Archiviato (o quasi) il Covid-19, la Cina deve fare i conti con il complicato ritorno alla realtà. I cittadini devono continuare a seguire alcune importanti regole di prevenzione, tra cui evitare assembramenti, utilizzare mascherine protettive, sottoporsi alla misurazione della febbre prima dell’ingresso nei negozi o nei centri commerciali e, più in generale, mantenere una certa distanza di sicurezza. Insomma, ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che i ristoranti tornino ad accogliere tavolate composte da decine di persone festanti.
Al di là di questo, che non è poco, il governo ha l’esigenza più assoluta di risvegliare un’economia in letargo da un paio di mesi. E così, per stimolare il popolo a consumare come ai vecchi tempi, la maggior parte delle città cinesi ha lanciato campagne di voucher con diverse imprese. L’obiettivo è semplicemente quello di incoraggiare i residenti a cenare fuori, fare acquisti, viaggiare e via dicendo.
Ma all’orizzonte c’è un altro nodo da sciogliere, che risulterà essere probabilmente il più spinoso di tutti. L’armonia sociale che Pechino era riuscito a creare esiste ancora? In altre parole c’è da capire se i cittadini sono soddisfatti dell’operato delle autorità.
Economia e armonia sociale
Nel caso in cui la risposta fosse negativa, allora Pechino rischia di veder sfumare tutta la sua legittimità. Peggio ancora, a pagare il prezzo più grande sarebbe Xi Jinping. Il presidentissimo si è speso in prima persona, dirigendo i lavori dei funzionari del partito e attuando misure restrittive per arginare il nuovo coronavirus. Alla fine ha avuto la meglio sul demone.
Eppure, per arrivare alla vittoria finale, ai cittadini è stato richiesto un grande sacrificio, che diventa enorme nel caso di chi vive nello Hubei, provincia in lockdown dalla fine di gennaio. Se la Cina può stringere i muscoli e far vedere al mondo intero di aver sconfitto il nuovo coronavirus, resta da capire se tutti i cittadini dell’ex Impero di mezzo hanno approvato la linea d’azione del signor Xi.
Il gradimento del governo è senza ombra di dubbio elevato ma, scrive Asia Times, c’è chi punta il dito contro le autorità. È il caso di Ren Zhiqiang, magnate cinese della proprietà conosciuto all’interno del Partito comunista cinese per essere una specie di anticonformista. Ren, ex capo del gruppo statale Huayuan, ha suscitato un sentimento di opposizione nei confronti di Xi con un pezzo di opinione diventato virale. Nella sua stoccata, il tycoon crocifigge letteralmente il presidente e arriva persino a definirlo un “pagliaccio” che si è “spogliato dei suoi vestiti per essere un imperatore”.
L’attacco del magnate
L’articolo, attribuito a Ren e apparso all’inizio di questo mese su Twitter e su alcuni media cinesi all’estero, potrebbe aver scoperchiato il vaso di Pandora. In ogni caso, fa sapere il New York Times, il miliardario, adesso, sarebbe scomparso. Dopo l’uscita del pezzo, di lui si sarebbero perse le tracce.
Ren, 70 anni, non è più in circolazione e neppure gli amici più stretti saprebbero dare una spiegazione della sua scomparsa. Certo, l’attacco a Xi sulla gestione del Covid-19 non è l’unica stoccata fatta dal tycoon all’indirizzo del presidente cinese. Nel recente passato Xi Jinping era stato pungolato anche su altre tre questioni frizzanti: l’economia cinese in calo, la guerra dei dazi con gli Stati Uniti e l’impasse di Pechino con Hong Kong e Taiwan. Finita la tempesta, il Dragone deve ricomporre il puzzle in fretta e furia così da evitare possibili sorprese.



