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Un destino beffardo quello del Premio Nobel per la Pace. Era l’ottobre del 2019 quando l’ambito riconoscimento andava al premier etiope Abiy Ahmed Ali, promotore dello storico di pace con l’Eritrea; a due anni di distanza, il Paese del Corno d’Africa respira dei pericolosi venti di guerra civile dopo il governo di Addis Abeba che ha lanciato un’offensiva armata contro la regione dissidente del Tigray, nel nord del Paese. Come riportato, il governo etiope ha assicurato che continuerà a lottare la “guerra esistenziale” contro i ribelli del Tigrè, nonostante le pressioni internazionali per un cessate il fuoco nel primo anniversario del conflitto con lo Stato settentrionale. “Questo non è un Paese che crolla davanti alla propaganda straniera! Stiamo combattendo una guerra esistenziale!”, ha scritto l’esecutivo su Facebook.

Il Paese del Premio Nobel sull’orlo della Guerra civile

Il Paese della Pace vede la guerra civile giungere alle porte della capitale, Addis Abeba. Il premier etiope, Abiy Ahmed, non parla più da convinto pacifista ma da principe guerriero: lunedì ha dichiarato lo stato d’emergenza per sei mesi e ha invitato la popolazione della capitale a imbracciare le armi e “stanare il nemico ovunque si annidi”. Come riportato dall’Agi, diversi gruppi di ribelli etiopi e l’opposizione stanno formando una alleanza politica contro il premier, mentre l’occidente, Stati Uniti compresi, tentano invano di mediare fra le parti per giungere a una risoluzione pacifica. Come si legge in una nota della Farnesina, l’Italia “fa appello a tutte le parti coinvolte nel conflitto affinché cessino immediatamente le ostilità e auspica l’avvio di negoziati seri e credibili, a tutela del popolo etiope e per evitare un ulteriore peggioramento della crisi umanitaria già in essere”. Ma la parola “pace” non sembra essere più contemplata.

Il caso Wilson: “Promotore di una crociata globale”

Anche in passato l’assegnazione del Premio Nobel non ha sempre portato grande fortuna, per usare un eufemismo. Nel 1919 venne premiato Thomas Woodrow Wilson, promotore della società delle Nazioni fondata nell’ambito della conferenza di pace di Parigi del 1919. Benché mosso da sincero idealismo, l’ordine internazionale della Società delle Nazioni si dimostrò un’occasione mancata, se non un vero e proprio fallimento, come hanno peraltro analizzato gli storici Franco Cardini e Sergio Valzania nel libro La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze (Mondadori). Senza contare che Wilson fu il promotore di una dottrina interventista che con la probabilmente con la “pace” ha ben poco a che fare.

Come spiega L’ex Segretario di Stato Henry Kissinger nel capolavoro Diplomacy (1994) – Premio Nobel per la Pace nel 1973 per aver negoziato la fine della guerra in Vietnam – “nel 1915 Wilson propose una dottrina senza precedenti, in cui si affermava che la sicurezza dell’America era inseparabile da quella di tutta l’umanità, sottintendendo con questo che da quel momento gli Stati Uniti si sarebbero opposti all’aggressione ovunque si fosse manifestata”. In questa maniera, “configurando l’America come un benefico poliziotto globale” si anticipava “la politica del contenimento che sarebbe stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale”. Nemmeno nei suoi momenti più esaltanti – nota Kissinger – Theodore Roosevelt avrebbe potuto ipotizzare questo interventismo su scala mondiale; lui era stato lo statista-guerriero, Wilson il sacerdote-profeta. Gli uomini di stato, anche se guerrieri, focalizzano il mondo reale; per i profeti il mondo reale è quello che aspirano a realizzare Wilson trasformò l’iniziale riaffermazione della neutralità americana in una serie di precetti diretti a porre le basi di una crociata globale; a suo avviso non esisteva sostanziale differenza fra la libertà dell’America e la libertà del mondo”.

Barack Obama e le Primavere arabe

Nessun presidente americano successivo a Wilson ha del tutto accantonano l’interventismo liberale e l’idea degli Stati Uniti come faro della civiltà mondiale. Nondimeno Barack Obama, che fu eletto anche per via delle sue promesse di “disimpegno” degli Usa dai conflitti globali, lo ha fatto. Obama ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 2009, a neppure un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e cooperazione tra i popoli”. Nel suo discorso a Oslo, in occasione della cerimonia di consegna del Premio, Obama disse che l’umanità doveva conciliare “due verità apparentemente irreconciliabili: a volte la guerra è necessaria, e in un certo senso la guerra è espressione della follia umana”.

Aggiunse che “il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare l’esercito di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaida a deporre le armi”. È l’essenza della dottrina responsibility to protect. Non è affatto un caso, dunque, che le sue due presidenze tutto si possono considerare fuorché all’insegna della “pace”: oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, Obama ha bombardato anche in Yemen, Somalia e Pakistan, per un totale di sette nazioni. E se Iraq e Afghanistan furono guerre ereditate dalla presidenza Bush, fu la sua amministrazione – su spinta dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton – a promuovere la “guerra umanitaria” in Libia contro Gheddafi e a sostenere le “Primavere arabe”, con conseguenze nefaste per tutta la regione. Qualcuno potrebbe obiettare che erano guerre giuste e sacrosante. Già, ma allora perché nessun riconoscimento è stato dato a Donald Trump? Forse dietro l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace si celano diverse motivazioni, non sempre fedeli alla realtà.