Dalla sentinella della Nato all’ambizione di potenza: la trasformazione geopolitica della Turchia

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Politica /

Dalla sentinella della NATO alla proiezione nel Mediterraneo e nel Golfo, Ankara sfrutta la crisi dell’ordine internazionale per ampliare la propria autonomia. Ma le ambizioni geopolitiche restano condizionate dai limiti della sua struttura economica.

«Stesso letto, sogni diversi». La formula con cui Zhou Enlai ironizzava negli anni Settanta sulla distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica descrive bene anche le contraddizioni della NATO contemporanea. La richiesta americana di una maggiore partecipazione europea alla difesa incontra infatti aspirazioni divergenti: Washington vuole trasferire parte dei costi militari senza rinunciare alla propria leadership, mentre gli Stati europei cercano di rafforzare le proprie capacità senza aver ancora definito una strategia comune.

In questo scenario, la Turchia costituisce un caso particolarmente significativo. La sua traiettoria mostra come una posizione di dipendenza strategica possa trasformarsi, durante una crisi internazionale, in uno strumento di autonomia e influenza regionale.

Come osservava Sergio Romano, la fine della Guerra fredda aveva modificato la collocazione geopolitica del Paese. La Turchia non era più soltanto il custode occidentale degli Stretti e la sentinella della NATO sul Mar Nero, ai confini con un mondo ostile. Il crollo dell’URSS e del comunismo europeo le aveva aperto nuovi spazi politici ed economici, consentendole di perseguire ambizioni regionali prima subordinate alle esigenze dell’Alleanza atlantica. (Per approfondire leggi la nostra Newsletter gratuita, InsideWeek).

Durante la Guerra fredda, la posizione turca rappresentava una risorsa strategica di prim’ordine. Il controllo degli accessi al Mar Nero, la prossimità al territorio sovietico e la collocazione tra Europa, Caucaso e Medio Oriente attribuivano ad Ankara un peso superiore a quello suggerito dalle sole dimensioni della sua economia. La Turchia poteva convertire la propria geografia in influenza politica, beneficiando della protezione americana e dell’appartenenza alla NATO.

Questa condizione non eliminava la rivalità con la Grecia, anch’essa alleata di Washington. I due Paesi cercavano di preservare il proprio valore strategico agli occhi degli Stati Uniti, mentre le controversie territoriali e la questione cipriota introducevano una frattura permanente all’interno del sistema occidentale.

Cipro rappresenta un passaggio essenziale. Nel luglio 1974, il colpo di Stato sostenuto dalla giunta militare greca, favorevole all’unione dell’isola con la Grecia (enosis), precedette l’intervento militare turco e la successiva divisione di fatto del territorio. L’esito non può essere spiegato soltanto attraverso la competizione tra Atene e Ankara per il favore americano: ebbero un peso determinante anche le decisioni politiche e militari e il fallimento della mediazione internazionale. Resta però una contraddizione fondamentale: l’appartenenza alla stessa alleanza non impediva a due Paesi di perseguire obiettivi incompatibili.

La funzione di sentinella occidentale aveva assicurato alla Turchia una posizione negoziale vantaggiosa. Con la fine della minaccia sovietica, però, il rapporto con gli alleati era destinato a cambiare. Ankara non poteva più limitarsi a essere il presidio meridionale dell’Occidente. Il Caucaso, l’Asia centrale e il Medio Oriente offrivano nuovi interlocutori e occasioni d’iniziativa; lo sviluppo delle capacità militari turche avrebbe consentito di tradurre progressivamente queste opportunità in una presenza concreta oltre i confini nazionali.

La guerra civile siriana, iniziata nel 2011, ha accelerato questa trasformazione. La questione curda, da tempo centrale nella politica interna turca, è diventata una variabile decisiva della strategia regionale. Ankara considera le Unità di protezione popolare curde (YPG), sostenute dagli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico, legate al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che la Turchia considera un’organizzazione terroristica. Washington e Ankara si sono così trovate a sostenere interlocutori differenti nello stesso teatro operativo.

La frattura ha mostrato i limiti della solidarietà atlantica: appartenere alla medesima alleanza non significa condividere la stessa percezione delle minacce. La risposta turca ha combinato interventi militari oltreconfine, sostegno a forze locali e accordi con potenze che perseguivano obiettivi diversi. La sicurezza curda è diventata così anche una giustificazione per ampliare la libertà d’azione di Ankara.

Parallelamente, il governo turco ha valorizzato diverse matrici ideologiche. Il panturchismo richiama i legami con i popoli turcofoni del Caucaso e dell’Asia centrale; il panislamismo insiste sulla solidarietà tra le società musulmane; il neottomanesimo evoca invece l’eredità imperiale e una presenza privilegiata nei Balcani, nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente.

