Un anno fa, giorno più giorno meno, era il politico più fallito del mondo. I terroristi di Hamas, da lui lungamente coccolati per giocarli contro l’Al Fatah dominante in Cisgiordania e dividere il fronte palestinese, erano usciti dalla Striscia di Gaza per assassinare 1.200 cittadini israeliani. I “suoi” servizi segreti e le “sue” forze armate erano sotto accusa. L’ala fondamentalista e razzista del suo Governo esposta in un fanatismo che l’aveva portata a privilegiare le richieste dei coloni in Cisgiordania lasciando così esposto il fianco di Gaza. La stessa maggioranza di Governo appesa a un filo. E almeno metà del Paese che, di fronte all’eccidio e alla massiccia presa di ostaggi, e alle ricorrenti accuse di corruzione, chiedeva una cosa sola: Netanyahu vattene!
Oggi, al contrario, Benjamin Netanyahu può proporsi a Israele e al resto del mondo come un vincitore. Lo dimostra la modalità stessa con cui ha finalmente firmato l’accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Sapendo benissimo di sdegnare i suprematisti bianchi come Itamar ben Gvir (titolare di otto condanne per incitamento all’odio) e Bezalel Smotrich, da lui stesso recuperati dai bassifondi della politica ed elevati al rango di partner di Governo, che infatti hanno subito protestato a gran voce. Ma sentendosi anche abbastanza forte per sfidare coloro che l’hanno appoggiato in questo anno di massacri. In pura teoria i fanatici avrebbero dovuto uscire dal Governo, visto che considerano il cessate il fuoco una vergognosa sconfitta per Israele. Ma non hanno intenzione di farlo, anzi: rimandano ipocritamente ogni decisione al completamento della prima fase dell’accordo, perché sanno benissimo che fuori dall’esecutivo tornerebbero a contare poco (e chi garantirebbe, poi, i privilegi ai coloni e agli ultraortodossi?) e perché sospettano che Netanyahu tenga di riserva la carta di un’alleanza di governo alternativa, resa possibile proprio dall’accordo per smettere di sparare.
Sul termine “vincitore” bisogna naturalmente intendersi. Come ha ben spiegato Andrea Muratore in queste nostre pagine, dopo aver massacrato il 5% della popolazione della Striscia (in grande parte donne e bambini) e anche avendo inflitto colpi pesanti alla struttura militare di Hamas, Netanyahu non è riuscito a estirpare il movimento islamista (che, anzi, si sta riorganizzando) e non è riuscito a riportare a casa gli ostaggi con la forza. Nessuno peraltro sa esattamente quanto sia costato a Israele, blindato dietro la censura militare (e dietro la decimazione dei giornalisti indipendenti: 200 ammazzati nella Striscia), questo anno di guerre, in termini di uomini e di mezzi. Obiettivo mancato, dunque.
Se però guardiamo al quadro più ampio, siamo forzati a constatare che oggi Netanyahu è nella posizione di spartirsi il Medio Oriente, e in particolare il Levante, con il presidente turco Erdogan, a sua volta uscito vincitore dalla questione siriana, sotto lo sguardo benevolo degli Stati Uniti. Netanyahu è arrivato fin qui contando sulla potenza militare del suo Paese (in particolare, aviazione e intelligence) e sull’inclinazione sua e degli israeliani a impiegarla senza troppi scrupoli e senza alcun quartiere. Israele ha combattuto al contempo Hamas e i palestinesi di Cisgiordania, gli Houthi yemeniti, l’Hezbollah libanese, le propaggini iraniane in Siria, i siriani stessi, l’Iran. E quella che era una sfida militare è diventata col tempo (e anche grazie a Erdogan) un’avanzata politica verso la ridefinizione degli equilibri del Medio Oriente.
E non basta. Il progetto americano, esplicitato nei giorni scorsi dal segretario di Stato Antony Blinken, è di affidare la gestione della ricostruzione e poi il governo di Gaza all’Al Fatah di Abu Mazen, affiancato magari dall’Onu. La prospettiva ovviamente ingolosisce il vecchio leader, che si è subito messo a disposizione di Israele e degli Usa mandando le sue forze di sicurezza ad attaccare i sostenitori di Hamas e Jenin e altrove. Si vede in prospettiva la realizzazione di quel Piano per il Medio Oriente che Donald Trump aveva presentato nel 2021 e che prevedeva uno Stato per i palestinesi, ridotti però a un innocuo gregge senza forza né autonomia ai margini di Israele.
In più, se la tregua diventerà pace e la pace ricostruzione, cadranno molte delle riserve, legate proprio alla causa palestinese, con cui l’Arabia Saudita ha finora respinto gli inviti americani a entrare negli Accordi di Abramo, di cui pure palesemente vuol far parte.
Per chiudere, ultimo ma non ultimo, ancora qualche mese fa mezzo mondo considerava Netanyahu uno stragista da mettere al bando, giustamente inseguito dal mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aja. E ricordiamolo: per aver bloccato gli aiuti umanitari per i palestinesi, cioè per aver deciso scientemente di farli morire non solo di bombe ma anche di fame e di malattie. Quello stesso Netanyahu oggi incassa il via libera di Paesi come Italia e Polonia, che non esitano a delegittimare un organismo a cui hanno liberamente aderito (l’Italia nel 1999) perché, come dice lo Statuto, “risoluti a garantire duraturo rispetto per l’attuazione della giustizia internazionale”. Paesi di quella stessa Unione Europea che ogni giorno pontifica sulle regole e sul diritto, sui valori e sull’umanità, tranne scegliere il campo opposto quando l’interesse politico e la sudditanza agli Usa lo impongono.
