Il 3 settembre, piazza Tiananmen a Pechino è stata teatro di quella che è diventata La parata militare per antonomasia della storia cinese, in occasione dell’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale e della vittoria sul Giappone. Una sfilata con migliaia di soldati, l’esibizione di un ricco arsenale di missili, velivoli, droni, robot, e una schiera di leader globali guidati da Xi Jinping, con Vladimir Putin e Kim Jong-un rispettivamente alla destra e alla sinistra del padrone di casa. La più grande e osservata parata nella storia della Repubblica Popolare Cinese, indubbiamente un grande esercizio di comunicazione politica per rafforzare l’orgoglio nazionale e per mostrare potenza agli alleati e non. Tuttavia, questo evento andrebbe analizzato anche da altre prospettive.
Un vecchio messaggio
Innanzitutto, è importante evidenziare che una parata militare, nonostante la sua ritualità di forza e disciplina, non è un’invasione e le parole di Xi sono lontane da una dichiarazione di guerra: “La guerra è come uno specchio. Guardandola, possiamo apprezzare meglio il valore della pace. Oggi la pace e lo sviluppo sono diventati la tendenza dominante, ma il mondo è tutt’altro che tranquillo. La guerra è la spada di Damocle che ancora pende sull’umanità. Dobbiamo trarre insegnamento dalla storia e dedicarci alla pace.” La parata è stata un messaggio, tra l’altro nemmeno nuovo.
Il presidente della Repubblica Popolare Cinese ha parlato di “rejuvenation” della nazione cinese, missione centrale sin dal XIV Congresso del Partito nel 1987. Come ha affermato Xi nel 2022, “national rejuvenation” è un “piano strategico” per raggiungere la grandezza duratura della nazione.
Quello che l’Occidente non ha capito
Sul versante cinese, dunque, nulla di nuovo. Quella che negli ultimi anni è cambiata è la posizione occidentale.
La Cina ragiona politicamente applicando piani a lungo termine e la possibilità di analizzarli fornisce un grandissimo vantaggio in termini di comprensione della Repubblica Popolare per chi la osserva. Il problema è l’incapacità, in questo caso del sempre più disunito “Occidente”, di porsi in una condizione di obiettiva osservazione, ascolto e comprensione di un’altra parte del mondo che viene spesso interpretata attraverso luoghi comuni.
Espressioni come quella del cosiddetto “asse delle autocrazie,” termine usato per descrivere la minaccia cinese e una parallela, granitica alleanza con altre dittature pronte a colpire l’Occidente (Russia, Corea del Nord, Iran: tutte nazioni i cui leader erano a Pechino), distolgono l’attenzione dal punto nodale: a favorire l’ascesa della Cina e della sua diplomazia sono stati i fallimenti dell’ordine a guida occidentale e della conseguente instabilità e insicurezza generalizzata.
Perché questa responsabilità ricade sull’Occidente?
Gli Stati Uniti e la NATO si sono proposti e imposti come garanti dell’ordine mondiale. Ma a questo ruolo non hanno saputo adempiere. Basti osservare come l’Occidente stia scivolando di nuovo nel paradosso della sicurezza con la sua corsa al riarmo, condotta nonostante lo scetticismo delle opinioni pubbliche e i vincoli di bilancio. Quello odierno è un contesto globale da ricucire, ma per farlo occorre cambiare approccio: entrare in dialogo, non in assetto da guerra con chi vive realtà storiche, culturali, sociali e politiche diverse.
Intervallate a parti del discorso impiegate per uso interno e propagandistico, alcune chiavi di lettura sono state fornite dallo stesso presidente Xi Jinping il 3 settembre. Parlando alla parata di Pechino, il presidente cinese ha affermato che “solo quando tutti i Paesi si trattano da pari, vivono in armonia e si offrono sostegno reciproco, è possibile salvaguardare la sicurezza comune e eliminare le cause profonde della guerra.”
Tuttavia, in questo momento storico, in cui più che mai è imperativo sedersi a un tavolo e trovare un terreno comune di convivenza, la tendenza predominante resta quella di un linguaggio e un atteggiamento da confronto, alimentati dai media e dagli stessi leader politici. L’Alto rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas, ha mosso critiche pesanti alla parata militare, ribadendo che “l’alleanza delle autocrazie non è solo anti-occidentale ma è anche una sfida diretta lanciata dalla Cina al sistema internazionale basato sulle norme”, prima di arrivare a mettere in dubbio il contributo russo e cinese alla sconfitta dell’Asse nella Seconda guerra mondiale. Dichiarazioni che il portavoce cinese ha definito “piene di pregiudizi ideologici, prive di fatti storici fondamentali e che fomentano palesemente la rivalità e il confronto”.
La sfida della convivenza
Parole come quelle di Kallas mostrano quanto spesso sia distorta e limitata la lettura dei fatti che riguardano il resto del mondo nei Paesi occidentali. La Cina ha senza dubbio utilizzato questa occasione per consolidare un’immagine di forza, ma questo non significa che l’intento fosse preannunciare una minaccia militare imminente. L’arsenale esibito, per quanto impressionante, non è mai stato testato in combattimento. L’Esercito Popolare di Liberazione non partecipa a una guerra da decenni. Per questo la dimensione numerica non coincide necessariamente con una reale capacità operativa.
Xi ha affermato che la Cina vuole stare dalla parte giusta della storia e, per quanto si voglia credere o no alla sincerità delle sue parole, è importante che ogni singola nazione si interroghi sulla propria posizione: in un mondo che si muove verso il multilateralismo, quale atteggiamento intraprendere? Accettare l’emergere di nuovi poli e convivere, o entrare in rivalità aprendo la porta al confronto? La presenza di oltre 30 rappresentanti del Sud globale, riuniti prima a Tianjin per il venticinquesimo Summit della Shanghai Cooperation Organization e poi a Pechino per la parata della vittoria, mostra una chiara spinta propulsiva verso un dialogo tra pari per coordinare la sicurezza internazionale e affrontare le sfide del nostro tempo. È dunque dovere di ogni Paese prendere atto che non può esserci nessuno a dettare unilateralmente la sorte di un mondo variegato ma unito dalle stesse responsabilità: un pianeta da preservare, una pace da difendere, una coesistenza da ricercare e costruire.

