampato nell’ennesima gaffe della sua carriera, confondendo per errore l’egiziano al-Sisi per il presidente messicano. “Ho buone intenzioni, sono un uomo anziano e so cosa diavolo sto facendo“ ha assicurato Biden mentre i sondaggi confermano che la maggioranza degli statunitensi non vorrebbe consegnarli la guida della superpotenza americana per altri 4 anni il prossimo novembre. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso da Abc News, l’86% degli americani ritiene infatti che Biden sia troppo vecchio per ricoprire un altro mandato presidenziale. Persino i suoi elettori (il 74% dei dem ) crede che l’attuale inquilino della Casa Bianca sia troppo anziano, mentre solo il 35% dei repubblicani pensa che lo stesso dell’ex presidente Trump.

Perché Biden è così impopolare: l’economia non basta

Fosse solo l’età avanzata il problema di Biden, forse il suo entourage sarebbe più ottimista in questo momento. Secondo un altro sondaggio, questa volta commissionato dal Financial Times, la maggioranza degli americani (42%) sostiene di fidarsi di più dell’ex presidente Donald Trump per ciò che concerne la gestione dell’economia, mentre solamente il 21% dice di credere di più nelle capacità dell’attuale comandante in capo. “Oggi abbiamo appreso che l’economia statunitense è cresciuta del 3,1% nell’ultimo anno, aggiungendo altri 2,7 milioni di posti di lavoro e con l’inflazione core che è tornata verso il livello di riferimento pre-pandemia” aveva annunciato il presidente Usa lo scorso 25 gennaio. Di conseguenza, aveva spiegato l’81enne, “i salari, la ricchezza e l’occupazione sono più alti ora rispetto a prima della pandemia. Questa è una buona notizia per le famiglie americane e i lavoratori. Sono tre anni consecutivi di crescita dell’economia dal centro verso l’alto e dal basso verso l’alto sotto il mio controllo”.

In effetti, la disoccupazione è inferiore al 4%. Nel terzo trimestre la crescita del Pil è stata superiore al 5%. L’inflazione annuale è al 3,4% , in calo rispetto al massimo del 9,1% nel 2022. Se questi dati sono veri, cosa non ha funzionato, allora? I casi sono due: o questi miglioramenti sul piano dell’economia non sono stati adeguatamente percepiti dalla maggioranza degli americani, oppure la comunicazione da parte dello staff della Casa Bianca è stata carente. Il messaggio non è arrivato a destinazione e la maggioranza degli intervistati – almeno stando ai sondaggi – si sente peggio a come si sentiva prima dell’insediamento del presidente dem. Quello del Financial Times, peraltro, non è un sondaggio isolato: anche una rilevazione di Axios dello scorso gennaio aveva stabilito che quattro americani su dieci giudicavano la loro situazione finanziaria “pessima”.

Non proprio il massimo per chi fa dell’economia il proprio cavallo di battaglia in campagna elettorale. La risposta sul perché gli americani non percepiscano i risultati dall’amministrazione Biden in questo campo l’ha provata a dare anche il Wall Street Journal, spiegando che, per molte persone, una minore inflazione non è una sufficiente. Piuttosto, vogliono che i prezzi di prodotti come benzina e generi alimentari tornino ai livelli di una volta. Ma questo non accadrà perché, come sottolinea il Wall Street Journal, c’è una grande differenza tra il calo dell’inflazione, che effettivamente è in corso in America, e il calo dei prezzi, che invece non c’è. “L’inflazione è il tasso di crescita dei prezzi medi. Quando la Federal Reserve farà scendere il tasso di inflazione al suo obiettivo del 2%, sarà una grande vittoria. Ma i prezzi non torneranno ai loro vecchi livelli. Continueranno a crescere, anche se lentamente” scrive il Wsj.

