Lunedì pomeriggio scopriremo se il ciclone Trump riuscirà a sconvolgere gli equilibri politici anche sull’altra sponda dell’Atlantico. Domenica, dalle 7 di mattina, infatti, 6,4 milioni di cittadini austriaci si recheranno alle urne, per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. La sfida, tutta da giocare, è la stessa dello scorso maggio: quella tra l’ex leader dei Verdi, Alexander Van Der Bellen ed il candidato dell’Fpö, Norbert Hofer, che, fino ad ora, è rimasto sempre in testa nei sondaggi. Si vota fino alle 17, ma lo spoglio dei voti per posta, sui quali lo scorso 22 maggio furono certificate le irregolarità che portarono all’annullamento del risultato del ballottaggio, inizierà solo lunedì mattina. Per i dati ufficiali bisognerà aspettare, dunque, la fine del conteggio delle schede arrivate dall’estero che, oggi come nel maggio scorso, saranno determinanti. A dividere i due candidati alla carica di capo dello Stato, secondo gli ultimi sondaggi, ci sarebbero, infatti, uno o due punti percentuali. Fino a lunedì l’Europa rimarrà, quindi, con il fiato sospeso. Perché una svolta a destra di Vienna è tutt’altro che improbabile. E perché quello di Vienna potrebbe essere solo il primo di una serie di appuntamenti elettorali che, tra la fine del 2016 e il 2017, potrebbero ridisegnare la mappa politica europea.Dai Paesi dell’Europa centro-orientale, come la Polonia e l’Ungheria, l’ondata nazionalista ed euroscettica avanza, infatti, nel cuore del Vecchio Continente, passando per la Gran Bretagna, che, con il referendum sulla Brexit ha detto addio alle istituzioni europee, considerate sempre più incapaci di offrire risposte e soluzioni alle questioni all’ordine del giorno nello scenario internazionale. In Austria, la crisi economica e l’arrivo di oltre 100mila migranti in un Paese di otto milioni e mezzo di abitanti, hanno determinato la crescita inarrestabile del Partito delle Libertà austriaco, che ora, con più del 30% dei consensi, è diventato il partito più votato nel Paese. E se in America, Hillary Clinton, non ce l’ha fatta a diventare la prima Madame President degli Stati Uniti, in Francia, c’è un’altra donna che si candida a riuscire nell’impresa, nella primavera del 2017. È la leader del Front National, Marine Le Pen, che punta a diventare il prossimo presidente francese. Quella di una vittoria della Le Pen alle prossime presidenziali, che si terranno, ad aprile-maggio prossimi, in una Francia lacerata dagli attacchi jihadisti, è un’ipotesi tutt’altro che peregrina. Parola del premier Manuel Valls, che a novembre aveva detto che, “oui”, è “possibile” che Marine Le Pen “vinca le presidenziali dell’anno prossimo”. Non a caso i Repubblicani hanno scelto il conservatore François Fillon per battere la leader del Front National, che sicuramente supererà il primo turno e arriverà al ballottaggio del 7 maggio. Dopo la primavera francese, sarà poi la volta dell’autunno tedesco. I nazionalisti euroscettici di Alternative Für Deutschland non smettono di guadagnare terreno sul partito della cancelliera, Angela Merkel. Dopo l’exploit in Meclemburgo-Pomerania e gli ottimi risultati ottenuti nella città-stato di Berlino, Alternativa per la Germania è in crescita esponenziale, e, a settembre dell’anno prossimo, la leader dell’AfD, Frauke Petry, si prepara a sfidare la Merkel, che, poche settimane fa, ha reso pubblica la sua decisione di candidarsi per un quarto mandato. Anche in Olanda, in cui si voterà per le elezioni politiche a marzo del 2017, in testa nei sondaggi c’è il partito nazionalista del leader anti-Islam e anti-immigrati, Geert Wilders. Lo stesso Wilders, che a metà luglio applaudiva Donald Trump alla convention repubblicana di Cleveland, stando agli ultimi sondaggi, rischia di vedere triplicati i seggi del suo Partito della Libertà (PVV) nel parlamento olandese, diventando così il leader del primo partito del Paese.