Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Dove sono i difensori della libertà di espressione sempre e comunque? Dove sono i difensori dell’arte che «non dev’essere mai confusa con la politica», quando l’arte in questione era – pensate un po’ – l’EuroVision song Contest? Fino a pochi mesi fa, chi proponeva di boicottare l’Israele radicalizzata a destra di Benjamin Netanyahu veniva accusato di antisemitismo e di volersi accanire contro la cultura, che deve restare al di sopra della cronaca e della guerra. Oggi gli stessi atlantisti che difendevano la partecipazione israeliana alla competizione ultrakitsch con una canzone elaborata a tavolino dall’hasbara scoprono, parlando diValerij Gergiev (direttore d’orchestra e putiniano di ferro invitato a Caserta) che la cultura, ripensandoci bene, può essere propaganda, e dunque va respinta se legata a un regime criminale.

Qualcosa non sta quadrando più, nei doppi standard di un certo giornalismo “integrato” e del fronte maccartista piddino. La battaglia della vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, presenza abituale di queste colonne, per cancellare Gergiev ha trovato ostacoli un po’ ovunque, anche inaspettati: da Ivan Scalfarotto di Italia Viva – con il quale c’è una sintonia ideologica più solida che col resto dei Dem – all’editorialista della Stampa, Mattia Feltri, perplessi per la piega che i filo-Kyiv più rigidi stanno prendendo.

Come sempre, la tragedia col tempo diventa commedia. Quando, per settimane, si sono raccolte firme per chiedere all’ente che organizza l’Eurovision Song Contest 2024 di escludere “Pioggia d’ottobre”, interpretata da Eden Golan, che conteneva riferimenti politici al 7 ottobre ed era pompata dai propagandisti online di Netanyahu, la propaganda filoisraeliana ha cercato di sporcare la protesta diffondendo fake news su presunti incitamenti ai pogrom, prontamente rilanciate da una certa galassia liberal-nazionalista italiana, ossessionata dal confermare i propri pregiudizi a costo di amplificare paccottiglia dell’estrema destra.

Eppure l’Eurovision che accoglieva la cantante israeliana, mentre a Gaza continuava il massacro di civili tra dichiarazioni genocide dei ministri di Netanyahu, aveva escluso la Russia nel 2022 per l’aggressione all’Ucraina. In quel caso, la kermesse poteva e doveva fare da vetrina per lavare col soft power culturale crimini di guerra in corso. Oggi, si chiede alla Reggia di Caserta di cancellare un uomo di Putin per non offendere gli ucraini.

Non deve sorprendere, allora, che questa battaglia sia resa meno credibile proprio dalle ipocrisie che hanno sfigurato le democrazie europee durante la mattanza nella Striscia, e non solo. In questo caso si afferma che l’arte non può restare neutrale, se diventa veicolo di propaganda per un regime che bombarda cattedrali e centri storici patrimonio Unesco. Nel caso israeliano, i valori dell’agenda Onu e della dignità culturale italiana sono bellamente ignorati, e chi propone boicottaggi accusato di essere un reazionario. La cultura può lenire le ferite, insomma, se serve ai nostri alleati; legittima l’oppressore, invece, quando serve ai nostri nemici.

Di una cosa siamo certi: in Italia, se non fosse partita questa campagna censoria, il nome di Gergiev avrebbe continuato a essere semisconosciuto. Forse il Cremlino dovrebbe ringraziarci.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto