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L’operazione è tutto fuorché semplice. I sondaggi dicono che possibilità non ce ne sono. Ma la Lega di Matteo Salvini, che guiderà il “fronte sovranista” alle elezioni europee del prossimo 26 maggio, spera nell’errore statistico. È accaduto spesso negli ultimi tempi che qualche sondaggista prendesse dei granchi.

Prima la Brexit del Regno Unito, poi l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca: adesso i populisti potrebbero raggiungere un numero di parlamentari europei utile a non consentire la formazione di una grande alleanza a tre.

Quella che verrebbe formata dal Partito popolare europeo, saldamente in testa nelle rilevazioni, dal Partito socialista europeo, che dovrebbe perdere un buon numero di scranni, ma che dovrebbe tenere botta e dall’Alde, cioè dal raggruppamento liberal democratico, che poi è una delle grandi variabili, specie per via dell’adesione di Emmanuel Macron, di questa turnata elettorale.

Il pallottoliere, ora come ora, può esserci d’aiuto fino a un certo punto. I conti andranno fatti a urne chiuse. Pure sulle alleanze permane qualche incertezza. Certo è che se Matteo Salvini e gli altri non dovessero ottenere un numero di parlamentari ostativo alla riedizione dello status quo, allora tutto questo clamore mediatico sarebbe stato futile. Steve Bannon confida nella “valanga di voti”. Come se in Europa stesse per succedere qualcosa d’imprevisto. Ma sarà così?

Il primo impedimento è arrivato “grazie” alle divisioni: i conservatori dell’Ecr hanno scelto di viaggiare sulla loro direttrice. Jaroslaw Kaczynski e Giorga Meloni hanno preferito un sentiero solitario. L’obiettivo è portare gli altri, soprattutto Viktor Orban, sulle loro posizioni, per poi crescere. Ma la divisione del fronte non è incolume da conseguenze: i voti dei sovranisti e quelli dei conservatori andranno soppesati, tenendo però conto di questa distinzione.

Venendo meno l’Ecr, il “fronte sovranista” ha esteso i suoi confini. Il risultato non è proprio uniforme. All’interno di questo raggruppamento si presentano formazioni politiche contrassegnate da differenze. Luigi Di Maio, in maniera opportunistica, ha attaccato subito il leader del Carroccio per via dei suoi nuovi compagni di viaggio dell’ Ecf. Repubblica ne ha fatto un elenco. Da Elam, che è un partito che opera a Cipro, passando dai Veri finlandesi e dal Partito popolare danese: sono nomi che ascolteremo spesso, in queste settimane, per le posizioni estremiste che rappresentano.

Poi ci sono i partiti che hanno già dimostrato di giocare un ruolo centrale nei rispettivi scenari nazionali: dal Rassemblement National di Marine Le Pen, che ha lanciato come capolista il giovane Jordan Bardella, ad Alternative fur Deutschland di Alice Weidel e agli spagnoli di Vox. Di loro si è già parlato molto, ma il “fronte sovranista” – si può dedurre sin da subito – è parecchio composito.

Sarà il totale derivante dalla possibile quadra con l’Ecr a fare la differenza. Se non dovesse esserci un accordo, quasi tutto potrebbe essere stato vano. Già balla una cifra indicativa: 150 parlamentari, che tuttavia potrebbero non bastare per obbligare gli altri attori a sedersi attorno a un tavolo. E allora? Ci sarebbero i populisti indefiniti dell’Efdd. Da quelle parti, però, non ci sono solo gli alleati italiani del MoVimento 5 Stelle, dati per altro in ribasso, ma pure partiti ascrivibili a sinistra. Come poter contare, allora, sui quei (pochi) seggi e su un’intesta strutturale?

La Lega e gli altri una speranza ce l’hanno. Passa, però, da una capitolazione delle forze politiche che oggi rappresentano la maggioranza a Bruxelles. A sbagliare, ancora una volta, sarebbero stati i sondaggi. In caso contrario, un’alleanza tra popolari, conservatori e sovranisti non sarebbe sufficiente: mancherebbero parecchi scranni per potersi dire maggioritari.

 

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