L’ora più buia della democrazia americana nell’ultimo secolo e mezzo; una pagina senza precedenti, una vergogna nazionale, l’equivalente per l’immagine statunitense nel mondo di ciò che l’Undici Settembre era stato per la sicurezza del Paese di fronte al resto del mondo. La giornata di follia del 6 gennaio, culminata con l’assalto e l’occupazione del Campidoglio ad opera dei sostenitori di Donald Trump ha già attratto su di sé definizioni forti, che a tratti potrebbero apparire quasi iperboliche se non parlassimo di un periodo storico così critico per le prospettive future degli States. Usciti col fiato corto dall’anno della pandemia e delle più contestate elezioni della storia contemporanea.

Tra millenarismo, polarizzazioni estreme, faglie sociali sempre più evidenti (il caso George Floyd insegna) e trincee di odio sempre più profondo tra le parti politiche, da più parti il rischio che il Paese si stia incamminando verso un clima di guerra civile latente e a bassa intensità è percepito come forte e immanente. Nei mesi scorsi l’anchorman Tucker Carlson aveva avvertito circa la presenza di “piromani” desiderosi di incendiare la società statunitense, e la spirale di violenze che ha coinvolto in questi mesi teppisti di strada, Antifa, attivisti di Black Lives Matter, gruppi di estrema destra come i Boogaloo Boys e i Proud Boys, assieme alla marea montante dei tossici complotti del web sulle “elezioni rubate” da Joe Biden a Donald Trump hanno avvelenato un clima già teso.

Il richiamo alla guerra civile porta in mente ai cittadini americani i paragoni con il conflitto di secessione combattuto tra il 1861 e il 1865. La più tragica epopea della storia della repubblica nordamericana, un duro e violento antesignano dei conflitti contemporanei che forgiò l’equilibrio politico, istituzionale e economico dell’America proiettatasi a divenire egemone globale nel secolo successivo. Una tragedia fondativa di un nuovo equilibrio, ma anche un conflitto brutale e fratricida attorno a grandi temi: la schiavitù, l’atteggiamento del Paese rispetto al resto del mondo, la libertà d’azione economica, i valori del governo. Temi su cui il conflitto diede risultati definitivi e il compromesso politico guidato dai successori di Abraham Lincoln costruì l’America moderna.

Da allora in avanti più volte il Paese è stato squassato da tensioni e odi interni che hanno riportato in movimento le nubi più cupe e portato analisti e protagonisti degli avvenimenti ad azzardare paragoni con l’epoca della guerra civile.

Il voto del 1876

Nel 1876 il contestato esito delle elezioni presidenziali portò a nuovo braccio di ferro tra repubblicani e democratici. L’esito divisivo del voto aveva portato il candidato democratico Samuel Tilden, sostenuto dai consensi degli Stati del Sud che poco prima si erano ribellati nella Confederazione, sopravanzare nei consensi popolari l’avversario repubblicano Rutherford Hayes, ma conquistare un voto elettorale in meno di quelli necessari per vincere, pari a 185. Hayes, fermo a 165, reclamava i venti voti elettorali rimanenti sparsi tra Florida, Louisiana e South Carolina. Dopo un lungo braccio di ferro in cui più volte gli Stati Uniti andarono vicini a una nuova frattura, il 1877 portò con sé un compromesso: Hayes ottenne i voti elettorali insediandosi alla Casa Bianca, ma in cambio il governo federale terminò la più che decennale occupazione degli Stati del Sud ad opera dello United States Army, aprendo alla fase di egemonia dei Democratici del Sud al loro interno.

L’escalation razzista del Kkk

Alcuni decenni dopo, la minaccia interna agli Stati Uniti venne da una vera e propria battaglia per l’anima dell’America. La massiccia ondata migratoria verificatasi a cavallo tra XIX e XX secolo aveva messo profondamente in crisi il tradizionale modello “Wasp” su cui gli Usa fondavano la loro identità e la loro autopercezione. Nuove forze vive, dagli immigrati di ceppo tedesco e scandinavo a quelli provenienti dall’Italia e da altri Paesi dell’Europa mediterranea, modificavano la popolazione e la sua struttura, assieme agli equilibri politici e sociali. Durante e dopo la Grande Guerra, in reazione a un percepito pericolo, le forze politiche “nativiste” si organizzarono nel secondo Ku Klux Klan, che da organizzazione segreta divenne movimento di massa per difendere quella che era ritenuta l’identità ancestrale dell’America, bianca, anglo-sassone e protestante, contro i ceppi allogeni: cattolici “papisti”, mediterranei, ebrei e afro-americani.

Il Klan mobilitò fino a 4-5 milioni di persone come suoi membri attorno al 1925 e fu solo l’avvento della Grande Depressione e la necessità di una risposta a questioni sociali ed economiche ben più impellenti che ne diluì la dirompente carica ostruzionismo e il radicalismo razzista. Nemici giurati del Klan erano esponenti “populisti” come padre Charles Coughlin, il celebre telepredicatore cattolico, e il governatore della Louisiana Huey Long, che popolarizzarono il sostegno alle misure di rilancio economiche poi fatte proprie da Roosevelt.

