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Il G7 della Cornovaglia ha sancito il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale e individuato nella Cina il nuovo “rivale sistemico” dei governi democratici. Visto da Pechino, il summit britannico è sembrato più un incontro coadiuvato da Washington per creare zizzania tra i partner occidentali del Dragone che non un’occasione per affrontare i problemi globali, come la lotta al cambiamento climatico e alle prossime emergenze sanitarie. In effetti Joe Biden non si è risparmiato nel creare, almeno a parole, uno zoccolo duro per contenere l’ascesa – a detta americana non troppo pacifica – del gigante asiatico.

Inutile far finta di niente o usare termini diplomatici: praticamente ogni tema, ogni dossier, ogni punto affrontato in quel di Cardis Bay era collegabile, direttamente o indirettamente, alla Cina. Bisogna tuttavia capire se il comunicato ufficiale di quest’ultimo G7 resterà soltanto una dichiarazioni d’intenti o se, al contrario, sarà accompagnata da una strategia concreta. Anche perché non proprio tutti i leader presenti all’appuntamento britannico hanno dato la sensazione di appoggiare al 100% i pensieri di Biden. Ci riferiamo soprattutto a Emmanuel Macron e Angela Merkel, senza ombra di dubbio atlantisti, ferventi sostenitori della democrazia liberale e occidentalisti. Ma per niente convinti di voler portare Francia e Germania a scontrarsi frontalmente con la Cina, come invece auspicherebbero gli Stati Uniti.

Quattro settori chiave

Al termine dell’appuntamento inglese i riflettori si sono subito spostati su Bruxelles, dove è andato in scena il vertice della Nato. L’Alleanza Atlantica ha espresso un deciso cambio di marcia, etichettando la Cina, subito dopo la Russia, come principale avversario strategico. Non solo economico-commerciale, ma addirittura sistemico. Il punto è che parole e fatti, talvolta, possono essere separati da oceani piuttosto profondi. Detto altrimenti: se è vero che gli Stati Uniti hanno fatto capire di voler guidare le democrazie occidentali in un ipotetico testa a testa valoriale e di sistema contro la Cina, nessuno ha messo sul tavolo una road map affinché ciò possa verificarsi e terminare con un successo.

Cerchiamo allora di capire come potrebbe concretizzarsi l’eventuale contenimento anti Pechino sbandierato nel corso dell’ultimo G7. Innanzitutto gli alleati americani, tanto quelli europei quanto quelli asiatici, dovrebbero sforzarsi di limitare la dipendenza dalla Cina ai quattro ambiti economici chiave: terre rare, batterie per motori elettrici, principi attivi farmaceutici e semiconduttori. Come ha sintetizzato Repubblica, Biden ha fatto capire che serve una “strategia di governo per spezzare la dipendenza dell’Occidente dalla Cina e rivitalizzare il manifatturiero alla frontiera tecnologica”. Prendiamo, ad esempio, i semiconduttori, per la carenza dei quali, ormai da mesi, sta andando in scena un “Chipageddon”. Questi piccoli chip servono per far funzionare auto, telefoni, pc e perfino sistemi di armi. Piccolo problema: negli ultimi 30 anni la quota americana del mercato dei chip è passata dal 37% al 12%.

Altro problema, questa volta inerente alle terre rare: Pechino, a detta dei dati americani, controlla il 55% della capacità mondiale della loro estrazione e l’85% della loro raffinazione. Grazie (anche) alla sua presenza in Africa, la Cina può vantare un controllo nelle miniere più floride del continente, dalle quali vengono estratti cobalto e altri minerali altamente strategici. Per quanto riguarda i farmaci, il 60% delle molecole che compongono i farmaci di tutto il mondo sono prodotte proprio oltre la Muraglia, senza considerare il fatto che è la Cina a rifornire mezzo mondo di medicinali di vario tipo.

Quale risposta?

Definito il contesto, vediamo quali potrebbero essere le più adeguate contromosse dell’Occidente per smarcarsi dal pressing cinese (a dire il vero, cercato e voluto dalle stesse potenze occidentali nei decenni passati). Per quanto riguarda il settore dei semiconduttori, gli Stati Uniti hanno individuato in Taiwan – dove la Tsmc produce il 92% delle forniture mondiali di chip – e Corea del Sud gli alleati chiave da potenziare al massimo. Poi, grazie a sussidi statali, anche altri Paesi dovranno investire ingenti quantità di denaro per aprire nuove fabbriche interamente dedicate ai semiconduttori, così da scongiurare carenze o eccessive dipendenze. Per quanto riguarda gli altri ambiti sensibili attraverso i quali colpire Pechino, gli Stati Uniti sono pronti ad incrementare dazi contro tutti quei produttori che non rispetteranno severi standard ambientali.

Nel frattempo è arrivata la risposta cinese. Un portavoce della Missione cinese presso l’Unione europea ha respinto l’affermazione della Nato secondo la quale la Cina presenterebbe “sfide sistemiche” all’Occidente. “Il bilancio della difesa cinese nel 2021 è di circa 209 miliardi di dollari, ovvero solo l’1,3% del suo PIL, anche meno dei criteri minimi del 2% della Nato. Nel frattempo, la spesa militare totale di 30 membri della Nato dovrebbe raggiungere quest’anno 1,17 trilioni di dollari, più della metà della spesa militare totale globale e 5,6 volte quella della Cina. La gente del mondo può vedere chiaramente chi ha basi militari in tutto il mondo e chi sta flettendo i muscoli inviando portaerei in tutto il mondo”, ha aggiunto il portavoce.