Queste correnti non costituiscono un programma unitario. Offrono, tuttavia, un repertorio politico con cui presentare la Turchia non come una potenza periferica dell’Europa, ma come un attore con interessi estesi su più regioni. L’ideologia accompagna così il calcolo strategico, legittimando la proiezione esterna e rafforzando il consenso interno.

La Mavi Vatan, la «Patria blu», traduce queste ambizioni nella dimensione marittima. Sviluppata negli ambienti navali turchi, la dottrina considera i mari circostanti spazi di sovranità, sicurezza e proiezione militare, non semplici frontiere.

Il Mediterraneo orientale è il suo principale terreno d’applicazione. Le controversie sulle zone economiche marittime, le risorse energetiche, Cipro e la rivalità con la Grecia si intrecciano con la volontà turca di impedire che gli equilibri regionali vengano definiti senza Ankara. Il memorandum marittimo firmato con la Libia nel 2019 ha dato concretezza a questa impostazione, collegando le rivendicazioni turche nel Mediterraneo ai rapporti con la sponda meridionale del bacino.

La Mavi Vatan non è propriamente un progetto per raggiungere l’oceano. È una strategia di potenza marittima che mira ad ampliare la profondità strategica turca. La presenza in Libia e nel Corno d’Africa ne costituisce una possibile estensione: cooperazione militare, addestramento, esportazioni di armamenti e investimenti consentono ad Ankara di costruire punti d’appoggio e relazioni durature.

Questi presidi non formano una catena territoriale continua e rispondono a esigenze differenti. Nel Mediterraneo prevalgono la sicurezza marittima e la competizione regionale; in Somalia assumono rilievo anche la cooperazione militare e la presenza economica. Il risultato è una rete che permette alla Turchia di intervenire su più direttrici e di accrescere il proprio potere negoziale.

Resta il problema delle risorse. Una proiezione così estesa richiede finanziamenti, capacità logistiche, continuità industriale e forze armate in grado di sostenere operazioni prolungate. L’ambizione geopolitica, da sola, non basta: può anzi produrre una sovraestensione se gli impegni superano le capacità disponibili.

La crisi della NATO viene spesso interpretata come l’occasione per costruire una difesa europea autonoma. Questa lettura, però, presuppone che l’Europa sia già un soggetto geopolitico unitario. È proprio questo il punto da contestare.

L’Unione Europea è una grande potenza economica e un soggetto giuridico dotato di istituzioni comuni, ma non dispone di una sovranità strategica paragonabile a quella di uno Stato. Le sue componenti nazionali non condividono necessariamente la stessa visione delle minacce, le stesse priorità militari o la stessa concezione dei rapporti con Washington e Mosca.

L’Europa resta soprattutto un tavolo sul quale le potenze nazionali negoziano i propri interessi, non una potenza geopolitica capace di esprimerne uno unitario. Il riarmo in corso va letto anzitutto come riarmo degli Stati, anche quando beneficia di finanziamenti e programmi comuni.

La distinzione è sostanziale. Accrescere i bilanci militari non significa automaticamente acquisire autonomia strategica: occorre anche controllare le tecnologie, la produzione, le catene di approvvigionamento e le decisioni sull’impiego delle forze. Su questi fronti, la dipendenza europea dagli Stati Uniti rimane significativa.

La Germania e la Francia esprimono due orientamenti differenti. Berlino continua a considerare essenziale la deterrenza americana. L’acquisto degli F-35 statunitensi, destinati anche al ruolo nucleare nell’ambito della NATO, dimostra che il rafforzamento delle forze armate tedesche non coincide necessariamente con un progetto di emancipazione da Washington.

La Francia, al contrario, dispone di una propria forza nucleare e attribuisce maggiore rilievo all’autonomia decisionale e industriale. La cooperazione con altri Paesi europei, anche attraverso programmi come il SAMP/T e il suo sviluppo SAMP/T NG, dimostra che è possibile costruire capacità militari comuni. Non dimostra, però, che esista una volontà geopolitica europea condivisa: la collaborazione industriale non cancella il controllo nazionale sugli armamenti e sulle decisioni strategiche.

Le difficoltà del programma aeronautico FCAS, sviluppato con la partecipazione di Francia, Germania e Spagna, rendono evidente quanto gli interessi industriali e nazionali possano ostacolare i progetti comuni. Gli Stati possono cooperare nella produzione e continuare a perseguire strategie differenti.

La pressione americana affinché gli europei spendano di più presenta dunque un’ambiguità. Può favorire lo sviluppo di capacità militari nazionali, ma anche consolidare la dipendenza da tecnologie e forniture statunitensi. Gli Stati Uniti possono trasferire parte dei costi della difesa agli alleati senza rinunciare alla propria centralità strategica.

