Sono iniziate lo scorso 9 giugno le audizioni pubbliche, in diretta tv, della commissione d’inchiesta della Camera statunitense per chiarire se dietro l’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, c’era l’allora neo ex presidente Donald Trump. Una storia ancora tutta da chiarire, a metà tra la farsa (ricordiamo tutti lo “sciamano”) e la tragedia (cinque morti). In un certo senso, una simbolica conclusione dell’era trumpiana. Un’era che, sin dal principio, ha visto nel nostro paese un palcoscenico di non secondaria importanza.

Ricorderete la vicenda che ha visto protagonista (assente, come nelle migliori trame di libri gialli) il professore Joseph Mifsud, maltese, docente presso la Link Campus di Roma, l’università fondata dall’ex ministro Vincenzo Scotti.

Il professore, al centro dello scandalo noto come Russiagate – una storia di spionaggio vecchio stile dove non si è mai ben capito se Trump dovesse giovarne o meno -, è scomparso ormai da più di quattro anni, da quando, il 21 maggio 2018, fu visto a Zurigo nello studio dei suoi avvocati. Sospettato di essere un agente segreto al soldo prima dei russi, poi di settori deviati (o comunque ostili a Trump) della Cia e infine al soldo dei servizi italiani, di lui si sono completamente perse le tracce e, secondo diverse fonti vicine ad apparati d’intelligence, non ci sono molte probabilità che possa tornare allo scoperto per chiarire la sua posizione.

Sempre l’Italia torna a giocare un ruolo – ovviamente poco chiaro – in una vicenda che si pone come cinghia di trasmissione tra queste due storie appena menzionate. Come nel caso dell’assalto a Capitol Hill, anche in questa occasione ci troviamo di fronte a una situazione che lascia più di un interrogativo aperto, ma che abbiamo avuto modo di conoscere in anteprima e che, dal nostro punto di vista, risulta interessante.

Protagonista di questo “spin-off” della saga trumpiana, un personaggio assolutamente unico nel suo genere: Gaetano Saya. Un nome che per molti non significa nulla, ma che molti altri collegheranno immediatamente a una strana storia che l’ha visto, insieme al socio Riccardo Sindoca, regista e attore principale della fondazione, ascesa e caduta del Dipartimento studi strategici antiterrorismo, meglio noto con l’acronimo DSSA. Un centro studi che – tra simbologia che ammiccava a massoneria, Nato e Terzo Reich – venne indicato come centrale di controspionaggio eversiva o, secondo alcuni, “fatta in casa”. Ad ogni modo illegale. Tanto illegale che alla fine Saya e Sindoca passarono i guai, così come molti dei loro seguaci, fasciati in divise dallo stile discutibile, inquadrati nelle formazioni della Guardia nazionale italiana, tra le cui file figuravano elementi della polizia di Stato, ex appartenenti ai servizi segreti, faccendieri e chi più ne ha, più ne metta [doveroso però ricordare che tutte le persone coinvolte, Saya e Sindoca in primis, vennero assolte per “non luogo a procedere perché il fatto non sussiste”].

Ma la vicenda umana, professionale e giudiziaria di Gaetano Saya non può certo ridursi a questo inciampo di percorso. L’uomo ne ha viste e fatte tante da poterne scrivere un libro, ma non è questa la sede per ripercorre la sua carriera, basti solamente dire che – in un groviglio di verità sussurrate e roboanti menzogne abilmente miscelate tra loro, con un pizzico di millanteria e una spolverata di messaggi in codice per orecchie ben allenate – piaccia o no, Gaetano Saya lo spionaggio – o come dice lui, l’intelligence – ce l’ha nel sangue.

Come entra Saya in questa storia? È il 27 maggio 2022, poco prima dell’inizio del processo/evento a Trump. Siamo a Genova, in un’aula del Tribunale per i minori.

Un uomo di cui non faremo il nome (abbiamo tentato senza successo di metterci in contatto con lui, ci riproveremo e cercheremo di ascoltare la sua versione dei fatti) parla di fronte al giudice, impegnato in una situazione che attiene alla sua sfera privata. Dettaglio non da poco: l’uomo è un avvocato, dunque ben conscio di quanto le parole dette in una simile circostanza abbiano un peso.

Il racconto che sciorina di fronte all’uditorio si colloca poco prima del Natale 2020: sua moglie – che tramite un amico comune qualche mese prima aveva conosciuto Gaetano Saya – gli avrebbe riferito che “ci sarebbe stata una guerra civile in America” e “un assalto al Campidoglio”.

Effettivamente, neanche un mese dopo – il 6 gennaio 2021 – avviene quello che sappiamo. L’avvocato sembra sicuro che la moglie non goda di doti profetiche, ma che quelle informazioni gliele abbia date Saya: “Quando effettivamente c’è stato l’assalto al Campidoglio, realizzavo che il sig. Saya aveva contatti con la destra estrema americana e dicevo a mia moglie di non frequentarlo perché pericoloso”. Ad aggiungere un elemento di mistero in più, la visita di due sedicenti giornalisti che avrebbero fatto visita all’avvocato, chiedendo di poter intervistare la sua consorte in merito ai contatti intrattenuti con Saya. Di chi fossero questi due giornalisti, non ne abbiamo idea. Quel che è certo è che questa vicenda non è stata fin ora oggetto delle attenzioni della stampa, quindi le cose sono due: o l’avvocato ricorda male, oppure i due giornalisti non erano veri giornalisti.

