La Norvegia e l’Irlanda hanno riconosciuto ufficialmente lo stato di Palestina. Un piccolo, grande passo in avanti, dall’indiscutibile valore politico e simbolico. Lo hanno comunicato i rispettivi premier dei Paesi, specificando di aver avviato le pratiche che porteranno al riconoscimento effettivo, previsto per la prossima settimana. Il 28 maggio, anche la Spagna farà lo stesso, come ha affermato il primo ministro Pedro Sanchez, la cui posizione sulla guerra a Gaza è nota da tempo.
Una bella notizia per l’umanità, meno per il governo Netanyahu che, per tutta risposta, “ha ordinato l’immediato richiamo degli ambasciatori israeliani in Irlanda e Norvegia”, come si legge in un comunicato su X di Israel Katz, il ministro degli Esteri israeliano. “Lo stesso – ha avvertito Katz – avverrà per Madrid, se dovesse accodarsi alla parata di stupidità irlandese-norvegese”.
Questione di tempo, quindi, perché Sanchez ha rincarato la dose sulla sua posizione, dichiarando: “Riconosceremo la Palestina per pace, coerenza e giustizia, ed è solo l’inizio. Continueremo a fare pressione sulla comunità internazionale”.
E difatti, quel che potrebbe accadere, è che la decisione dei tre Stati europei generi un effetto domino, aprendo la strada del riconoscimento della Palestina anche ad altri stati.
In Europa, i primi a seguire i passi di Norvegia, Irlanda e Spagna, potrebbero essere Slovenia [che potrebbe avviare tali procedure dal prossimo giugno] Belgio, Lussemburgo e Portogallo che, il 10 maggio, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, hanno votato a favore dell’ingresso della Palestina nell’ONU. In quell’occasione, che è sembrata una sorta di sondaggio globale sulla questione dei “Due popoli, due Stati”, i voti a favore erano stati 143, 9 i contrari e 25 gli astenuti – tra cui l’Italia.
E, dunque, nonostante il veto USA per bloccare la risoluzione ONU sul riconoscimento della Palestina, posto ad aprile scorso, qualcosa si sta effettivamente smuovendo.
“Biden non si opporrà all’assalto a Rafah”
Nel frattempo, la guerra a Gaza è arrivata al giorno 229. Il bilancio dei morti sta aumentando tragicamente, con oltre 35mila vittime, complice anche il fatto che la preannunciata carestia si sta diffondendo nel nord della Striscia.
Se due settimane fa il presidente degli Stati Uniti aveva minacciato Israele di non fornire più aiuti militari, in caso di un’invasione a Rafah, oggi la scelta politica appare, purtroppo, assai diversa. Secondo quanto riporta il Washington Post, in un editoriale di David Ignatius, “Israele ha avvisato il governo americano ‘sull’assalto finale’ a Rafah”. Tuttavia, siccome “si tratterebbe di un attacco limitato”, rispetto al piano iniziale, e “per i funzionari statunitensi provocherà meno vittime tra i civili”, secondo Ignatius Biden non si opporrà a tale escalation.
Dunque, i raid israeliani, di qui a poco, si intensificheranno sulla città a sud della Striscia, dove, ormai da settimane, è in corso l’ennesimo esodo di palestinesi, stavolta confinati tra quel che rimane di Khan Yunis e Muwasi, sulla costa. Una “zona umanitaria”, che nella realtà dei fatti si presenta come un accumulo di macerie, senza infrastrutture idriche e fognarie.
Dal molo USA al largo di Gaza ancora nessun aiuto
Fortunatamente però, al largo dell’enclave palestinese c’è il molo temporaneo costruito dagli USA. Peccato che, al momento, delle 569 tonnellate di aiuti umanitari, non ne sia stato distribuito neanche uno. È quanto ha affermato il generale Patrick S. Ryder, portavoce del Pentagono, aggiungendo che “dopo le discussioni tra Israele e le Nazioni Unite, sono state stabilite rotte alternative per la circolazione sicura del personale e delle merci”. La distribuzione è prevista “nei prossimi giorni, ‘condizioni permettendo’”. Un’attesa estenuante, che per alcuni mette in gioco la sopravvivenza stessa della popolazione civile. E, difatti, parte di essa, ridotta in miseria e sempre più affamata, ha assalito i camion carichi di cibo, provenienti proprio dal molo americano. Per tutta risposta, “la distribuzione degli aiuti prevista per lunedì è stata rimandata”. Forse, posticipata al prossimo assalto delle folle disperate.
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