Immigrazione, la spina nel fianco

Se il presidente Usa non riesce a sfondare nemmeno su quello che dovrebbe essere – teoricamente – il suo punto forte, sul resto il suo staff ha molto lavorare da fare se vuole tentare di farlo rieleggere a novembre. Un altro tema sul quale il presidente Usa è particolarmente vulnerabile riguarda la gestione dell’immigrazione al confine meridionale. Tema al centro dello scontro politico-istituzionale di queste ultime settimane tra il governo federale e il Texas del governatore repubblicano Greg Abbott, che ha invocato il diritto all’autodifesa dall’invasione di migranti e accusa il presidente Usa di essere il responsabile della crisi.

La questione è rilevante poiché, secondo Axios, la percentuale di elettori che ritiene l’immigrazione la “singola questione più importante” è aumentata in sei dei sette Stati in bilico in un nuovo sondaggio Bloomberg News. Il 61% degli elettori di Arizona, Nevada, Georgia, Carolina del Nord, Wisconsin, Pennsylvania, e Michigan afferma infatti che Biden è almeno in parte responsabile dell’ondata migratoria al confine tra Stati Uniti e Messico. Su questo fronte, sebbene si sia registrato un cambio di tono rispetto alla precedente amministrazione, le politiche dell’amministrazione Biden sono state perlopiù confuse e contraddittorie: nelle prime 24 ore alla Casa Bianca, Joe Biden ordinò di interrompere – momentaneamente – la maggior parte degli arresti e delle deportazioni dall’interno degli Stati Uniti da parte dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) statunitense. 

In secondo luogo da un lato il presidente Usa ha smesso di espellere i richiedenti asilo nell’ambito del programma “Remain in Mexico” di Trump mentre, dall’altra, ha continuato a utilizzare per mesi, almeno fino allo scorso maggio, le restrizioni introdotte durante la pandemia – note come Titolo 42 – al fine di rispedire i migranti in Messico. Tale misura consentiva infatti di bloccare ed espellere le persone in cerca di protezione al confine meridionale degli Stati Uniti. Sta di fatto che ora la situazione è fuori controllo, e i migranti provenienti perlopiù da Venezuela, Colombia, Perù, ma anche da Senegal e Mauritania stanno attraversando il confine dal Messico in un numero mai visto dalle autorità statunitensi, secondo quanto riferito dal Washington Post. Questa sta determinando una crescente sfiducia nel Paese nei confronti del presidente Biden, anche perché una grossa fetta di migranti viene spedita nelle città “santuario” governate da sindaci democratici. E anche lì i disagi si fanno sentire.

La crisi del presidente anche tra le minoranze

Ma c’è un altro aspetto che preoccupa parecchio lo staff del presidente Usa e riguarda il sostegno delle minoranze, che dovrebbero rappresentare un elettorato di riferimento per un presidente democratico. Se nel 2020, infatti, l’appoggio degli afroamericani è stato schiacciante per l’inquilino della Casa Bianca, oggi, secondo i sondaggi, il sostegno per Biden tra gli elettori non bianchi è sceso di 33 punti rispetto alle elezioni del 2020. Tra gli elettori afroamericani, ad esempio, il malcontento derivante dall’inflazione – seppur in calo – sta danneggiando Biden. Inoltre, quello che viene percepito come un sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti all’operazione di Israele a Gaza ha alienato molti elettori che hanno contribuito a eleggerlo nel 2020, in particolare tra i giovani e tra le comunità arabo-americane e musulmane americane. Tanto che alcuni suoi ex sostenitori hanno iniziato a organizzarsi in stati chiave per opporsi a quella che chiamano la rielezione di “Genocide Joe”, come l’ha definito il giornalista Aaron Matè. Per questo motivo il presidente Usa ha usato, anche pubblicamente, dei toni più duri nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e di recente ha incontrato in Michigan i leader arabo-americani per rassicurati circa le politiche dell’amministrazione Usa. Una mossa forse tardiva per tentare di non perdere il sostegno di una minoranza che nel 2020 lo aveva votato in massa.