Sempre che questa storia corrisponda al vero. Sì, perché in effetti la domanda viene spontanea: per quale motivo un avvocato, in una tappa di un inter processuale che nulla ha a che spartire con vicende di spionaggio, dovrebbe tirare in ballo un personaggio come Saya legandolo a una vicenda d’oltreoceano? Non avendolo potuto chiedere al diretto interessato, siamo andati da Saya, che smentisce con fermezza le parole dell’avvocato: “Non ho mai avuto alcun contatto con una presunta estrema destra americana che, per inciso, nemmeno esiste. Non sapevo nulla dell’attacco al Campidoglio; le affermazioni di questa persona sono gravi e le porterò all’attenzione delle sedi competenti”.

A questo punto, però, abbiamo fatto notare a Gaetano Saya una cosa a nostro avviso piuttosto evidente: vere o no, le parole dell’avvocato nascondono (neanche troppo) un’acredine nei suoi confronti difficile da spiegare, a meno di una conoscenza diretta – e di uno screzio – tra i due.

A questo punto, la spiegazione di Saya è di quelle che spiazzano: “È vero, noi abbiamo avvicinato la moglie dell’avvocato. Stavamo indagando su di lui. Probabilmente lui l’ha scoperto e ha pensato bene di mischiare le carte in questo modo”. La prima domanda a seguito di questa risposta è stata: “Noi” chi? Perché il plurale? Saya si mette a ridere: “Sono vincolato dal segreto”. Ce lo aspettavamo, ma insistiamo comunque. Siamo consapevoli di camminare su un filo, ma nonostante tutto la storia inizia a farsi quanto meno curiosa e noi vorremmo vederci chiaro, ma ciò che aggiunge l’ex direttore del DSSA non aiuta certo a fare luce: “Quando dico noi mi riferisco a un’entità sovranazionale. Una struttura d’intelligence di ambito Nato”.

Va bene, ci torniamo, ma prima la seconda domanda: “Per quale motivo stavate indagando su questa persona?”. E qui ecco lo scenario che sfiora l’incredibile: A seguito dell’esplosione del caso Russiagate e della scomparsa del professor Mifsud “l’entità sovranazionale ci ha chiesto [e qui compare un secondo plurale, ma sorvoliamo] di provare a rintracciarlo e di ricostruire la sua rete di appoggio in Italia. L’avvocato era già attenzionato e ci è stato chiesto di verificare se ci fossero dei punti di compromissione”. E, nemmeno a dirlo, i punti di compromissione ci sarebbero. Con buona probabilità, ci dice Saya, l’avvocato e il professore maltese scomparso nel nulla si conoscevano.

Veniamo adesso alle nostre considerazioni. Se qualcuno, magari lo stesso Gaetano Saya, ci avesse raccontato questa storia omettendo la parte dell’avvocato non avremmo stentato a definirla come minimo una smargiassata. Ora, pur nutrendo dei legittimi sospetti su alcuni passaggi e su dettagli non proprio limpidi, le parole dette da un avvocato nell’aula di un tribunale non possono passare inosservate. Certo, anche lui potrebbe aver millantato, mentito, mistificato. Ma resta un fatto: l’uomo attribuisce a Saya la conoscenza – con circa un mese di anticipo – di quanto sarebbe accaduto a Washington.

Lo stesso Saya conferma che, in effetti, un collegamento tra lui e l’avvocato c’era e, sempre stando a Saya, lui e non specificate “altre persone” avrebbero lavorato su mandato di un’ “entità sovranazionale” per verificare se il predetto avvocato facesse parte di una rete di supporto per la “latitanza” del professore Joseph Mifsud. Ripetiamo: un’entità sovranazionale d’intelligence, di ambito Nato e che, stando al contesto, non possiamo non immaginare sia riferibile agli Stati Uniti, si sarebbe rivolta non ai servizi segreti ufficiali, ma a Gaetano Saya e alla sua non meglio specificata rete di controspionaggio, probabilmente erede di quel DSSA di cui abbiamo già accennato.

Non ne abbiamo certezza, ma è ipotizzabile che le parole dell’avvocato abbiano innescato la curiosità non solo nostra, ma dell’autorità giudiziaria. Molte sono le cose da approfondire di questa vicenda, come per esempio il tempismo di queste affermazioni, rilasciate poco prima che iniziasse in America il processo per i fatti di Capitol Hill. Certo, può essere una coincidenza, ma se non fosse così, bisognerebbe capire perché. Bisognerebbe verificare il significato di quelle parole, capire perché l’avvocato abbia tirato in ballo Saya; bisognerebbe capire se veramente fosse “attenzionato” da Saya e su mandato di quale entità d’intelligence straniera [e perché, tra le altre cose, questa presunta entità non si sia rivolta ai veri servizi segreti]. Insomma, continueremo a seguire questa storia dai contorni incerti, sicuri che altri sviluppi non mancheranno.

Post scrittum: Gaetano Saya ci tiene a precisare di non essere più in servizio presso questa entità sovranazionale da gennaio 2022.

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