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Con le dimissioni del primo ministro di Haiti, Ariel Henry, a seguito dei disordini che hanno travolto il Paese caraibico, si è aperto un nuovo fronte per la politica estera dell’amministrazione Biden nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Dall’immigrazione al confine meridionale, fino alla crescente influenza della Cina in America centrale e Sud America, passando per le tensioni in Ecuador, Washington deve fare i conti con una situazione sempre più complessa e instabile, dopo essersi concentrata per due anni sul sostegno all’Ucraina nella guerra contro la Russia.

L’amministrazione Biden è da tempo sotto pressione, in particolare, poiché non riesce a contenere il numero di migranti che attraversa il confine meridionale: secondo le statistiche governative, nel mese di dicembre 2023 sono stati 250.000 i migranti che hanno attraversato illegalmente il confine tra Stati Uniti e Messico. Si tratta del numero più alto mai registrato, capace di superare persino il precedente picco di circa 224.000 incontri del maggio 2022. Nell’ultimo anno, infatti, gli Stati Uniti hanno accolto 2,4 milioni di migranti: solo la città di San Diego, California,  ha dovuto far fronte a 230.000 richiedenti asilo nel corso del 2023. Si tratta di un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.

Le relazioni con il Messico non sono ottimali e i due Paesi hanno visioni diverse su come affrontare sfide cruciali come l’immigrazione e il traffico illegale di droga: lo scorso ottobre, il Segretario di Stato Antony Blinken, insieme al procuratore generale Merrick B. Garland e al discusso segretario per la sicurezza interna Alejandro Mayorkas, hanno incontrato il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador del Messico e il suo segretario alla sicurezza, Rosa Icela Rodríguez. Gli Stati Uniti lamentano il flusso di oppiacei, compreso il Fentanyl, che sono diventati tra le principali cause di morte per gli americani tra i 18 e i 50 anni mentre il Messico è preoccupato dal fiume di armi provenienti dagli Stati Uniti che finiscono nelle mani dei cartelli.

Haiti, un’altra grana per la politica estera di Biden

L’annuncio delle dimissioni di Henry ad Haiti è arrivato poche ore dopo che alcuni funzionari, tra cui il Segretario di Stato americano Antony Blinken, si sono incontrati in Giamaica per una riunione di emergenza per discutere della crisi crescente di Haiti, aggravata dall’incendio delle stazioni di polizia da parte di bande violente e dall’attacco all’aeroporto principale. Port-au-Prince è infatti piombata nel caos, finendo sotto il controllo delle bande armate che hanno liberato migliaia di detenuti da due prigioni. Presi in contropiede, gli Stati Uniti, secondo quanto riportato da Foreign Policy, hanno condannato la violenza, imposto sanzioni ai leader delle bande e chiesto di accelerare la transizione verso le elezioni. Ma la situazione ad Haiti è instabile da tempo. Già nel settembre 2023, il governo statunitense aveva consigliato a tutti i cittadini americani di lasciare il Paese il prima possibile, arrivando addirittura a consigliare ai propri connazionali di prenotare immediatamente il primo volo disponibile e di fare attenzione nell’avvicinarsi all’aeroporto, a causa dell’attività delle bande.  

Gli Stati Uniti – e la Francia – hanno gravi responsabilità rispetto a ciò che sta accadendo ad Haiti. L’ex ambasciatore francese ad Haiti ha infatti ammesso che i due Paesi hanno orchestrato il colpo di stato del 2004 che ha rovesciato il presidente Jean-Bertrand Aristide, il primo presidente democraticamente eletto del Paese. L’ex ambasciatore, Thierry Burkhard, ha dichiarato al New York Times che un vantaggio del colpo di Stato è stato quello di porre fine alla campagna di Aristide che chiedeva alla Francia di pagare riparazioni finanziarie ad Haiti. Quel golpe, tuttavia, ha dato inizio a due decenni di smantellamento della democrazia da parte dei regimi haitiani sostenuti dagli stessi Stati Uniti come notano Sasha Fillipova e Kristina Fried dell’Institute for Justice & Democracy in Haiti in un’analisi pubblicata su Responsible Statecraft. Un colpo di stato, quello sostenuto da Usa e Francia che avvenne nonostante dieci anni prima, nel 1994, l’allora presidente Bill Clinton lanciò l’Operazione Restore Democracy per riportare proprio Aristide alla guida del Paese dall’esilio causato da un colpo di Stato militare del 1991. Gli americani e i francesi, tuttavia, non gradirono le politiche di Aristide e le sue pretese di ottenere 21 miliardi di dollari dalla Francia come forma di risarcimento dell’epoca coloniale, oltre all’introduzione di alcune misure di welfare sociali – come il salario minimo – che Washington non vide di buon grado. 

Dall’ascesa della Cina al caos in Ecuador

Il caos ad Haiti si manifesta mentre in America si discute dell’attualità della Dottrina Monroe, i cui principi furono enunciati per la prima il 2 dicembre 1823 dall’allora presidente Usa, James Monroe, in un intervento al Congresso in gran parte scritto dall’allora Segretario di Stato, John Quincy Adams. Si stabiliva così il principio di non ingerenza da parte delle potenze europee nell’emisfero “occidentale” (le Americhe). Da quel momento in poi, infatti, gli Stati Uniti avrebbero considerato qualsiasi tentativo da parte delle nazioni europee “di estendere il loro sistema a qualsiasi parte di questo emisfero come pericoloso per la nostra pace e sicurezza”. Recentemente, gli ex candidati repubblicani alle presidenziali come Vivek Ramaswamy e Ron DeSantis hanno chiesto il rafforzamento della dottrina per arginare la presenza della Cina in America Latina, usandola come giustificazione per un potenziale attacco militare statunitense contro le organizzazioni criminali in Messico. 

Ma l’ascesa dell’influenza della Cina (e Haiti) non sono gli unici problemi con cui gli Usa devono fare i conti nel loro “cortile di casa”. Ciò che sta accadendo ad Haiti, infatti, presenta alcune analogie con la situazione di disordine e criminalità che sta attraversando un Paese che un tempo era relativamente stabile come l’Ecuador. Nei giorni scorsi, infatti, il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha firmato la proroga di 30 giorni dello stato di emergenza decretato l’8 gennaio a causa della situazione di insicurezza che vive il Paese latinoamericano. La situazione nel Paese è precipitata a seguito dell’uccisione del procuratore César Suárez, incaricato di indagare sull’assalto negli studi televisivi di Tc Televisión lo scorso martedì 9 gennaio quando un gruppo di narcotrafficanti ha fatto irruzione durante una trasmissione televisiva, sequestrando i giornalisti e il pubblico presente e dopo che il narcotrafficante José Adolfo Macías Villamar, leader dei Los Choneros, è scomparso dalla prigione dove stava scontando una condanna per traffico di droga.

In questo momento è il Paese più pericoloso del Sud America, base di partenza per migliaia di migranti che cercano maggiore fortuna e un po’ di stabilità a nord. Nell’ultimo decennio, il Paese si è molto avvicinato alla Cina: in una recente intervista, il presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha dichiarato che l’accordo di libero scambio con la Cina “costituirà un importante pilastro per la cooperazione internazionale e contribuirà a stimolare lo sviluppo economico e tecnologico del Paese”, confermando la strategia delle precedenti amministrazioni. Piombato nel caos, il Paese ha chiesto aiuto al Dipartimento di Stato Usa per fronteggiare le bande di narcos criminali. Anche se è una strategia a lungo termine per tutto il Continente che sembra mancare all’amministrazione Usa.

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