Il risultato non è necessariamente un’Europa più autonoma, ma una diversa distribuzione delle responsabilità all’interno della NATO. È una contraddizione che riguarda direttamente la Turchia: Ankara opera in un sistema nel quale Washington conserva un peso determinante, ma gli alleati dispongono di margini crescenti per perseguire interessi propri.

In questa prospettiva va letto l’accordo di mutua difesa tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, firmato alla Mecca il 7 agosto 2026. L’intesa prevede che un attacco armato contro uno dei tre Paesi venga considerato un attacco contro tutti. La sua portata effettiva dipenderà dall’attuazione degli impegni e dalle capacità concretamente mobilitabili, ma il significato politico è chiaro: i firmatari intendono rafforzare la cooperazione militare e diversificare le proprie garanzie di sicurezza.

Le risorse dei tre Paesi sono complementari. La Turchia dispone di un’industria della difesa in espansione e di esperienza operativa; il Pakistan possiede forze armate importanti e un arsenale nucleare; l’Arabia Saudita dispone di ingenti risorse finanziarie e di una posizione centrale nel Golfo.

L’accordo non costituisce una NATO alternativa già consolidata. Rivela però la volontà di costruire relazioni di sicurezza che non dipendano esclusivamente dagli Stati Uniti. Per Ankara, rappresenta un ulteriore strumento per accrescere la propria influenza senza abbandonare l’Alleanza atlantica.

È questa la logica del multiallineamento: non scegliere un solo blocco, ma mantenere relazioni diversificate per ampliare le proprie opzioni. La Turchia può essere membro della NATO, interlocutrice dell’Europa, partner del Pakistan e dell’Arabia Saudita e, contemporaneamente, conservare rapporti con la Russia. Queste relazioni non sono prive di contraddizioni; proprio la capacità di gestirle, tuttavia, costituisce una risorsa negoziale.

L’intesa della Mecca riflette anche una trasformazione più ampia. Le potenze regionali non vogliono necessariamente rompere con Washington, ma cercano strumenti aggiuntivi per affrontare crisi nelle quali gli interessi americani potrebbero non coincidere con i propri. Ankara tenta di inserirsi in questo spazio, collegando la propria presenza nel Mediterraneo ai rapporti con il Golfo e il Corno d’Africa.

La moltiplicazione delle relazioni e dei teatri d’intervento non trasforma automaticamente la Turchia in una grande potenza. La sua capacità di iniziativa è cresciuta, ma rimane condizionata dalle risorse economiche, industriali e finanziarie disponibili.

Una proiezione estesa richiede investimenti continuativi, approvvigionamenti sicuri, ricerca tecnologica e capacità di sostenere operazioni militari senza compromettere la stabilità interna. Siria, Iraq, Libia, Mediterraneo orientale, Caucaso e Corno d’Africa impongono esigenze differenti. Gestirle contemporaneamente può ampliare l’influenza turca, ma anche generare costi eccessivi.

La forza di Ankara risiede soprattutto nella capacità di rendersi necessaria a interlocutori diversi. La sua posizione geografica, l’appartenenza alla NATO, l’industria militare e i rapporti con il mondo musulmano le consentono di trasformare risorse relativamente limitate in influenza politica. Non le garantiscono, però, la capacità di sostenere una proiezione globale paragonabile a quella delle maggiori potenze.

È qui che emerge la contraddizione fondamentale della strategia turca. Ankara vuole essere autonoma, ma ha ancora bisogno della NATO; vuole partecipare al riarmo europeo, ma non accetta di esserne esclusa; costruisce nuove alleanze regionali, ma non dispone di risorse sufficienti a eliminare i propri vincoli economici.

La crisi dell’ordine internazionale le offre nuove opportunità, non una libertà d’azione illimitata.

La Turchia rappresenta così uno dei casi più evidenti di una dinamica destinata a caratterizzare gli equilibri futuri: le potenze medie non sono semplici pedine delle grandi, ma possono sfruttarne le rivalità per accrescere la propria autonomia. Il loro margine di manovra dipende dalla capacità di combinare geografia, risorse militari, relazioni economiche e diplomazia.

Il passaggio dalla sentinella della Guerra fredda alla potenza del multiallineamento non significa, dunque, che Ankara abbia superato la propria dipendenza dall’Occidente. Significa che ha imparato a utilizzarla insieme ad altre relazioni, evitando per quanto possibile di subordinare l’intera politica estera a un solo interlocutore.

Il multiallineamento turco è il tentativo di trasformare una posizione strategica privilegiata in autonomia politica. Il suo limite resta la distanza tra l’ampiezza delle ambizioni geopolitiche e le risorse economiche necessarie a sostenerle.