L’America spaccata degli Anni Sessanta

Tribalizzazione e divisioni interne non sono mancate in epoche diverse della storia Usa seguita alla guerra civile. Il filone narrativo è sempre stato molto simile, in ogni caso: rivolta di una componente consistente della popolazione per questioni di principio ritenute esistenziali, shock interni ed esterni come fattore di accelerazione o riflusso della crisi, formazione di gruppi culturali e politici autoreferenziali nel quadro di una dialettica complessa.

La storia più recente ha presentato una trama dallo svolgimento simile nel corso del decennio più lungo degli Usa nel secondo dopoguerra, gli Anni Sessanta. La sovrapposizione tra l’eruzione magmatica della rivendicazione afroamericana di maggiori diritti e della fine delle discriminazione, che i legislatori ebbero l’acume di tradurre in leggi, l’ascesa delle varie forme di contestazione e controcultura e, soprattutto, la “sindrome del Vietnam” misero a più riprese in ginocchio il Paese. Proteste, rivolte, scioperi, scontri di piazza e un’ondata di depressione generalizzata travolsero il Paese, provocando un malcontento generalizzato che influì sull’ammissione finale della disfatta in Vietnam.

Opposti estremisti prendevano piede, con l’obiettivo dichiarato di minare la convivenza civile tradizionale del Paese e arrivare addirittura a ghettizzare esplicitamente il Paese. La Nation of Islam dell’afroamericano Elijah Muhammad ebbe addirittura dal 1961 contatti con i suprematisti bianchi del redivivo Kkk, mentre nella storia è entrata la visita ufficiale fatto dal leader dei neonazisti statunitensi, George Lincoln Rockwell, a un convegno della stessa organizzazione presieduto da Malcolm X, incentrato sulla necessità della segregazione etnica.

Il riflusso avvenne sia perché la politica seppe in parte accogliere le manifestazioni più ragionevoli della necessità di un cambio di passo (soprattutto sugli afroamericani e il Vietnam) sia perché a tempo debito non fece mancare la sua autorevolezza: Richard Nixon vinse due elezioni presidenziali, nel 1968 e nel 1972, appellandosi al buon senso di una maggioranza silenziosa lavoratrice e desiderosa di sicurezza che mostrò al Paese la sua compattezza di fronte alle frange più estremiste e criminose, che si ritrovarono ipso facto isolate anno dopo anno.

L’America del 2021 è nella palude

Nel bene e nel male, anche nei casi più estremi, questi episodi parlavano di un Paese in profonda crisi di identità ma al cui interno si presentavano posizioni chiare, nette e, nei limiti del possibile, inquadrabili e figlie del loro tempo. Le faglie odierne che stanno consumando gli Usa sono senz’altro strutturali ma riflettono un disagio più profondo, esistenziale, animato da una generica paura del futuro che si esprime in una concezione negativa ed ostile del potere, nell’ascesa di complottismi irrazionali, in un selvaggio tutti contro tutti.

Lo stesso assalto al Campidoglio parla di uno scenario di questo tipo, di una rabbia senza una causa vera se non le trincee di odio politico e sociale scavate in questi anni. Lo stesso Donald Trump è conseguenza, causa e vittima della grande polarizzazione che sta dividendo gli Usa: conseguenza, perché senza di essa sarebbe stata impossibile la vittoria elettorale del 2016; causa, perchè Trump ha interpretato la presidenza come un campo da gioco personale a favore dello zoccolo duro degli elettori a lui favorevoli; vittima perchè, unitamente alla gestione del Covid, la sua figura l’ha trasformato nel nemico perfetto per traghettare un rilancio delle ambizioni politiche del Partito Democratico all’ultima tornata elettorale. E il crepuscolo del trumpismo inizia proprio con la folle giornata dell’Epifania in cui i buoi sono scappati dalla stalla e il malessere profondo che corrode l’America si è palesato.

I paragoni col passato insegnano che nei momenti in cui la casa comune stava per andare in fiamme l’America ha trovato nel compattamento attorno a posizioni di compromesso, leader certi e visioni di lungo periodo un punto di sintesi capace di creare una nuova costituzione materiale e un nuovo ordine sociale. Dando fondo al significato etimologico del termine, ogni crisi ha risolto diverse questioni aperte, accelerando fasi di stabilizzazione politica e sociale. Ma dove sono ora gli uomini, le idee e i progetti per il futuro dell’America? Trump non ha saputo dare vere risposte, e nemmeno Biden appare in grado. Restano rivalità e tensioni, pensieri ostili e rabbia repressa. Resta una nazione che mai come ora deve evitare di fare altri passi verso l’orlo dell’abisso.

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