Fra chi sogna di cambiare radicalmente questa Europa, oltre a sovranisti vari e sparute minoranze di estrema sinistra, c’è lui: Emmanuel Macron. Il presidente francese ha in testa un piano ambizioso ma non impossibile da realizzare. Il capo dell’Eliseo punta a creare un’Unione europea a trazione francese, dove non saranno più i tecnici di Bruxelles o la Germania di Angela Merkel a dettare le regole del gioco, bensì la “sua” Francia. Il percorso per arrivare al traguardo è lungo e prevede due step distinti. La prima tappa implica di fare piazza pulita di ogni retaggio del passato, quindi tanti saluti agli equilibri internazionali che eravamo abituati a conoscere, a organizzazioni internazionali come la Nato e a trattati di varia natura ormai inattuali e inutili per i tempi che corrono. I diktat di Berlino al gusto di austerity non troveranno più spazio, perché l’Europa di Macron dovrà spendere e spandere per gareggiare con Stati Uniti e Cina, mantenendo tuttavia buoni rapporti con entrambi. Nella seconda tappa, quella decisiva, si dovrà ricostruire quanto distrutto ma a forma e immagine di Parigi.

Parigi al centro

Chi lo conosce lo sa bene. Macron è un uomo ambizioso, non conosce alcun limite ma soprattutto ha una continua fame di potere. Dopo aver conquistato l’Eliseo, Jupiter – come lo chiamano in patria – vuole che l’Europa si inchini ai suoi piedi. Da un punto di vista diplomatico, la Francia sarà cuore e mente del nuovo contenitore europeo e intratterrà rapporti cordiali con tutti gli altri Paesi membri. Attenzione però, perché questi, dalla Germania all’Italia, potranno ricoprire al massimo i ruoli di scudieri. Non di più. Capitolo a parte merita invece il Regno Unito: nonostante l’imminente Brexit, Macron ha più volte espresso la volontà di creare un forte asse con Londra, sia dal punto di vista commerciale che militare.

Gonfiare i muscoli

E qui arriviamo proprio ad analizzare il piano militare di Macron. L’obiettivo del presidente francese è duplice: da una parte intende superare la Nato con l’introduzione di un esercito europeo, ma dall’altro spera di unire le armi atomiche francesi a quelle britanniche, così da costruire una “forza nucleare di dissuasione interamente Europea”. Basta protezioni da Washington: l’Europa deve camminare con le proprie gambe, e per farlo ogni singolo membro dovrà contribuire alla causa alimentando una sorta di cassa comune. Certo, Macron non ha intenzione di creare un’entità capace di tener testa agli Stati Uniti o alla Cina, ma la sua Europa dovrà almeno avere le carte in regola per sedersi al tavolo dei grandi con la schiena dritta. Nel 2018, come sottolinea l’Economist, Washington ha speso oltre il 3% del suo Pil in spese di difesa, superando il 2%, ovvero il target prefissato dalla Nato. In Europa soltanto il Regno Unito ha raggiunto la soglia prestabilita, mentre Polonia e Francia inseguono poco lontane. Italia e Germania sono distaccate: Roma ha investito poco più dell’1% del suo pil, mentre Berlino è ancora più indietro.

La teoria è facile e l’assunto di fondo ben comprensibile: l’Unione Europea deve investire più soldi nella difesa e affidarsi a un esercito comune. Ma come fare per gonfiare i muscoli? Non basterà certo prendere un po’ di steroidi, che fuori di metafora significa continuare a seguire le stesse logiche odierne. La chiave, semmai, è ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, soprattutto per quanto concerne una serie di settori strategici, come quello relativo alla Difesa, alla tecnologia e all’industria. La soluzione, invece, è imitare la Cina: investire massicciamente in ricerca e sviluppo, due attività ormai trascurate dal Vecchio Continente, abituato a rivolgersi a Washington per ogni evenienza. La conditio sine qua non per staccarsi dagli americani passa per la separazione dalla Nato e per la creazione di un esercito europeo. Quest’ultimo non dovrà però solo avere un ruolo di facciata ma, al contrario, dovrà difendere il territorio del Vecchio Continente da ogni minaccia, a cominciare da quelle informatiche. Quanti soldi servono? Difficile dirlo con certezza perché sul tavolo ci sono varie stime. Secondo alcuni esperti è comunque necessaria una somma compresa tra i 100 e i 300 miliardi di euro.

L’azzardo di Macron

La Francia non ha battuto ciglio di fronte alla riforma del Mes che ha invece scatenato le proteste del governo italiano. Parigi non ha alcuna intenzione di gettare ulteriore benzina sul fuoco, perché l’eventuale modifica del Fondo salva-Stati si concilia alla perfezione con le ambizioni di Macron. Intanto c’è da dire che il Meccanismo europeo di stabilità porterà ossigeno alle semi disastrate banche francesi, inoltre, in prospettiva futura, il suddetto trattato rappresenta il primo passo per instaurare la cosiddetta unione bancaria, cioè quel sistema di vigilanza e risoluzione del settore bancario a livello Ue che si baserà su normative valide in tutta l’Unione. Vale la pena tornare sulle banche tedesche e francesi. Questi istituti, grazie ai soldi versati dai Paesi finanziatori del fondo (l’Italia è al terzo posto), possono tirare un grande respiro di sollievo proprio a causa delle clausole inserite nel Mes. Premesso che i Paesi con un enorme debito pubblico non potranno attingere agli eventuali benefici del Fondo salva-Stati, tutti gli altri potranno farlo ma rispettando condizioni ben precise. In caso di attivazione, il Meccanismo europeo di stabilità implica che anche il settore privato contribuisca al salvataggio di uno Stato in difficoltà. Questo significa che i detentori di titoli ti Stato possono veder evaporare capitale e interessi, mentre Germania e Francia, attraverso il fondo, potrebbero accollare i debiti delle loro banche ai Paesi europei in difficoltà.

Vero: la mossa di Macron è a tutti gli effetti un azzardo perché non c’è alcuna certezza che il posto in prima fila possa essere occupato dagli istituti francesi. Eppure, al momento la Germania è troppo debole e all’orizzonte non ci sono rivali in grado di mettere il bastone tra le ruote di Parigi. In altre parole, Macron aspira a costruire un’Unione Europea in cui la Francia prenderà il posto della Germania e dove i tecnocrati di Bruxelles saranno sostituiti dal capo dell’Eliseo. Un progetto temerario e mastodontico, insomma, che potrebbe portare Macron verso un clamoroso successo o al cospetto di una cocente sconfitta politica e di immagine.

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